Spiegare la musica: tentare di definire l’indefinito

di Niccolò Manzoni

Musica, cervello e comunicazione

Photo by Marius Masalar on Unsplash

Musica: “arte fondata sul valore, la funzionalità e la concatenazione dei suoni; con riferimento ai mezzi tecnici di cui si è valsa e alle forme in cui si è espressa durante i tempi.”

Nonostante questa figuri sui dizionari come definizione di musica, ben poco riesce a catturare di ciò che effettivamente la musica è. E se una descrizione tecnica è tutto ciò che abbiamo in mano, di certo dopo il rapporto millenario che questa intrattiene con l’uomo, forse siamo effettivamente di fronte a una dimensione che conserva qualcosa di inesauribile. E magari, a questo punto, guardando dentro di noi — più specificamente nel nostro cervello — possiamo trovare qualche risposta in più per comprendere meglio la natura di questo rapporto e soprattutto se e quanto la musica è davvero ‘altro da noi’.

Paragoniamo spesso la musica al linguaggio non solo perché sono strumenti esclusivi della specie umana e perché condividono l’avere una forma anche scritta, ma soprattutto per via del fatto che anche quest’ultimo ha un suono, che ne determina il timbro: ogni nota emessa vocalmente è ricca di armonici e il cervello può riconoscerne gli intervalli, capacità senza la quale non riusciremmo a comprendere e produrre le vocali. Ad avvalorare questo legame citiamo un esperimento di Koelsch che mostra come l’area di Broca, nota per essere coinvolta nell’elaborazione del linguaggio, si attivi sia di fronte a una violazione melodica che a una semantica-sintattica: in sostanza, esistono risposte cerebrali registrabili nel momento in cui ascoltiamo una nota ‘fuori posto’ (che non è parte delle scale a cui siamo più culturalmente abituati), una parola o un pezzo di frase che viola il senso della frase o le norme grammaticali. Inoltre i parametri del suono riflettono gli aspetti dinamici e sintetici dell’esperienza emotiva, favorendo processi empatici tra le persone: il sistema nervoso del neonato infatti si interfaccia naturalmente con modulazioni e regolazioni degli aspetti sonori che caratterizzano le vocalizzazioni. Queste ultime, insieme alle espressioni facciali, sono lo strumento fondamentale dei bambini nella fase prelinguistica per comunicare i loro bisogni e per interagire con gli altri.

IL SUONO COME STRUMENTO DI SOCIALIZZAZIONE

Pur restando per definizione una forma d’arte, forse la più sublime tra tutte, a partire dalla sua dimensione comunicativa riusciamo a comprendere perché la musica mantiene comunque il suo ruolo di mezzo espressivo per eccellenza dell’animo umano. Diverse infatti sono le funzioni che le sono state attribuite nel corso della storia e che trascendono la sfera dell’estetica. Tornando per un attimo all’interno del nostro cervello, la prospettiva neuroscientifica ci ricorda che attraverso la musica viviamo un’esperienza emotivamente intensa dotata di un effetto vitalizzante per il sistema nervoso autonomo, agendo in sinergia con il sistema endocrino e quello immunitario. Se estendiamo questo effetto alla nostra reazione al linguaggio, non è difficile concepire quanto l’interazione e i rapporti interpersonali influenzino la fisiologia del nostro corpo al pari di vere e proprie sostanze chimiche. Musica e relazioni interpersonali condividono non solo aspetti legati alla percezione del suono, ma anche all’emozione e alla cognizione, che intervengono nell’organizzazione dell’esperienza e nella pianificazione del comportamento. Esiste inoltre un rapporto molto stretto tra il suono e il circuito dopaminergico della ricompensa, secondo cui siamo tendenzialmente più attratti dalla musica che siamo in grado di prevedere, ritmicamente o melodicamente parlando: questa preferenza spiega come mai quando siamo appassionati di uno o più generi musicali tendiamo a diventare sempre più esperti e appassionati degli stessi e fatichiamo, almeno all’inizio, ad allargare i nostri orizzonti. Questi tipi di scelte ci legano in un modo o nell’altro a canzoni, ma anche a persone, che ‘vibrano sulle nostre frequenze’. Dunque, l’aspetto di socializzazione non può passare inosservato. Da un punto di vista più antropologico-evolutivo quindi, il suono sarebbe importante per la sopravvivenza della specie in quanto strumento che favorisce i processi di coordinazione di gruppo, rinsaldando i legami sociali. Basti ripensare a come non solo le vocalizzazioni ma anche il canto venga utilizzato nelle cure materne e, persino a distanza, goda di un immenso potere rassicurante per il neonato che non sempre può contare sulla vicinanza immediata della madre.

UNA FORMA DI COMUNICAZIONE ANALOGICA

Il canale musicale è in grado di creare uno spazio relazionale più esteso tra diverse identità, intrecciando con un filo invisibile le storie di persone che vivono in luoghi diversi ma che sono legati dalla condivisione di quel momento, di quell’ascolto. Questa peculiarità si trova sia nella musica provvista di un testo, che possa fare riferimento ai valori o alle norme culturali di un certo gruppo (basti pensare all’hip hop), sia in ‘semplici’ miscele di componenti melodiche e ritmiche: si tratta di un fenomeno non necessariamente di carattere semantico, poichè il musicista è in grado di usare la melodia con finalità evocativa, nell’intenzione di esprimere certe sensazioni ed elicitare nell’ascoltatore un determinato tipo reazioni emotive andando a stimolare la parte meno razionale del cervello — anche a questo si deve l’ampia diffusione e il successo dell’applicazione della musica nelle campagne di marketing. Al di là del linguaggio verbale infatti, esistono differenti tipologie di comunicazione analogica che l’uomo ha a disposizione per entrare in contatto con gli altri: oltre alla musica, il disegno e le attività grafico-pittoriche, ad esempio, sono una modalità espressiva che rappresenta un vero e proprio linguaggio grafico. La musica tuttavia rappresenta un esempio di comunicazione analogica che concede la possibilità di formare un numero infinito di prodotti (frasi e melodie), a partire da un numero limitato di elementi di base (fonemi e note). Essa ci parla di significati in un modo che trascende il vaglio razionale/intellettuale e pur essendo qualcosa di assolutamente non dichiarativo, conserva un valore narrativo ed esperienziale inestimabile e inenarrabile. Ed ecco che torna l’idea di indefinito, che forse più che un’idea è una realtà da cui non possiamo sottrarci e di cui la musica non smette mai di renderci consapevoli.

C’E’ CONTINUITA’ TRA IL RITUALE NELLA MUSICA E NELLE PRATICHE TERAPEUTICHE?

In passato, la musica era sensorialmente accessibile solo di fronte ai suoi esecutori e rappresentava quindi un evento sociale e culturale con una valenza molto più contingente, poichè non era possibile riascoltarla in un secondo momento. Nelle popolazioni tradizionali infatti, il suono era uno strumento che, accompagnato da canti e danze, faceva da supporto nei rituali di cura dei malati. Il suo potere trasformativo è quindi ben noto da tempo all’uomo, tanto che una componente sonora era già parte integrante della pratica terapeutica e ancora oggi resiste preghiere di diverse religioni. ‘Rito’ infatti deriva dalla parola sanscrita ritis, che significa andamento, procedimento, e dal latino ritus, che significa numero: queste interpretazioni esprimono entrambe l’idea della progressione numerica e temporale, cioè del procedimento misurato, ordinato. Pur trattandosi infatti di un mezzo di espressione artistica, la musica è un processo molto calcolato e strutturato, come un discorso: un equilibrio di suoni e silenzi da dosare con la giusta sensibilità in base all’intenzione espressiva dell’esecutore.Se quindi riusciamo a comprendere il rapporto tra musica e rituale terapeutico, è lecito a questo punto domandarsi se oggi si puòpensare di reintegrare e riconsiderare il suo ruolo nella pratica medica moderna.

In virtù del sopracitato legame viscerale che esiste tra cervello e suono, è possibile trovare tutta una serie di aspetti benefici documentati riguardo l’applicazione della musica a scopi terapeutici. La stessa musicoterapia, una disciplina riconosciuta e certificata che possiede diverse modalità di somministrazione e che prevede l’interazione tra soggetto e terapeuta attraverso appunto lo strumento sonoro, fa affidamento su queste evidenze sperimentali. Infatti, esistono situazioni (cliniche e non) in cui questa pratica viene utilizzata, con finalità specifiche relative alla fase del ciclo di vita in cui il soggetto che ne necessita si trova. In età pediatrica ad esempio vediamo come il training musicale, coinvolgendo diversi network neurali, faciliti lo sviluppo anche di abilità non musicali, tra cui linguaggio, attenzione e funzioni esecutive. Con l’adulto può essere utilizzata per trattare il dolore, la depressione, l’ansia e lo stress, nella vecchiaia invece può aiutare a contrastare il declino delle funzioni esecutive e a mantenere un livello di benessere generale. Non vogliamo però focalizzarci troppo sulla musicoterapia, in quanto rappresenta una disciplina a sé stante: per valutare il rapporto tra musica e pratica medica occorre osservare i principi su cui poggia il modello biomedicoattuale. In un paradigma in cui la tecnica è padrona e il rituale terapeutico si fonda sull’aderenza al protocollo, è forse quasi ‘dissonante’ pensare di riconsiderare l’importanza dell’aspetto sonoro. Inoltre, in virtù di quanto spiegato in precedenza riguardo al rapporto tra musica e linguaggio, riconoscere l’esistenza di un rituale terapeutico — in quanto insieme di gesti e comportamenti messi in atto in un contesto di cura — porterebbe anche a concepire la riconsiderazione dell’importanza della comunicazione medico-paziente. Tuttavia, onde evitare di aprire un capitolo enorme sulle mancanze relazionali della pratica medica, manterremo il focus sulla componente sonora. Il primato della tecnica della cultura occidentale infatti si può aggirare: se esistesse il modo di integrare la musica nella tecnica, considerandola parte integrante della stessa e non ingrediente a pari di un placebo, allora questo renderebbe più semplice e concreto un suo reinserimento.

TRA SENSI, RELAZIONE E NARRAZIONE

A questo punto dovrebbe quindi essere chiaro come il potere terapeutico della musica è legato alla sua dimensione estetica-sensoriale, a quella relazionale-espressiva e a quella narrativa. E sebbene queste tre dimensioni abbiano una natura distinta sono spesso intersecate, aggiungendo valore l’una all’altra: ciò che fa da comune denominatore a tutte e tre gli aspetti è il concetto di pattern. Nella musica il pattern si ritrova nella ripetizione di un’unità di informazione, sottoforma di cellule melodiche e ritmiche. Le storie invece sono composte su di uno script narrativo, come il viaggio dell’eroe, che ne determina la struttura: in questo caso, più che le parole in sè, è quest’ultima a comunicare il significato. Per questo motivo nel vangelo secondo Matteo, vi è scritto “a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”. Anche nelle relazioni il pattern compare sottoforma di un insieme atti con significato psicologico che denotano aderenza alle norme culturali vigenti in un determinato contesto o a valori condivisi: sia che questo implichi il rispetto di un protocollo medico o di un’usanza nella vita di tutti i giorni, vi è comunque un modello che dà ordine e significato alla situazione. Vedere l’interazione di questi tre aspetti è fondamentale per pensare, a livello terapeutico, a qualcosa di trasformativo su tutti i piani dell’essere. È infatti importante nel mondo interno del paziente sincronizzare l’aspetto più razionale con quello più emotivo e inconscio affinchè si manifesti nella sua realtà esterna un ordine nuovo con un significato diverso. Ed è chiaro che la musica, con il suo mistero, parla a parti di noi che non sappiamo bene definire. Ed è nella battaglia tra ordine e disordine, tra definito e indefinito, che attribuiamo senso al mondo: l’indefinito è necessario, è potenziale; la definizione sono le nostre azioni, i nostri pensieri e il nostro modo di definire le cose per dare ordine al mondo. Come un aratro che lavora la terra, la mente cosciente ordina le cose, ma la terra torna sempre come prima: non lavorata, immutabile, inafferrabile e indefinibile. Nella cultura occidentale crediamo che sia ciò la conoscenza sia ciò che ci salva. Tuttavia, ciò che conosciamo ha un limite e una fine, mentre ci sarà sempre qualcosa che non conosciamo e non sappiamo definire. Il definito è il limite perché è già stato. L’indefinito è qualcosa di eterno ed è ciò che ci muove, ci fa sentire vivi. Non è quindi il definito, ma è l’atto di definire che costituirebbe il modo di vivere della coscienza.

UN’INTERAZIONE TRA PATTERN: COME NELL’UNIVERSO, COSI’ NELLA MUSICA

La musica se ascoltata al di là dell’intelletto, fa scoprire un mondo pieno di significati che non sappiamo definire. Tuttavia non sappiamo precisamente come accedere a quel mondo, nè sappiamo come far battere il nostro cuore, perché è un linguaggio diverso da quello con cui parliamo. Perciò quello che percepiamo ascoltando o facendo musica, è ciò che possiamo provare semplicemente stando nel mondo, con una presenza qualitativamente vera, senza una necessità o un fine. Ed è quando ci accorgiamo di noi che diventiamo consapevoli del mondo e, quindi, del nostro essere parte di qualcosa costantemente in interazione con noi. La stessa natura si manifesta nell’interazione, che ne è suo principio cardine: come il fiore cresce quando incontra la luce, così nasce il suono quando le nostre mani incontrano l’avorio del pianoforte, e così quando il suono incontra il nostro apparato psicofisico dà vita ad un sentimento umano così misterioso, ma allo stesso tempo familiare. Ed essendo l’universo fatto da pattern in interazione — il più profondo lo vediamo nello schema caos e ordine — , non sorprende l’aforisma che afferma che comprendere i pattern porta a comprendere la realtà (se come realtà intendiamo la rappresentazione che ne abbiamo costruito). In quest’ottica, pensare a una pratica terapeutica che coinvolga suono, storytelling e relazione di supporto, potrebbe essere forse la cosa più ovvia e spontanea di questo mondo. Integrare questi concetti in uno strumento moderno, che rispetti il mondo in cui viviamo e che non tenti di ribellarsi invano alla tecnologia, è nostro dovere in quanto ricercatori, innovatori, clinici e, soprattutto, persone.

FONTI:

https://www.mitpressjournals.org/doi/abs/10.1162/089892905774597290

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