Il diritto al dovere


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima che finisce l’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt’intorno.

E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c’hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.

Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.

Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.

Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.

E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.


Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione — di cui si fa pur sempre ancora parte — in funzione di ciò (il farsi i fatti propri, in questo esempio) che era solo un modo per stare bene insieme e che è diventato così il contenitore di tutto.

— Partita a PES?

— Ma la tua ragazza?

— È a casa, credo.

— Ah, vivete sempre lì?

— No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.

— E perchè, andava male?

— No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?

— In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?

— Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.

— Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.

— Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!

— Pressarla?

— Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?

— Capisco. Ma, scusa, l’amore lo fate ogni tanto?

— Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all’altra.

— Bello.

— Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all’indipendenza all’interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.


Originally published at www.bloggaccino.it on May 2, 2015.

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