L’ARTE DELLA RESISTENZA DI WANG XIAOBO

L’autore cult per la prima volta edito in Italia

La prima volta che ho incontrato Wang Xiaobo mi trovavo su un autobus. Era l’agosto del 2013 e l’automezzo si arrampicava a fatica tra le strade scalcinate del Marocco. La temperatura esterna segnava 42°C, quella interna poco più; l’autista del grand-taxi su cui viaggiavo aveva portato per le otto ore di tragitto un unico cd di musica melodica araba che faceva girare a ripetizione a volume altissimo. Provato dall’altitudine, dal caldo e dalle ondate di habibi provenienti dagli altoparlanti, intrapresi una conversazione con la persona al mio fianco. Mi disse di essere di Shanghai, e superati i primi convenevoli iniziò a parlarmi con entusiasmo di letteratura europea e sudamericana. Conosceva a memoria Kafka, Hesse, Camus, Calvino, Borges e tutti quelli che c’era da conoscere. Ero sbalordito. Le chiesi di consigliarmi qualcuno del suo paese. Su un miliardo di cinesi al mondo conoscevo in quel momento un solo autore, Mo Yan. Una media vergognosa. Non ci pensò un momento e scandì subito quei tre fonemi: WangXiaobo. Disse che era un reietto, ma che per lei era più grande di Confucio e Mao messi assieme. A me sarebbe bastato anche meno.

Ad un deserto e qualche settimana di distanza mi trovavo in Italia a spulciare gli appunti presi durante il viaggio. Mi soffermai su quel nome scritto da un sedile traballante e lo sottoposi ad una breve ricerca su internet. La sua pagina su Wikipedia era disponibile in quattro lingue e alcuni dei suoi libri erano stati pubblicati negli Stati Uniti ed in Francia. Ordinai subito la mia copia.

Mentre sfogliavo lentamente le pagine emergeva una quantità di cose incredibili, ma soprattutto emergevano scrittori, pittori senza licenza ed agenti di polizia. Il mondo secondo Wang sembrava risolversi in quelle tre categorie. Se non ne sceglievi una, eri fuori.

Pechino, febbraio 2016. Sopra: Pechino, novembre 2014

Mi informai maggiormente sulla vita dell’autore ed appresi dei tre anni trascorsi nella provincia rurale dello Yunnan, in gioventù, presso un centro di “rusticazione forzata” di ispirazione maoista. Scoprii anche che Xiaobo in lingua cinese significava “piccola onda”, nome che in tale contesto storico aveva un’accezione rivoluzionaria ed era stato scelto per lui dal padre, un accademico in lotta con gli apparati del partito comunista.

Da quel punto divenne chiaro che quelli di Wang Xiaobo erano essenzialmente gli scritti di un partigiano nato all’inizio degli anni ’50 a Pechino e con una certa ossessione per il sesso, che nella sua visione rappresentava il motore di ogni forma di resistenza. Non solo, erano anche gli scritti di un autore di talento, capace di un’ironia a volte grossolana, altre finissima, ma sempre attento nel suo narrare a mantenersi entro i confini di una profondissima poesia.

A quattro anni di distanza da quel viaggio, esce oggi in Italia “Il Significato dell’Arte” (Oèdipus Edizioni), la prima opera di Wang Xiaobo disponibile nel nostro paese. La traduzione è stata farraginosa, lunga, traditrice, portata avanti da chi scrive principalmente dall’inglese, con incursioni dall’originale attraverso bizzose connessioni e continenti. Per la sua disponibilità e per i diritti d’autore vorremmo ringraziare la moglie dell’autore scomparso, la sociologa Li Yinhe. In cinese, Yinhe significa galassia. Spero vi possa piacere.

[photo credits: Jonathan Kos-Read, Alexander Mueller]

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