Vuoi salvare il pianeta? Prova a cambiare dieta (e diventare vegan)

Mangiare un solo hamburger equivale a usare l’acqua necessaria per due mesi di docce. Al contrario per un chilo di carote bastano 131 litri di acqua. La «scomoda verità» (per parafrasare il film del 2006 con protagonista Al Gore) è insomma che ci stiamo letteralmente mangiando il pianeta. Nonostante questo, il consumo di carne e derivati animali è in costante crescita. Ovunque.

«Cowspiracy» è un fortunato gioco di parole tra cow (mucca) e conspiracy (cospirazione) che in italiano si potrebbe tradurre con qualcosa tipo «La congiura delle vacche». È il titolo scelto dai registi Kip Andersen e Keegan Kuhn per un documentario che — prodotto dall’attore Leonardo Di Caprio e acquistato da Netflix — rischia di diventare un caso mondiale. Il film (arrivato anche in Italia grazie all’organizzazione animalista Essere Animali) si pone infatti l’ambizioso obiettivo di denunciare una volta per tutte come «l’industria più distruttiva del pianeta» (quella degli allevamenti intensivi) — nonostante le evidenze — sia ancora ben lontana dall’essere messa in discussione nelle politiche di governi e associazioni che puntano alla tutela dell’ambiente. Una «cospirazione» che — dicono gli autori — per salvaguardare l’immenso potere economico di questa industria, mette a rischio tutti noi.

La domanda è questa: perché se tutti noi ci impegniamo quotidianamente a riciclare e differenziare i rifiuti, usare mezzi pubblici e veicoli a basse emissioni, usare con parsimonia l’acqua, non ci sentiamo altrettanto convinti della necessità — se non di diventare vegetariane o vegani — di ridurre al minimo i nostri consumi di carne? Eppure l’impronta ecologica della dieta «carnivora» sull’ambiente avviene su molteplici fronti (produzione di gas serra, consumo idrico, consumo del territorio, inquinamento) e con risultati così eclatanti da far apparire quasi innocuo l’impatto di ogni nostra altra attività.

Già nel 2006 un rapporto della Fao ha evidenziato come i gas serra prodotti dall’allevamento siano superiori a quelli del settore dei trasporti: il 18% del totale. E da allora gli studi in materia si sono moltiplicati . Un recente articolo apparso su Business Insider ha calcolato la produzione di Co2 per i vari tipi di carne mettendoli a confronto con la produzione di proteine vegetali. Un chilo di agnello porta con sé una parallela produzione di 39,2 kg di Co2 (l’equivalente di un viaggio in auto di almeno 140 km), per il maiale 12,1 kg, per il tacchino 10,9. Mentre 13,5 kg di Co2 vengono rilasciati nell’atmosfera per ogni chilo di formaggio prodotto. Le lenticchie? Siamo sotto al chilo.

La situazione non migliora se ci concentriamo sull’acqua. Il cibo ricavato dagli animali ne consuma almeno da 5 a 10 volte di più di quella che serve ad un’alimentazione vegetale: se per 1 kg di carne bovina sono necessari non meno di 15 mila litri di acqua (più o meno l’equivalente di 110 vasche da bagno), circa 6 mila invece per un chilo di maiale, mentre per 1 kg di riso ne sono sufficienti poco più di 2.500. Per i vegetali in generale il rapporto acqua-calorie è di 1,34 al litro: la metà della carne di pollo, quasi dieci volte di meno se si prende in considerazione il manzo.

Passando al «consumo di suolo», secondo un calcolo fatto considerando non solo lo spazio occupato dagli allevamenti ma anche dalla coltivazione di vegetali necessari al sostentamento degli animali(secondo le statistiche della Fao, il 50% della produzione mondiale di cereali ed il 90% di quella di soia sono destinate al bestiame come mangimi) l’industria alimentare sfrutta ad oggi circa il 40% dello spazio disponibile sulla Terra. Un esempio su tutti: la foresta Amazzonica, in cui l’88% del territorio disboscato è stato adibito a pascolo. Senza contare l’altra pesante conseguenza degli allevamenti: le deiezioni del bestiame. Una sola vacca da latte ne produce quanto 20–40 persone. Il problema è come e dove smaltirli.

Eppure, nonostante gli studi sull’impatto ambientale della nostra predilezione per carne e derivati si moltiplichino, non si evidenzia nessuna controtendenza in merito. Anzi. Se già nel 1992, in «Ecocidio, ascesa e caduta della cultura della carne», Jeremy Rifkin denunciava le conseguenze del crescente stile di vita assai poco veg-friendly nel mondo occidentale, oggi (oltre 20 anni dopo) il trend non si è affatto invertito. Secondo il Worldwatch Institute, il consumo di carne pro capite dal 1995 è aumentato del 15%. E avanza anche nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo. In Sudamerica è passato dai 50,43 kg del 1981 ai 66,52 kg del 2011. In Africa dai 12,3 kg ai 17,99.

Alcuni paesi «pesano» più di altri. Ogni cittadino Usa mangia 117 chili di carne all’anno (la media mondiale è di circa 37) contro i 108,5 del 1981. In Cina il consumo pro capite si ferma a 58,5 kg ma è più che raddoppiato rispetto al 1981 (20,47 kg). E, considerato che la Cina è il Paese più popolato al mondo (con oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone) è ovvio che sia leader nel consumo di carne a livello mondiale: nel 2012 ha raggiunto un consumo annuale di 71 milioni di tonnellate, più del doppio di quello degli Stati Uniti. In Italia la crescita è più «contenuta»: siamo passati dai 75,36 kg a testa del 1981 agli 86,65 kg del 2011. Ma risalendo all’indietro al 1961 (31Kg di carne pro capite) l’aumento è di circa il 190%. E se — ad esempio — con le dovute cautele proviamo a calcolare l’impronta idrica del consumo pro-capite della sola carne di maiale in Italia tra il 1981 e oggi vediamo che siamo passati da circa 151 mila litri di acqua per persona (per 25,17 kg) a circa 240 mila (per 40,12 kg).

Secondo la Fao niente fa prevedere che — a meno di drastiche iniziative — questo andamento possa invertirsi nel futuro. Complice crescita della popolazione e del «benessere» in nuovi Paesi. Le previsioni dicono che entro il 2050 le proteine animali nella nostra alimentazione aumenteranno di due terzi rispetto ad oggi. Il consumo di carne crescerà del 73% e quello di prodotti caseari del 58%. Il risultato: un ulteriore incremento della produzione, ovviamente a basso costo.

Il che significa un’ulteriore intensificazione dell’industrializzazione del settore dell’allevamento. Maiali, mucche, capre, poli. conigli, agnelli diventeranno ancora di più «macchine» da carne, da uova, da latte. Con tutto quello che ciò comporta da un punto di vista del cosiddetto «benessere animale». A meno che si possa parlare di «benessere» per animali che comunque, prima o poi, finiranno al macello. Secondo l’Atlas meat — promosso dall’associazione ambientalista Friends of the Earth, se — ad esempio — nel 1992 un allevamento di suini in Nord America poteva ospitare meno di mille capi, nel 2012 la capienza era passata agli oltre 8 mila. Passando dal conteggio di consumo in kg di «carne» a quello in numero di animali uccisi, le «cifre» sono da capogiro: se nel 1981 — considerando le stime solo su bovini, suini e polli — gli animali macellati per finire nei nostri piatti erano stati (a livello mondiale) oltre 21 miliardi e 300 milioni, nel 2011 siamo arrivati a oltre 64 miliardi. Un’ecatombe.

Per finire con una citazione. «Una delle maggiori opportunità di vivere i nostri valori o di tradirli — ha scritto Jonathan Safran Foer nell’epocale libro «Se niente importa» — sta nel cibo che mettiamo nei nostri piatti. E vivremo o tradiremo i nostri valori non solo come individui, ma anche come nazioni».

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.