5 lezioni sul giornalismo che ho imparato dai social media
Carola Frediani
20116

Personalmente penso che ci sia realmente l’esigenza di un cambio di passo nel mondo dell’informazione, sia di flusso sia specializzata, e che sia una rotta inequivocabilmente tracciata per il futuro, anche immediato.

Soprattutto va recuperato quel ruolo educativo e di responsabilità civile che le fonti di informazione dovrebbero avere – sì, con il condizionale… – con una chiara visione dell’impatto che la linea editoriale scelta dall’editore e il conseguente ruolo dei giornalisti ha nel mondo, che non si restringe più al solo pubblico affezionato, dato che una condivisione del contenuto oggi è fulminea e molto più pratica rispetto al passato.

C’è un passaggio molto, molto interessante nel concetto di accessibilità e usabilità dei contenuti web ed è quello di fare quanto possibile per permettere all’utente di arrivare all’informazione in maniera agevole, con una percezione chiara e con un meccanismo di orientamento efficiente, qualunque mezzo utilizzi.

Sembra solo un tecnicismo, ma è in effetti quanto descrivi tu e quanto stanno facendo alcune tra le testate più innovative, tra cui quelle citate da te. È anche uno dei modi per poter trovare un equilibrio tra l’esigenza di fare comunità e gestire al meglio l’informazione, con l’opportunità di avere una marcia in termini di autorevolezza – anche dove l’informazione incorpori fonti esterne, social compresi –, perché una parte importante della sfida da te analizzata è proprio nella cura dei lettori, a tutto tondo.

Quello che abbiamo imparato noi a 3 anni abbondanti dal lancio del nostro progetto editoriale sull’argomento Venezia è che occuparsi con responsabilità di quanto si decide di pubblicare e in che modo, governando i social senza però diventarne schiavi, può essere premiante ma l’impatto non è a breve termine, quanto più a medio-lungo termine.

Questo perché il pubblico è abituato a modelli vecchi e ad un tipo di contenuti più orientati al sensazionalismo che al giornalismo più orientato a fare vera informazione – che non necessariamente deve essere solo “serioso” –, ed educarlo ad un approccio diverso richiede il suo tempo e necessità di un approccio multidimensionale.

In secondo luogo abbiamo imparato che i numeri e la crescita ci sono in questo modello e nei modelli da te citati, ma bisogna essere consapevoli che potrebbero essere molto minori di quelli che ci si aspetta. Perciò il relativo modello di business va pensato anche di conseguenza.

Ci ha insegnato anche che non necessariamente essere sempre sul pezzo per primi è un bene, a volte è meglio arrivare dopo, ma approfondire meglio l’argomento e solo in tal caso pubblicare. Il che, però va detto, non è sempre facile da fare se “stare sul pezzo” è il proprio mestiere.

Ci ha insegnato anche che la sperimentazione è una cosa positiva ed è una cosa richiesta, tutti vogliamo nuove forme di comunicazione che semplifichino l’informazione, ma questo richiede un aumento considerevole e altamente focalizzato di un serio percorso di ricerca e sviluppo interno. Anche in questo caso richiede una seria analisi interna di come il modello di sostentamento economico andrà gestito, perché non è detto che tutti gli esperimenti andranno naturalmente a buon fine, tantomeno copiando quello che fanno altri. Ciò che funziona sul Guardian non è detto che funzioni per La Stampa. Ma d’altra parte è una regola aurea precedente al web e ai social.

Sicuramente ci ha confermato che essere trasparenti e corretti con il proprio pubblico, anche e soprattutto dove c’è un errore, è molto apprezzabile e permette di instaurare un buon rapporto con i propri lettori. Di contro è altrettanto utile non dare seguito a sterili provocazioni che possono essere scatenate dai commenti. Ovvero, se content is the king e i mercati sono conversazioni, dall’altra possiamo anche dire che bannare gli utenti più problematici è una pratica sacrosanta per il benessere della stessa comunità.

L’opportunità che abbiamo individuato e che non abbiamo ancora sperimentato è proprio una di quelle che citi tu, ovvero collegare i punti. Che va oltre il diventare un aggregatore o un “semplice” selezionatore di fonti e contenuti.

Mi ritrovo quindi d’accordo con te nella tua analisi e aggiungo che questo è un cambiamendo che in qualche modo coinvolge tutti i processi informativi, compresi quelli istituzionali e aziendali, e che pensare di avere una certezza oggi sui modelli che funzioneranno tra un mese è come essere certi di poter leggere nella sfera di cristallo. L’unica vera via è intraprendere un nuovo modello di approccio all’informazione, serio e verificato, in linea con la propria linea editoriale, senza la frenesia di “far numeri”. Ascoltare, sperimentare, crederci e migliorarsi continuamente con un modello di gestione agile. Se l’idea è buona, funzionerà, se non lo è bisogna essere preparati a sostituirla agilmente e con il minor impatto verso il pubblico.

Per come la vedo sarà un grande periodo di sperimentazione e trasformazione, stimolante e a volte frustrante, come è stato con l’avvento del web nei suoi anni d’esordio, con una maggiore attenzione, però, alla responsabilità di ognuno di noi (dal singolo blogger all’azienda, dal quotidiano agli aggregatori di notizie, fino ai media tradizionali).

Il che significa anche attendere qualche minuto in più prima di twittare e verificare meglio ciò che si sta facendo, anche con il rischio di arrivare secondi, senza alimentare una inutile isteria di pubblicazione.

Spero di aver dato un contributo interessante e utile al tuo scritto. :)

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Marco Trevisan’s story.