il poetry slam è quella cosa che se ci sei anche tu allora voglio vincerlo a tutti i costi per farti vedere chi sono io. ma non è che vinco. è che ti devasto, ti schiaccio, ti umilio. ti rendo una poltiglia.
è che ti amo. tu sei bella come era bella la mia più bella compagna di classe alle elementari, quella di cui mi sono innamorato secco senza manco sapere di essere innamorato di lei. tu sei meglio di lei. sei meglio di meg ryan in french kiss. e soprattutto ti muovi uguale. scoordinata e buffa.
comincio con il bere il primo negroni alle sette e un quarto. ti vedo che rovisti di tra i tuoi fogli a cercar le poesie. io ti amo, ma tu scrivi da schifo. non ci posso fare niente. non è un giudizio sulla persona. è un giudizio sulla scrittura. ovviamente non te lo posso dire. anzi son tutto sorrisi e cordialità.
l’ultima volta che ti ho vista era uno slam a milano. tu hai vinto. la gente proprio non capisce un cazzo. è chiaro che non ha votato la tua performance ma le tue tette. è chiaro che con le tue tette non si può competere. ok, è vero, io ero nella giuria e i 9,3 si son sprecati. volevo dare di più, volevo dare dei 10, alle tue tette, ma non volevo dare nell’occhio. poi lo sai, il voto più alto e più basso vengono levati dal conto. contano solo i tre voti in mezzo.
io, solo, non ho capito se hai capito che ti amo. in realtà non ho capito neanche se hai capito che a questo giro partecipo anche io allo slam. in realtà realtà non ho capito se hai capito che io sono bravuomo. quel bravuomo là. proprio quello là. quello che sovrabbonda di con le preposizioni. per fartelo capire, chi sono io, non solo ti farò vergognare dei tuoi versi, ma dopo avermi incontrato in uno slam capirai che non è cosa per te.
per fatelo capire mi ti avvicino e ti dico: offrimi un negroni.
tu mi guardi come in tralice, direbbero quelli bravi. mi guardi come di soppiatto, direbbero quelli bravi. mi guardi di traverso, dico io. e io che non son ancora sverso, mi ripeto. offrimi un negroni. tu finalmente alzi completamente gli occhi dai tuoi fogli maledetti e li posi e io ti fisso le tette. poi mi sorridi e dici: ok.
porca miseria. dimenticavo le tue tette. quelle sono pressocchè imbattibili.
mentre andiamo verso il bancone ti dico: io son bravuomo. lo so chi sei, mi rispondi. e puoi anche smetterla di fissarmi le tette. aggiungi. è che sono imbattibili, ti dico. come? mi chiedi. no, niente.
allora, bevo il secondo negroni alle otto meno un quarto. lo slam è alle nove. c’è tempo per berne un altro paio.
io studio gli avversari. niente di preoccupante. un semi-rapper, una lesbica convinta, due o tre scarsi, carne da macello. uno bravo ma lo batto sempre. una brava nonostante sia una femmina. e te.
in giuria ci son due maschi una femmina e due lesbiche.
teoricamente ho già perso. le tue tette vinceranno. vai su con la prima poesia. una roba melensa e banale sulla morte di una bambina nella striscia di gaza. a metà lettura fai finta di impappinarti e, così pare, sovrappensiero fai saltare un bottone della camicetta bianca. sancrata. bastràda.
la giuria ti dà voti altissimi.
la faccio breve perché ho solo più cinque minuti.
passiamo i vari turni e in finale siamo io, te e quello bravo che batto sempre.
a questo punto il buon senso mi direbbe di farmi un altro negroni, ma sarebbe il quinto. allora faccio quello che faccio sempre in questi casi: improvviso.
mi metto in un angolo. per fortuna sono l’ultimo a salire. giro secco, un pezzo a testa. votazione e proclamazione vincitore.
mi metto in un angolo e improvviso un pezzo. una poesia d’amore. per te.
improvviso all’improvviso un pezzo per te
per decidere se dirti che ti amo e se
amo più te o più il tuo seno
se questo gioco che è l’amore vale più o meno
di prender su e darti un bacio
sul mento
niente. vado su barcollando con il mio solito pezzo che spacca. biascico come al solito ma non m’impappino. nella testa mi ripeto che il negroni è mio amico. tu mi guardi un po’ interdetta, ti richiudi la camicetta.
io ti amo ma non ce la faccio. forse dovrei farti vincere, forse non dovrei barare.
invece vinco e cerco di venderti il mio libro di racconti del piccolo bastardo.
tu te ne vai via incazzata perché in fondo sei un po’ stronzetta.
io cerco di scroccare il numero sei alla barista. poi mi accendo una sigaretta.
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