Gli Acrobati sui ponti di van der Waals #5

Un racconto work in progress…

Frame #5 — Flashback

I clacson delle automobili in un attimo si moltiplicano dietro un tizio, non si è accorto che il semaforo è già diventato verde. Lui non può permettersi di distrarsi un attimo, per cercare dentro le tasche, forse le chiavi che ha dimenticato a casa, un fazzoletto per l’allergia o il cellulare che sta squillando da un paio di minuti, magari con la madre o la moglie che vogliono sapere dov’è arrivato, perché ci mette tanto… gli altri dietro di lui potrebbero non arrivare in tempo al prossimo semaforo rosso.

Un cane abbaia insistentemente contro un gatto bianco affumicato, mezzo orbo, arrampicato sul cassonetto dell’immondizia, un cane di quelli di piccola taglia e quasi senza pelo, geneticamente isterici, come la sua padrona che non riesce a tenerlo frenato al guinzaglio strillando più forte di lui.
La gente per i marciapiedi guarda le vetrine, ispeziona, commenta, strattona l’amica, ma non entra. Guardare le vetrine quando i negozi sono chiusi è un trucco. Ti evita d’incrociare lo sguardo delle commesse quando sei l’ennesimo che non compra niente. Ormai sento parlare di crisi da troppo tempo ma tanto poi loro compreranno lo stesso sotto le feste… sono obbligati a farlo.

Tutti sembrano tanti stereotipi, inventati forse da quelli che scrivono i romanzi.
Decine e decine di copioni e attori che camminano. Si incrociano. Esagerando la parte per catturare meglio l’attenzione.
Eppure continuano ad essere persone reali, in un mondo reale.

Tutto sembra così nitido intorno, definito, scene di una città degenerata… e questa pioggia persistente che non smette rende cristallina ogni cosa. L’acqua amplifica tutto dentro la mia testa. Il cervello continua a pensare senza sosta, come una pietra affonda negli abissi generando onde, perturbazioni in perpetua oscillazione si allontanano dall’impatto fino a non vederle più, fino a non capire più. Chissá cosa pensano i gatti randagi quando vedono passare quei cani vestiti come neonati al guinzaglio.
Un bambino dentro un passeggino continua a fissarmi. Forse anch’io a quell’età fissavo le persone. Non me lo ricordo.

Ho le mani gelide.

Ci sono troppe macchine per strada, come sempre, troppe anche per la pioggia, un singhiozzo continuo davanti al semaforo. Adesso è di nuovo rosso e tocca al fiume di facce riversarsi sulle strisce pedonali. Alcuni mi urtano senza poi incrociare nessuno sguardo, altri fanno attenzione a non sfiorarmi.

La strada è ancora lunga.

Non sono esattamente stanca, non riesco a capirlo veramente, ma non voglio fermarmi, ancora no. Alla gente sembra non fare più nessuna impressione un temporale… perché dovrebbe poi, è una cosa normale, naturale, violenti e improvvisi.

Normale. 
Che strana parola.

Fare scudo con gli ombrelli per difendersi dalle pozzanghere infangate sventagliate dalle auto che non vogliono rallentare. Schivare i sacchetti che galleggiano vicino ai cassonetti. Tombini che sputano acqua in mezzo l’asfalto invece d’inghiottirla.

È tutto normale.

Gli occhi percorrono sempre altre traiettorie. Non c’è tempo per impressionarsi, per i particolari, è tutto normale.

– lo troverò, non preoccuparti — anche il piccolo vaso di terracotta fra le mie mani era gelido.

Una donna con il passeggino deve accontentarsi di scavalcare il gradino del marciapiede: gli scivoli sono sempre sommersi oppure occupati da una macchina parcheggiata “temporaneamente”.

Di nuovo rosso. 
Signorina, vuole ombrello? — era un indiano. Lui provava a vendere qualcosa sotto l’angolo del portico in quegli attimi di attesa prima che scatti nuovamente il semaforo.
Non risposi nulla ma gli feci segno di no — è bagnata — rispose lui.
Ci sono istanti in cui ti rendi conto quanto le parole siano fragili. Suoni umani che vengono inghiottiti dentro un respiro, dentro sensazioni e scivolano piano piano, sulla pelle, sulla faccia, ghiacciata, scivolano piano e poi evaporano dalle mani, arrossate, che stringono, …abbracciano un vecchio vaso lesionato di terracotta giallastra, da cui si affaccia una piantina di gerani dai petali bianchi, troppo stanchi e infreddoliti anche loro dall’aria che non riescono più a capire.
Guardai negli occhi quell’uomo con un po’ di vergogna. Gli feci nuovamente segno di no con la testa. Forse capì. Fece un cenno anche lui col capo e andò via con le mani piene di ombrelli colorati
piangere, piangere, e poi è acqua vola via

Adesso era verde e potevo attraversare.

Secondo una serena logica era da stupidi camminare così a lungo sotto la pioggia, senza coprirsi, era chiaro, anche troppo, ma non ho avuto altre alternative. Sotto la pioggia va bene, non ha importanza, doveva andare così in questo modo. 
Attraversata la strada però mi riparai un attimo sotto la pensilina della fermata dell’autobus.

Due autobus con lo stesso numero arrivarono simultaneamente alla fermata, eppure alcuni continuavano a lamentarsi perché non era quello giusto per loro. Alle solite. Poi un tizio su un’auto verde brillante si accosta velocemente dietro ad un’altra macchina ferma in doppia fila. Comincia a suonare il clacson insistentemente. Forse lo conosce. Ma l’altro tizio sembra non capire. Cosa vuole allora quello? ho capito …vuole che l’altro si tolga da lì così può parcheggiare lui! Alle solite.
La prepotenza vince anche questa volta. 
Appena scende dalla macchina viene guardato in cagnesco. Qualcuno si azzarda a fare una battuta ma lui risponde come se fosse tutto normale — Io posso farlo! –
Il tribunale è qui a due passi e lui potrebbe avere qualunque ruolo.

Mi appoggiai con la schiena alla pensilina della fermata, il telaio era privo di pubblicità. La gente aspettava ancora il numero giusto.

perché è così triste? –
non sono triste — questa volta le parole riuscirono ad uscire fuori ma per negare quello che invece era evidente.
no, … ma io mi riferivo al suo geranio — lo indicò con il dito

Non so quanto avessero di sensato quelle parole, in fondo niente aveva avuto un senso quel giorno, ma quelle parole avevano il suono che cercavo. Questo aveva un senso.
Fu un gesto istintivo e fulmineo, per non permettere ad altre parole d’interferire: il piccolo vaso di terracotta passò dalle mie alle sue mani, non ci fu il tempo d’incrociare altri sguardi, poi correndo veloce mi allontanai fra le macchine in doppia fila e i passanti ammassati vicino al marciapiede.

Adesso ero sicura. 
Le cose accadono.

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