Adolescenti e alleanza terapeutica tramite la Realtà Virtuale

Photo by stem.T4L on Unsplash

“Tu mi tratti sempre come un bambino” Disse ad un tratto Agostino, non sapeva neppure lui perché. La madre rise e gli accarezzò una guancia. “Ebbene d’ora in poi ti tratterò come un uomo…” […] Ma non era un uomo; e molto tempo infelice sarebbe passato prima che lo fosse. (Moravia, Opere)

L’alleanza terapeutica

Il concetto di “alleanza terapeutica” nasce quasi contemporaneamente alla psicoterapia. Freud inizialmente concepisce la relazione con il paziente come veicolo di transfer e in quanto tale come puro elemento di analisi da parte del terapeuta. Nei suoi ultimi scritti sembra aver modificato questa concezione, riconoscendo nel rapporto creato tra paziente e terapeuta la possibilità di un legame benefico e ancorato alla realtà, il quale renderebbe possibile la guarigione (1). Il concetto di alleanza si articola successivamente con il lavoro di diversi autori quali ad esempio Zetzel (1956) e Greenson (1965), il quale conia il termine “working alliance”, uno dei sinonimi a oggi utilizzati per indicare l’alleanza terapeutica.

In generale, diverse ricerche in diversi approcci hanno mostrato una relazione positiva tra una buona alleanza terapeutica e l’esito positivo della terapia, sottolineando l’importanza del costrutto (1). Diversi studi si sono concentrati sul ruolo dell’alleanza terapeutica nel corso della psicoterapia osservano relazioni tra la buona riuscita di quest’ultima e la robustezza dell’alleanza. In generale, una buona alleanza terapeutica dovrebbe portare a cambiamenti comportamentali nel modello cognitivo-comportamentale (4). Nella terapia familiare, questo avviene soprattutto quando i bambini sono coinvolti (Chu & Kendall, 2004). Inoltre, una buona alleanza migliora l’esperienza della terapia, la partecipazione e l’accettazione di questa (4).

L’alleanza terapeutica con gli adolescenti

La terapia con bambini e adolescenti può mostrarsi più complessa per diversi motivi. I bambini e i ragazzi, spesso inseriti all’interno di terapie familiari, quasi sempre non scelgono di loro spontanea volontà il trattamento e non hanno consapevolezza dei propri problemi (2). Gli adolescenti di oggi, inoltre, si avvalgono dell’etichetta di “nativi digitali” (Prenksy, 2001). Il termine indica la generazione di chi è nato e cresciuto in corrispondenza alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche, vivendo così in una sorta di stato permanente di immersione e dipendenza tecnologica (Prenksy, 2008). La presa di coscienza dell’impatto delle tecnologie sullo sviluppo dei più giovani ha scatenato un grande dibattito sul tema, con diverse ricadute in ambito scolastico e organizzativo, giacché lo stesso autore ha ripensato il tema dell’apprendimento alla luce della sua teoria (3). Anche la psicoterapia potrebbe compiere grossi passi avanti sul tema, rivedendo la concezione di terapia, avvicinandosi ai temi delle nuove tecnologie così appealing e intrinseche alla vita dei ragazzi.

Realtà virtuale e alleanza terapeutica con gli adolescenti

Gli interventi psicologici con la Realtà Virtuale mostrano promesse considerevoli, permettendo ai pazienti di impegnarsi in adattamenti nuovi, altamente interattivi ed efficaci rispetto agli interventi vis-à-vis “tradizionali”. Sembrano quindi in linea con l’idea di “nativo digitale”, giacché la tecnologia è intrinseca alla terapia e, nonostante esistano confini che delineano il momento in cui viene usata, questa si inserisce con continuità all’interno del percorso terapeutico. La Realtà Virtuale potrebbe essere un modo per comunicare agli adolescenti attraverso un linguaggio accattivante, moderno, tecnologico. Il terapeuta che la utilizza, ridurrebbe le distanze con il mondo del nativo digitale in quanto utilizzatore dello stesso linguaggio, come se i due parlassero la stessa lingua, o almeno si comprendessero reciprocamente. L’utilizzo di uno strumento così appealing potrebbe dunque migliorare la qualità dell’alleanza terapeutica con lo psicoterapeuta, ponendo così le basi per ristrutturazioni cognitive e cambiamenti comportamentali. Infatti, come dice Riva (2005):

“Creando un ambiente sintetico in cui il paziente possa sentirsi più sicuro, la Realtà Virtuale può consentire al paziente di esprimere pensieri e sentimenti che sono altrimenti troppo difficili da discutere, aumentando così il livello di vicinanza tra il paziente e il terapeuta. Usando la Realtà Virtuale in questo modo, è più probabile che il paziente non solo acquisisca consapevolezza del proprio bisogno di fare qualcosa per creare cambiamenti, ma anche di provare un maggiore senso di efficacia personale” (5).

(1) Horvath, A. O., & Luborsky, L. (1993). The role of the therapeutic alliance in psychotherapy. Journal of consulting and clinical psychology, 61(4), 561.

(2) DiGiuseppe, R., Linscott, J., & Jilton, R. (1996). Developing the therapeutic alliance in child — adolescent psychotherapy. Applied and Preventive Psychology, 5(2), 85–100.

(3) Selwyn, N. (2009, July). The digital native–myth and reality. In Aslib proceedings(Vol. 61, №4, pp. 364–379). Emerald Group Publishing Limited.

(4) Kazdin, A. E., Marciano, P. L., & Whitley, M. K. (2005). The therapeutic alliance in cognitive-behavioral treatment of children referred for oppositional, aggressive, and antisocial behavior. Journal of consulting and clinical psychology, 73(4), 726.

(5) Riva, G. (2005). Virtual reality in psychotherapy. Cyberpsychology & behavior, 8(3), 220–230.

BECOME. Research And Psychology Hub

Written by

We are psychologists, technologists, artists and storytellers, all professionals aware of what a transformative experience can bring to people’s lives.

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade