Tre azioni per contrastare il traffico di migranti: Africa subsahariana, Sahel, Libia

Il grafico mostra il numero di migranti transitati sulla rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2011 cade Gheddafi, mentre nel 2014 scoppia la guerra fra i Governi di Tobruk e Tripoli. Nello stesso anno compare l’Isis in Libia. | Fonte: Frontex

Il Consiglio europeo di ieri ha prodotto dei risultanti interessanti, ma a ben vedere la proporzione tra dichiarazioni e fatti è sempre sbilanciata. È importante che finalmente l’Europa abbia mosso dei passi verso una cooperazione permanente nel settore della Difesa. Il dossier prioritario per l’Italia, però, era l’immigrazione, che infatti è stata affrontata con un’ottima pacca sulle spalle.

I maggiori attori in gioco attualmente non hanno la forza o la volontà per occuparsi del tema, preferendo scaricare sui Paesi del Mediterraneo non solo l’onere della prima accoglienza, ma anche la gestione sul territorio dei migranti. La Germania, costretta a modificare la propria linea sull’immigrazione per il connubio tra opinione pubblica, fatti di cronaca e reazioni in alcune delle comunità straniere già esistenti, è protesa alle elezioni di settembre. Angela Merkel ha buone probabilità di essere riconfermata, ma su alcune tematiche sensibili ha scelto una cautela politicamente opportuna. Nel Regno Unito i problemi sono piuttosto evidenti: Governo debole, opinione pubblica divisa, Brexit, clima da attentati — occhi puntati sulla Regina, che parla senza parlare: tono di voce, abbigliamento, portamento. I Paesi dell’Est restano intransigenti e il loro rifiuto ad accogliere i migranti ha motivazioni che in Europa raccolgono molti sostenitori. Infine c’è la Francia, che mira a mantenere i propri interessi in Africa e la propria immagine storica, non gradendo vincoli o intromissioni in politica estera. Quindi l’Italia per il momento è sola.

L’approccio alla questione delle migrazioni non può lasciare nulla d’intentato. Lavorare sull’Africa subsahariana per creare un clima favorevole allo sviluppo locale e al diritto di restare nella propria terra d’origine è solo una delle macroazioni di lungo periodo da intraprendere: è vero che migliaia di persone si mettono in marcia dalla Nigeria o dall’Eritrea, ma come arrivano in Italia? Ci sono rotte ben definite e sorvegliate sulle quali operano come trafficanti, mediatori e guardiani gruppi strutturati della criminalità organizzata o della galassia jihadista saheliana. In ogni caso, comunque, il porto di partenza è la Libia, l’enorme piattaforma contesa fra tribù e terroristi nella quale Serraj e Haftar tentano di imporre il proprio controllo sostenuti da vari attori internazionali.

Poiché il miglioramento delle condizioni politico-economiche dell’Africa subsahariana sarà impresa pluridecennale — e a tratti impossibile — è necessario cominciare a intervenire sulle regioni di transito e sulla Libia, considerato che alla tragedia umanitaria si somma l’impiego dei migranti come strumento di ricatto nei confronti dell’Europa. Si potrebbero creare ambasciate europee (o perlomeno agenzie) nei Paesi subsahariani e negli snodi geografici delle traversate, per gestire in loco richieste di ingresso nell’Unione — e si torna al punto iniziale della propensione all’accoglienza. Forse l’impatto di questa soluzione sarebbe limitato, perché comunque l’eterogeneità e l’ampiezza dei flussi rendono impossibile convogliarli nell’ambito formale, però si consentirebbero migliaia di arrivi sicuri e si faciliterebbero le misure di integrazione. La presenza diplomatica dell’Europa in Africa sarebbe fondamentale per evitare — verbo da leggersi ancora col senso di “limitare” — l’apertura di nuove vie dell’emigrazione irregolare di massa qualora la situazione migliorasse nel Sahel e in Libia.

E proprio senza una normalizzazione della Libia niente è possibile, perché il caos nel Paese è strumentale al business dei migranti, un vuoto che quasi per principio fisico attira trafficanti e gente in movimento. Ma chi è capace oggi di mediare un’unione d’intenti tra le varie componenti libiche? E, soprattutto, chi è pronto a inviare una forza militare in Libia, cioè — apertis verbis — a morire per la Libia?