Essimo, endimo

Ti racconto una storia che sto per dimenticare

C’eravamo dati appuntamento in un posto fuori mano, tra casa mia e casa sua. Lì c’era un campo pieno di erbacce, roba vecchia e mai nessuno in giro. Nessuno? Sembrava!

Il mio amico si chiamava Castelli, ma noi lo chiamavamo Càstel, con l’accento sulla a. Aveva lineamenti da irlandese, infatti: capelli mossi e lentiggini, solo che era moro, non rosso. Una volta, fuori da scuola, avevo visto sua mamma che l’era venuto a prendere e … ragazzi! Si assomigliavano in modo pazzesco. Potevi proprio vedere come sarebbe diventato lui da vecchio. Cioè da adulto. O come era lei da piccola. A parte il sesso e l’età si poteva dire che erano come gemelli, veri. Il padre non c’aveva messo proprio niente nei lineamenti del figlio, che so, un sopracciglio storto o un sorriso strano, uno sguardo, niente. Un padre assente, madre e figlio affratellati dall’assenza, se ne andavano silenziosi e riservati in mezzo al casino.

Non so perché ma io spesso finivo a parlare proprio con i più silenziosi, a scuola; durante la ricreazione, voglio dire, perché per tutto il tempo delle lezioni ero impegnato a discutere segretamente col mio compagno di banco, Alex, sull’ennesimo progetto di base lunare e relativi mezzi di collegamento; era un lavoro mica semplice, saltavano fuori di continuo dettagli da sbrogliare e si poteva comunicare solo parlando tra muti a colpi di sopracciglia e scambiandosi bigliettini e insomma per la ricreazione ci prendevamo una pausa e andavamo ognuno per conto suo. Parlare con le femmine era un po’ complicato, che poi ci montavano sempre un caso sopra, e si è innamorato, e l’ha lasciata, e cheppalle … i maschi o giocavano a figurine o facevano a botte o si vantavano di questo e di quello. Così ogni tanto me ne stavo in classe a curiosare e spesso i più silenziosi avevano delle gran storie da raccontare, ma bisognava cavargliele fuori con le pinze.

Con Castel ci eravamo messi a parlare di dove abitavamo, di come si assomigliavano i nostri posti. Io stavo al quartiere Nullo Baldini e lui si era da poco trasferito in una zona di nuova edificazione, a neanche un chilometro da me, con intorno ampi campi che erano stati coltivati fino a qualche anno prima e adesso aspettavano vuoti qualche cantiere. Purtroppo c’erano ancora pochi bambini in giro. Per lui tornare al pomeriggio a giocare coi suoi vecchi amici dove abitava prima era fuori discussione, troppo lontano, e poi sua mamma non voleva. Allora girovagava in bici da solo, come capitava spesso anche a me; giocava a fare il pilota acrobatico delle frecce tricolori, il solista, e tirava traiettorie ricciolute con la bici nelle strade vuote. Forte, no? Ma dopo un’ora gli girava la testa con tutte quelle virate strette e allora diventava pilota ricognitore e operava solo voli radenti di pattugliamento. Da poco avevano asfaltato una strada che mi avrebbe permesso di raggiungerlo velocemente ed eravamo d’accordo che ci saremo visti lì alle 5, dopo i compiti. Così facemmo e per poco non fu il nostro ultimo atto da uomini liberi, perché fummo catturati dalla Banda della Morte!

Almeno, io credo che fosse la Banda della Morte ma non possiamo esserne certi. L’unica regola che si conosce della Banda della Morte è che un suo membro non può mai, mai, MAI rivelare di farne parte perché nel momento stesso in cui lo rivela viene automaticamente espulso. Fuori, all’istante, senz’appello. Le altre regole sono segrete e solo un membro può insegnartele. Ma appena inizia a insegnartele … Un bel casino, se ci pensate, da inlupparcisi. In ogni caso la Banda della Morte era la più pericolosa, temuta e impenetrabile banda che ci fosse, ai miei tempi.

Ci salutammo da lontano, io e Castel, sbracciandoci sulle bici a tutta velocità; che sincronismo! A pochi metri l’uno dall’altro inchiodammo entrambi le ruote di dietro e facemmo compiere ai nostri mezzi una bella sbandata controllata a semicerchio. Una coreografia perfetta quanto spontanea e improvvisata; peccato solo per il copertone. Castel era bello spensierato fuori da scuola. Gli chiederò di suo padre, una di ste volte, pensavo. Smontammo, parcheggiammo le bici contro la rete di recinzione del campo lì di fianco e ci mettemmo a guardare dentro: era un posto nuovo per entrambi.

L’erba era troppo alta per giocarci a pallone. E poi c’erano delle carcasse di ferro arruginito qua e là, forse erano vecchi macchinari, e un gran mucchio di assi di legno, là in fondo. Seguimmo la recinzione che ad un certo punto fu come inghiottita da un gran cespuglione, più alto di noi. Dicevamo che sarebbe stato bello andare dentro a curiosare un po’, a guardare se si capiva cos’erano quei ruderi arrugginiti e … colpo di fortuna: dove il cespuglione finiva la rete di recinzione era stesa in terra; poi si rialzava nel giro di un paio di metri, sempre sorretta da paletti di sostegno. Il cespuglio celava bene il varco. Ci fermammo lì davanti a ragionare. Pericolo vipere. O morsi di cane. Merde di cane. O contadino pazzo. Piante carnivore. Ma dai! Stavamo quindi per entrare quando dal nulla, credetemi, dal nulla comparvero tre figuri male assortiti.

- Fermi! Non muovetevi. Non guardate.

Il più mingherlino dei tre aveva parlato. Noi, immobili, li guardavamo.

- Non guardate!

Il mingherlino fece un passo avanti; avrà avuto un paio d’anni più di noi. Il più grosso fece un passo di fianco. Sembrava più giovane di noi, ma era un gigante. Il terzo alzò la fionda a 45 gradi. Aveva la faccia più inespressiva che avessi mai visto. Età indefinibile. Vestiti male. Io guardai Castel e lui guardò me; entrambi ci leggemmo nel pensiero: mamma! Voglio mia mamma.

- Qui è nostro. Adesso vi dobbiamo interrogare. Avanti!

e fece un fischio modulato mettendosi le dita in bocca, per avvertire i suoi complici. Cercai di farmi venire in mente un film adeguato: in mancanza di mia mamma dovevo cercare di portare a casa la pelle in autonomia e possibilmente anche quella di Castel; in qualche modo mi sentivo in colpa di fronte a lui e ancora di più di fronte a sua mamma, quella donna così sola. Cosa avrebbe detto Cary Grant?

- Questa è una strada pubblica — mi impuntai — Siamo liberi di starci quanto …

- Silenzio! Avanti — e ci spinsero dentro;

adesso eravamo nel loro territorio. A Castel tremava il mento e a me bruciavano gli occhi. Colpa della polvere, pensavo. Infatti facevo anche fatica a mandare giù. Che poi avevo la bocca secca, maledetta polvere. Però mi schiarii la voce e dissi:

- Questo è sequestro di persona!

Castel la prese al volo e disse, con una voce stentorea che non gli avrei mai immaginato:

- Mio zio è avvocato! State commettendo un reato!

Non dissero altro, ma continuarono a sospingerci verso il mucchio della legna là in fondo: si erano disposti in modo da tagliarci ogni via di fuga; avevamo la recinzione di fianco, il piccoletto due passi dietro noi, il grosso un po’ più avanti e di fianco e il freddo con la fionda molto indietro e di fianco, con tutto sottocchio e la possibilità di falciarci in un attimo. Vacca boia, erano proprio dei professionisti.

- Ve ne pentirete — mugugnai rivolto all’indietro; poi mi avvicinai a Castel, gli toccai un braccio e dissi piano che dovevamo stare calmi e nessuno si sarebbe fatto male; era la frase perfetta per prendere fiato e riordinare le idee.

In quel momento il mucchio di assi prese vita: un legno si spostò di fianco e una testolina bionda fece capolino; poi dietro apparve un testone riccioluto e moro. Altra asse che scivola via sull’altro lato del mucchio e altre testoline che saltan fuori. Alla fine saranno stati sei o sette, si disposero a semicerchio dietro al mucchio per accoglierci. Più ci avvicinavamo e più il mucchio assumeva un aspetto strutturato e funzionale. Era una specie di fortino, sarà stato 3 metri per 2 di pianta e alto da 1 a 2 metri; da una parte c’era come una terrazza, un metro per un metro, col piano ad un metro da terra e un parapetto di vari materiali accatastati tutto intorno. Era un punto di osservazione favorevolissimo, si poteva sbirciare tra le fessure e anche infilarci una cerbottana, alla bisogna. Si erano costruiti una gran bella tana, niente da dire.

Ci fermammo nello spiazzo dietro al fortino, al centro di una decina di ragazzi malvestiti, mai visti prima, facce così non si scordano; a parte la fredda indifferenza del tiratore di fionda c’era una gran varietà di espressioni forti, e tutte ostili. Ci girammo lentamente da una parte e dall’altra, io e Castel, sempre a stretto contatto di gomito, non sapevamo cosa fare ma cercammo di farlo con dignità, a schiena dritta. Siccome nessuno diceva niente mi rivolsi al mingherlino:

- Allora?

per tutta risposta lui guardò in fondo alla recinzione e sorrise appena; mi voltai da quella parte anch’io e così fece Castel. Un brivido ci percorse: proprio in quel momento stava arrivando il Capo.

Camminava veloce ma senza fretta, con due sottoposti subito dietro di lui, di qua e di là, a fargli da ali. Guardava dritto verso di noi, ma senza fissità. Era vestito di scuro, questo me lo ricordo bene, e per niente impolverato o tantomeno sporco, come invece era la maggioranza della sua squadra. Appena fu a tiro il cerchio si aprì armoniosamente e lui si avvicinò a noi, appena un passo più avanti degli altri.

- State commettendo un reato — disse Castel, stavolta con un filo di voce — mio zio è avvocato.

Fissai il Capo negli occhi, con severità. Lui sostenne lo sguardo, poi fece al mingherlino:

- Allora?

- Li ho beccati qui fuori a sbirciare — fu la sua risposta, in tono fangoso — per me son della Banda della Morte, mandati a spiarci.

- Ma è assurdo! — esclamai io con un tono tra l’incredulo e l’offeso, roteando gli occhi al cielo — noi della Banda della Morte? Ma si è mai visto … non abbiamo teschi, non abbiamo neanche un serramanico che sia uno … voi! Voi siete della Banda della Morte!

Un mormorio si alzò dalla cerchia dei cenciosi e tutti ci guardarono in modo ancora più aggressivo, tranne il Capo che continuava a studiarci con gli occhi a fessura, le mani appoggiate ai fianchi. Anch’io socchiusi gli occhi e lo guardai con intensità. Avrà avuto un anno più di me. Non più di un anno, ma doveva averne viste di tutti i colori.

- Che scuola fate? — chiese secco.

- Guido Novello, seconda I — disse pronto Castel

- Noi non siamo della Banda della Morte. Mai spiato nessuno. — aggiunsi io — Noi esploriamo posti nuovi. Non sapevamo che questo posto fosse vostro. Se l’avessimo saputo non saremmo neanche venuti. Non vi avevamo nemmeno visto. Siete mimetizzati molto bene. Se vi avessimo visto saremmo andati via subito e se non ci avesse spinto dentro questo qui — feci segno col pollice, come un autostoppista, verso li magrolino — magari non avremmo neanche scoperto la vostra base, è nascosta veramente bene …

e man mano che lisciavo il Capo la tensione si scioglieva, tranne il mingherlino che capiva di aver fatto una cazzata e il fiondista che aveva l’antigelo nelle vene.

- Sembra un mucchio di legna qualsiasi e invece … c’è anche una torretta, mi chiedo come faccia a stare su così bene … ma quanti ne tiene? — il Capo mi lasciò finire di sviolinare, ma ero sincero, poi si voltò e disse:

- Alla Novello ci vanno i fighetti; questi due non ci daranno problemi, non senti come parlano, essimo, endimo — ci sorrise beffardo, usci dal cerchio sempre seguito dai suoi due sgherri e si appoggiò con le spalle alla recinzione, per godersi lo spettacolo.

- Io vado alla Novello — un ragazzino si mise a camminare goffamente in mezzo al cerchio — e se mi dai un coltello — e brandì un immaginario pugnale, in alto, col braccio teso — va a finire che — finse di inciampare e si accucciò a terra — me lo pianto nel culo! — e tutti giù a ridere … io e Castel ci guardammo sorridendo di sollievo.

- Io sono un fighetto figlio di papà — altro saltimbanco in mezzo al cerchio — che il coltello non ce l’ha! — un paio si fecero sotto a farci vedere i loro serramanico e gli facemmo i complimenti, gran bella lama, mentre cercavamo di uscire dal cerchio senza dare nell’occhio. Ormai il gruppo era tutto intento a sparare cazzate, prenderci per il culo e sghignazzare sguaiatamente, mentre il Capo se ne stava in disparte. Allora mi feci sotto e mi presentai, nome e cognome, e lui rispose solo Guido, un nome così, semplice, corto. Un nome probabilmente temuto e segretamente sbeffeggiato, forse amato. Gli chiesti da quanto avevano quel posto, da quanto aveva la sua banda.

- Un paio d’anni, c’è chi viene e chi va. Forse i miei cambiano città, finestate, mio babbo salda sulle piattaforme, in mare, e allora me ne andrò anch’io. Peccato perché era il massimo come forte.

- Sì, davvero. Quanti ce ne stanno dentro?

- Tra dentro e sopra ci stiamo tutti e 13.

- 13

- Sì, 13. Porta fortuna.

- Fortuna! Vero. E cosa fate qui tutto il tempo? Che giochi fate? Non c’è mica una porta da calcio; e poi l’erba …

- Non abbiam tempo per giocare.

- No?

- Dobbiam difenderci.

- Da chi?

- Eh!

- Eh?

- Questo posto è il massimo. Dobbiam difenderlo.

- Chi lo vuole?

- Se non lo difendiamo ce lo portano via

- Ma chi?

- E dopo lo difendono loro.

- Loro chi? La Banda della Morte?

- E non riusciamo più a riprenderlo.

- Perchè?

- Perchè è il massimo per la difesa.

- Ah …

- Voi quanti siete?

- Come quanti? Siamo in due, io e Castelli.

- No, dico la tua banda, quanti siete?

- La mia banda? No, ma io abito al villaggio e Castelli qui vicino nella zona nuova.

- Ah! Al Nullo Baldini. E lì quanti siete?

- A beh lì siamo … saremo una ventina, contando anche i piccoli.

- Come i piccoli? No, la tua banda, gli uomini, quanti siete?

- Banda …

- Ascolta, se mi porti anche solo sei uomini, ma buoni, ti nomino mio vice.

- Eh?

- L’unione fa la forza. Capito? Seguimi — si mosse verso il fortino, verso l’interno della capanna, cioè, coi suoi due angeli custode alle costole; io chiamai Castel con gli occhi e gli feci segno di venir dentro anche lui.

Bisognava abbassare le testa, curvarsi bene, ma poi si entrava proprio dentro la capanna.

C’erano tre grosse casse di legno a fare da pilastri, messe per il lungo e sopra delle tavole da cantiere a fare il piano della terrazza e una lamiera ondulata a fare da tetto alla camera principale. Questa era la struttura portante, l’armatura principale; poi c’era una quantità infinita di assicelle, paletti, tavolette, sfogli, schegge, sistemati con millimetrica pazienza a chiudere varchi, a sostenere qualcosa, a contappuntare e controventare; il fortino era come un organismo di grande complessità; non avevamo mai disegnato niente del genere io e Alex; notai che non c’era neanche un cavo elettrico o un tubo di ferro; era pressochè tutto legno, di un milione di varietà e incastrato a formare agglomerati uno diverso dall’altro. Ecco, non c’era un progetto che tenesse tutto insieme, almeno non si vedeva. Le cose stavano su come rampicanti di razze diverse e tutto abbracciava le tre casse di base con una specie di affetto muto e ostinato. I miei occhi andavano su e giù a strafogarsi di dettagli. Che vacca d’una capanna! Ci saran voluti mesi a tirarla su. E giorni a sistemarla dopo ogni temporale. Quanta dedizione. Quanto coraggio, senza un progetto che garantisse un qualcosa.

Ci sedemmo su dei bidoni rovesciati, noi tre. Il mingherlino si fece sotto ma il Capo lo mandò fuori in pattugliamento. Poi fece cenno ai suoi di chiudere, un gesto breve con le due mani verso il petto, e quelli iniziarono a spostare roba. In un attimo si fece buio, poi gli occhi si abituarono e cominciò a filtrare luce: attraverso le fessure si riuscivano ad intravedere i movimenti della gente fuori. Era davvero un posto inattaccabile; nella fantasia ai nostri occhi dilatati si presentavano scene di battaglia coi nemici infilzati da frecce e pirucchini partiti dal nulla …

- Se ti unisci a me con almeno 5 uomini ti nomino mio vice. Quello che ho adesso, Giova, non capisce un cazzo. Strafa e non fa. Hai visto anche te, no? Non tira su nessuno, non istruisce. Stessa proposta per te, Castelli: portamene 5 e sei anche tu vice, ma non ne trovi neanche la metà adesso dalle tue parti, vero? Ci vorrà del tempo e non so se si farà in tempo. Qui non riusciamo più a difenderci come si deve, di continuo cioè, ci son dei giorni che uno è di qua, uno è di là, uno è malato, uno non lo fanno uscire perché è andato male a scuola e deve studiare … cazzo, se lo vengono a sapere … se lo vengono a sapere vengono e ci chiudono fuori. E poi non li mandiamo più via. Qui è fatto come si deve. Lo so. L’ho fatto io, l’ho fatto apposta così, questo posto.

- Guido, ci dobbiamo pensare — dicemmo io e Castel all’unisono.

- Va bene. Pensateci allora.

Restammo in silenzio. Era fresco. Qualcuno saliva sulla terrazza e i legni scricchiolavano. Poi diceva “tutto libero” e scendeva. Guido ogni tanto girava la testa e una lama di luce gli disegnava il profilo. Mi sembrò una persona molto sola, prigioniera del suo mondo. Pensai che era meglio se i suoi si dovevano trasferire, così avrebbe ricominciato una nuova vita da un’altra parte. Ma forse ce l’aveva in testa, il fortino assediato, e se lo sarebbe portato sempre dietro, povero Guido.

- Dobbiamo parlarne coi nostri, non è che possiamo decidere qui.

- Va bene. Parlateci allora.

Voglia d’aria. Guido ci mostrò come spingere appena le assi per poi metter fuori una mano e farle scorrere. La luce faceva male. La banda adesso era dispersa nel campo, chi provava a smontare un vecchio macchinario, chi raccoglieva delle bacche per spararle con la cerbottana, chi chiacchierava stravaccato sull’erba, arrotolando pirucchini. Ogni tanto un richiamo li faceva fremere: il nemico ancora non si vedeva, ma … tutti pronti, sempre e comunque.

Guido ci accompagnò fino al cespuglione. Non uscì da quella parte. Noi gli stringemmo la mano, tornammo alle bici, ciao Castel, ne abbiam domani da parlare e poi dritti a casa, che tra poco imbruniva. Mentre pedalavo via pensavo a loro che ci avevano visto arrivare, che si erano rintanati, pronti a respingerci. Eravamo stati il loro nemico, oggi. Finalmente. Ne avrebbero parlato per giorni. T’immagini. La volta che abbiamo beccato i due spioni … manica di matti. Oltre tutto neanche una femmina in giro a far frizzare un po’ l’ambiente. Che posto di merda. Col cazzo Guido che mi unisco! Però hanno una vacca di capanna a due piani spet-ta-co-la-re.

-

Da quel posto girammo sempre al largo; sparsi la voce tra i miei amici e classificammo il campo come pericoloso causa contadino pazzo. Non si poteva parlare esplicitamente di Banda della Morte e poi come ho detto non avevamo le prove. Venne l’estate, scuole finite, giochi tutto il giorno e poi a settembre successe una roba … ci invasero, al villaggio! Si, un pomeriggio sul tardi arrivarono i barbari, in bicicletta, saran stati almeno una trentina, no, forse meno, tutti più grandi di noi, brutti, sporchi e cattivi.

Stavamo giocando una partitella tranquilla a calcio, sei contro sette con una porta sola e ad un certo punto il portiere si bloccò a guardare dritto davanti a lui mentre il pallone rotolava in rete. Non reagì nemmeno alla bordata di insulti che gli lanciammo; alzò invece il braccio, lentamente, a indicare qualcosa là in fondo. Eravamo in uno spiazzo erboso tra i condomini del villaggio dove avrebbero dovuto tirar su l’ennesimo palazzo ma i lavori non erano ancora partiti e noi nel frattempo ci avevamo tracciato il nostro campetto da calcio. Non c’era niente che separasse il campo dalla strada, cioè da via Agro Pontino; l’erba finiva e basta. E dove finiva l’erba, dove puntava l’indice muto del portiere, dove convergevano adesso i nostri sguardi, c’erano i barbari, a cavallo delle loro bici.

Istintivamente ci radunammo. Erano tanti, più di noi, troppi. Occupavano un pezzo di marciapiede lungo come il camion a rimorchio che ogni tanto parcheggiava lì. Stavano zitti e ci guardavano. Il brusio si sparse tra noi:

- è la Banda della Morte!

- ma cosa vorranno?

- rubano le bici!

- no, vogliono il campo…

- il campo no!

- facciamo finta di niente, magari se ne vanno.

- questo è il villaggio, non possono entrare, è privato.

- non è privato.

- ci sono i cartelli!

- nei cortili; qui è come la strada …

- facciamo finta di niente.

- sì dai continuiamo a giocare …

Il pallone tornò tra i piedi e Flavio, che era il migliore di noi, si esibì in alcuni controlli volanti e palleggi da funambolo, non poteva farne a meno quando c’era qualcuno che guardava. Pensai che andava bene impressionarli, mica eravamo dei bambocci, ci sapevamo fare col pallone. Con la coda dell’occhio li controllavamo; s’erano messi a parlottare. Poi si mossero, appoggiarono le bici tra loro per farle stare dritte, tipicamente barbaro, e alla fine saltò fuori il loro pallone! Se lo mise sotto braccio quello che sembrava il capo e si accinsero ad entrare nell’erba dalla parte opposta a quella in cui giocavamo noi. Fummo scossi da un brivido di indignazione e ci fermammo a guardare, congelati. Era il loro turno di far finta di niente. I più adesso stavano spaparanzati per terra a far delle chiacchiere e gli altri si misero a palleggiare e poi uno andò in porta e cominciarono la loro partitella, caratterizzata da schemi rozzi, entrate fallose e grida belluine. Come se niente fosse. E si espandevano: erano un bel po’ e tendevano ad invadere anche la nostra metà campo.

Ricominciammo subito a giocare, per segnalare che non avevamo nessuna voglia di sgomberare. Dopo qualche minuto successe un incidente a centro campo: uno dei nostri fu travolto e buttato giù da uno dei loro che era andato a recuperare un rilancio lungo del loro portiere e subito se la svignò ricongiungendosi agli altri; urlammo indignati ma niente, quelli continuavano a trotterellare senza fretta. La cosa si ripetè poco dopo e poi ancora e ancora: qualcuno dei loro deliberatamente buttava la palla da noi e qualcunaltro scendeva come una slavina per farci del male. Colpiva e si ritirava. Scaramucce sulla linea di confine, un classico. Poi Flavio, che aveva un gran occhio, giocò d’anticipo: corse incontro alla loro palla, l’addormentò al volo, con una finta di corpo scartò secco il barbaro lanciato al recupero e spedì la palla nel cortile del palazzo di fronte con una parabola alta e beffarda. Che si fottessero.

- UE! COGLIONE! — in un attimo tre dei loro gli furono addosso e lo strattonavano e lo spintonavano e Flavio cercava di sgusciare via ma quelli lo tenevano per la maglia e lui gridava è fallo è fallo!

Ci facemmo sotto ma eravamo in evidente inferiorità numerica; quelli si mettevano in due o tre a isolarci uno per uno. Tutti urlavano. Le mani si alzavano a minacciare. Mi ricordo un piccolino che apostrafò il barbaro che si accingeva a scavalcare il muretto del cortile per andare a recuperare il pallone:

- proprietà privata! non sai leggere il cartello, somarone…

se la diede a gambe appena quello gli ringhiò addosso e mentre scappava rideva e si teneva una mano tra le gambe, come se gli scappasse forte la pipì. Otto anni e aveva già insultato un grande, da solo; che soddisfazione!

La folata di rabbia e urla si spense e ci rimettemmo tutti a giochicchiare, ma la tensione era forte. Fu il loro turno di sparare via la nostra palla la volta che facemmo un passaggio lungo parallelo alla linea di centrocampo: uno si buttò appositamente di qua per sassare via un pallone che non gli dava alcun fastidio. Invece di cadere nella provocazione e inscenare una reazione, che più che inscenare non avremmo potuto fare, dopo un breve conciliabolo formammo una delegazione con tre dei nostri, Flavio davanti, e la mandammo a negoziare. Ci misero un po’ a trovare l’interlocutore giusto, mentre si muovevano tra i loro lazzi.

- possiamo fare una partita regolare, 11 contro 11 se volete, invece che stare qui a bisticciare.

- regolare! giusto, dai, tutti in piedì, noi giochiamo e voi guardate, ah ah ah!

Avevano scambiato la nostra attitudine al negoziato per debolezza, che barbari! Effettivamente si alzarono tutti, alcuni controvoglia, formarono le squadre e presero posto in campo, spintonandoci via. Fu un susseguirsi di microrisse. Nessuno voleva mollare. Noi poi avevamo il fattore campo, avevamo il popolo dalla nostra. Infatti molti piccolini si ingegnavano ad intrufolarsi nelle mischie per mollare il loro calcetto nello stinco del barbaro, fastidioso più che doloroso, ma contribuiva ad esasperare quella masnada di invasori che per quanto rozzi e incrudeliti non riuscivano a controcolpire con piena convinzione quei gracili marmocchi indomiti che infatti appena potevano si riproiettavano dove la pugna insisteva più confusa a punzecchiare e infastidire, fiaccando il nemico.

Le femmine poi! S’era sparsa la voce e quelle erano accorse con solerte curiosità e avevano preso ad attraversare il campo con grazia e lentezza, carrozzine e bambole al seguito, protette da un’invisibile manto di tenerezza che induceva titubanza anche nel più bieco di quei figuri, distraendolo ed aumentando la sua vulnerabilità.

Su quel campo, per quel giorno, a calcio non si sarebbe più giocato. Si cominciavano anzi a vedere i primi nasi sanguinanti da ambo le parti.

Poi di nuovo la foga si prosciugò, le armate si separarono occupando le rispettive metà campo. Rifiatare. Succhiare le ferite. Parlottio. Massaggiare le botte. Analisi costo opportunità. Che fare? A toglierci dall’indecisione furono loro: ecco che arrivava la loro delegazione, con dentro il capo, un mingherlino saltellante e un bestione ondeggiante.

- trovate il vostro campione — disse il capo — si deve battere col nostro — il bestione sorrise mettendo in mostra i denti — chi vince si tiene il campo fino all’inverno. Lui è l’arbitro — il mingherlino si inchinò. — avete 5 minuti.

E se ne andarono a far scaldare il grosso. Noi ci guardammo sgomenti al pensiero del sacrificio imminente: chi si sarebbe immolato? O tanto valeva arrendersi? Poi si fece avanti Martini e disse che ci voleva Vanni, 18 anni compiuti e un posto da avventizio alla compagnia portuale; i facchini cioè.

- Vanni lo stende, quello! Ma ci devo andare io a chiederglielo, perché mi deve un favore — benedicemmo i suoi traffici e lo incoraggiammo ad andare, e di corsa! Intanto dall’altra parte cominciavano a salire gli incitamenti, Miro, Miro! e le sguaiatezze. Quando si mossero per venirci a pestare, dall’altra parte della strada comparve la coppia Martini Vanni, come l’articolo il, accolta dalle nostre alte ovazioni di gratitudine. I due parlottavano ancora. Ebbi il timore che Vanni non sapesse ancora tutto. Aveva una faccia da punto interrogativo; si fermò di botto, agitando le mani contro Martini, poi prese a taburellarsi la fronte mentre faceva domande retoriche al nostro rabbuiato portavoce. Ci dividemmo: chi prendeva tempo coi barbari, chi andava ad implorare il nostro campione. M’hanno detto che risolse Martini, quando chiese a Vanni se aveva paura di “quello”. Narici dilatate. Era fatta.

Lo portammo al cospetto del trio; si guardarono sciabolandosi di luce col bianco dei denti; negoziammo la conduzione dell’incontro con due arbitri, mettendo dentro anche il nostro Martini proprio con lo scopo di tenerlo vicino a Vanni in modo che potesse continuare a stimolarlo … cioè a tenerlo incazzato con le sue provocazioni e tutto iniziò quando lasciammo i due combattenti al centro di un enorme cerchio di persone dove ci trovammo mescolati a loro, tutti proiettati a incitare, ad insultare, ad urlare ed eventualmente a spintonare il vicino e a sedare piccole risse.

Intanto i due facevano circling roteando lentamente i pugni vicino alla faccia. Poi il grosso tirò un calcio di fianco e Vanni prese al volo il piede con una mano e un po’ lo tenne in sospeso mentre un unico urlo esplodeva tra gli astanti, ma quell’altro fu lesto a scalciare e liberarsi. Subito Vanni tirò un gancio al viso ma era corto e mentre il braccio gli andava lungo quell’altro indietreggiò solo col busto e poi gli sparò un pugno di sinistro dritto nelle costole; Vanni accusò, rincagnandosi rattrappito. Alto il loro ruggito si alzò e il grosso fece due passi avanti per finirlo ma Vanni venne su come una molla e gli assestò una testata al mento che lo fece barcollare. Una testata! Fronte del porto.

Esplose la protesta dei barbari che non ammettevano testate. Noi urlavamo qualsiasi cosa solo per aumentare la confusione. Il problema è che se la stavano prendendo con Martini che secondo loro, in estrema sintesi, non arbitrava in modo equilibrato. Intanto i due contendenti facevano fermentare la loro rabbia, perdevano di vista il contesto e si concentravano sulla specifica distruzione dell’altro. Ricominciarono a girare in tondo, traendo dietro di loro i due arbitri con forza magnetica; i tifosi tornarono ai margini, a compattare il bordo del crogiuolo ribollente della lotta. Davanti agli occhi avevo un sole basso che imburrava la polvere alzata dai combattenti e le loro sagome scure danzavano nella luce vibrante. Si avvinghiarono, si separarono subito come sparati via dai nostri boati, tornarono a contatto e partirono raffiche ravvicinate di pugni al viso, colpi simmetrici che finalmente scelsero di colpire piuttosto che difendere. Vidi schizzi incendiarsi in controluce, di sudore di sangue di sputo non so. Speravo che fosse sangue, inutile girarci attorno. Sangue, vittoria, vita. Rotolarono a terra con le braccia avviluppate e il cerchio di gente gli si chiuse quasi sopra, a vedere da vicino cosa succedeva, ma gli arbitri si misero in mezzo e li fecero rialzare, mentre noi arretravamo. La pausa durò un attimo e subito ricaddero uno addosso all’altro. Si percepiva la fretta e tutto diventò più confuso nella luce calante. Adesso urlavano anche loro, i due combattenti, per prevalere sull’altro con tutti i mezzi possibili. Questa è l’Iliade, pensavo, altro che le gnole incompresibili che si leggevano a scuola. Questo sangue, questa luce. Avremo il nostro campo, almeno fino all’inverno. Se Vanni ce la fa.

Si erano avvinghiati a terra fino a bloccarsi. Si vedevano le loro facce sporche e stravolte che trangugiavano aria e sputavano urla, paonazze nello sforzo. Poi ci fu come un rallentamento, credo di averli visti parlottare concitatamente, mentre ancora tentavano di stritolarsi con gambe e braccia; se ne accorsero tutti, perchè le urla si affievolirono in fretta e li vedemmo rialzarsi lentamente, il viluppo di membra trasformarsi in sostegno reciproco e … si aiutavano!

Eccoli in piedi ognuno con un braccio sulle spalle dell’altro.

- PARI! — gridarono all’unisono — pari — soffiarono fuori l’esito in maniera definitiva — pari.

- PARI! — gridammo tutti saltando di gioia — pari — senza sapere bene cosa potesse significare — pari. — ma nessuno lo sapeva, eravamo proprio pari. Ci abbracciammo, anche col nemico.

Ogni gruppo accolse il suo campione circondandolo con affetto misurato, che erano belli pesti tutti e due. Ci voleva dell’acqua e si formarono due delegazioni che accompagnarono i reduci alla fontana, proprio sotto il cavalcavia pedonale. Io rimasi con Flavio e gli altri a negoziare le condizioni. E fu semplice.

- Stata battaglia vera. — disse il loro capo — Divertito proprio.

- Pari. — disse Flavio — Non cambia niente.

- Cambia niente, sì. — disse il loro capo — Campo vostro. Torniamo quando vogliamo. Ah ah ah!

Non ci parve il caso di sottilizzare. Passammo i seguenti minuti a fraternizzare con i barbari. Con misura. Cercavo con gli occhi Guido, ma non lo vidi. Forse la sua famiglia si era proprio trasferita. Noi oggi avevamo giocato in attacco. Va bene estote parati, ma certe cose le capisci solo facendole, puoi mica vivere di preparativi, pensavo fra me. O forse ricordo male. Forse lo penso adesso. Comunque non si riuscì a capire se erano della Banda della Morte. Io penso di no, troppo rozzi. Se lo erano veramente, ci fregavano che non ce ne accorgevamo neanche, noi quattro sfigati di periferia. Anzi no, se lo fossero stati, nevvero, ci avrebbero, essimo, endimo … E invece mah, chissà, boh?