L’Uomo Visibile #52 — Hap and Leonard (SundanceTV)

Prodotta da SundanceTV, Hap and Leonard è un appuntamento a lungo atteso dai fan della grintosa coppia di amici creata da Joe R. Lansdale. Le loro peripezie, ambientate nell’immaginaria LaBorde in Texas negli anni Ottanta, sono portate sul piccolo schermo da Jim Mickle, già regista di un altro noir lansdaleiano, Cold in July.

La prima avventura, “Savage Season”, si basa sui presupposti di tante storie hard-boiled: una rapina finita male, un mucchio di soldi, una femme fatale (l’ex moglie di Hap, Trudy) che si presenta con la promessa di un affare facile. Rimasti al verde dopo essere stati licenziati dal vivaio in cui lavoravano, Hap e Leonard accettano l’intrigante offerta. Da qui la faccenda, come da tradizione, s’intorbidirà sempre più.

Il punto forte della serie sta nella scelta degli interpreti: Michael K. Williams (The Wire) e James Purefoy (The Following) danno volto a due eroi struggenti e disincantati, uniti da un’amiciza salda che si esprime in un rapporto spigoloso simile a quello fra Marty e Rust in True Detective, privo però dell’alone cupo di quest’ultima. Lansdale ammanta sempre il cinismo d’ironia o di una mesta tenerezza, che alimentano il nostro attaccamento ai personaggi.

Anche l’ambientazione, apparentemente convenzionale (la serie è girata in Louisiana, come True Detective), è impregnata di una poesia malinconica che trasporta la fittizia LaBorde fuori dal tempo; quella stessa poeticità con cui Lansdale ha reso il Texas Orientale — “un posto di argille rosse e sabbie bianche, enormi alberi di pino e pantani infestati da serpenti”[1] — uno scenario mitico, non dissimile dal Klondike di Jack London o dalla contea di Yoknapatawpha di Faulkner. Su tutto campeggia il Sabine, quel fiume che nelle sue storie assume spesso il valore di linea d’ombra esistenziale (La foresta) e che qui custodisce, nel suo ventre limaccioso, il denaro che sarà oggetto di una spietata contesa.

Dentro questo paesaggio, calato in un’atmosfera rétro (ma senza i barocchismi di Cold in July) convivono i rottami del Sogno Americano, agonizzanti o decaduti o degradati al livello bestiale: l’idealismo dei figli dei fiori, rievocato nei flashback sul passato di Hap, appare come un’illusione sbiadita; le ferite del Vietnam sono impresse nel cipiglio duro di Leonard (afroamericano, gay e ammiratore di Ronald Reagan); e poi c’è l’edonismo sfrenato e cruento di due trafficanti di cocaina, che pare l’unica alternativa possibile allo squallore dei sobborghi. In questo scenario Hap e Leonard si ergono come due nobili perdenti, “cavalieri senza Graal” nella definizione di Stefano Tani[2], che lottano per sopravvivere in un mondo che non riconoscono più.

[1] J. R. Lansdale, La sottile linea scura, Einaudi, Torino 2004.

[2] R. Chandler, Romanzi e racconti, I Meridiani, Milano 2005.