Bacini e Cinzano ai Magazzini

(Pop) senza chiedere più scusa

12/02/2017 / Ex-Otago @Spazio Musica PV

In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Vangelo secondo Matteo 18, 10

La prima volta che ho sentito un pezzo degli Ex-Otago ero al secondo anno di filosofia in Statale. Ma dentro ero ancora lo studente giudizioso del liceo scientifico di Rozzano e l’orgoglioso abbonato di quel relitto che oggi è Il Mucchio Selvaggio. Credo di avere scaricato il disco (Tanti saluti, 2007) da DC++ o WinMX. Ricordo di aver pensato che il disco era spompo, che aveva un suono slavato e che l’inglese era ridicolo. Ricordo anche di aver pensato che, in manifestazione, quel disco mi avrebbe aiutato a imbastire eroticissime conversazioni con tipe che poi alla fine non avevo mai conosciuto. Come le avrei colpite con le Gazelle rotte, la mia kefiah rossa, la fascia elastica della Puma per tenere indietro i capelli.

Oggi gli Ex-Otago non mi sembrano niente di quella cosa e io d’altronde non sono niente (spero) del ragazzino che si agitava in Foro Bonaparte contro la riforma Gelmini.

Un paio di anni fa Guia Soncini scriveva su IL per l’uscita dell’ultimo disco di Jovanotti. Scriveva che Jovanotti “spacca” perché ha costretto chiunque a costruire una propria mitologia della sua scoperta. Perché fa innamorare le fidanzate e le mogli degli altri raccontando quanto e come e quanto imperfettamente ama lui la sua, di moglie.

Alberto Pernazza Argentesi, ex-Ex-Otago ed ex-coniglio rapper da Chiambretti

Maurizio Carucci, l’unico front man rimasto negli Ex-Otago (l’altro, il coniglio rapper di Chiambretti, oggi fa altro), sembra Jovanotti se Jovanotti fosse nato negli ’80. È un tipo da spiaggia, con le magliette slabbrate e sdrucite, un po’ di zeppola. Canta con quella faccia da tipo da spiaggia con cui vuoi fare amicizia perché hai paura che ti scopi la fidanzata. Sul palco, in scena, è perfetto e proporzionato: stringe il microfono con tutte le dita della mano destra, allarga le braccia, le alza al cielo e sembra San Siro anche questo buco a seimila gradi appena fuori dal centro di Pavia (lo Spazio Musica). Suona un po’ a caso una piccola drum machine, fa fischiare il microfono per sbaglio, canta e parla il giusto tra i pezzi. Sembra sempre in un film di Virzì. Sembra sempre sé stesso.

Hanno suonato tutto Marassi e ci hanno messo dentro un paio di cose di Mezze stagioni tra cui la cover di quello che, durante l’ultima stagione di X Factor, Manuel Agnelli ha definito “uno dei pezzi più brutti della storia della musica”, Figli degli hamburger e Costa Rica.

Costa Rica è un bel caso: è la storia di Michele che se n’è andato e vuole tornare, che è felice e sta bene, ma ricorda un sole diverso. Mentre suonano questa canzone io non riesco a non pensare a Love Boat, al recupero sentimentale delle sensazioni del piano bar agostano degli aperitivi al mare. Non riesco a non pensare che è una storia, questa canzone, che abbiamo sentito tutti raccontare a nostro zio almeno una volta e di cui abbiamo pensato che sì, era una bella storia da raccontare, così bella che bisognava mancare di qualunque senso del ridicolo per raccontarla.

Marassi è un disco con delle linee di basso paracule, le pianole che servono, i bpm della gente che piace, dei testi scritti con poco italiano molto dritto. Loro, dicevo, lo hanno suonato praticamente tutto e tutto un po’ così così, ma i pezzi sono quelli. Li gridi, sei contento. Siamo persone semplici alla fine.

Ed è un po’ così tutto ecco. Perché a parte il concerto e il ricciolino fetente che alzava le braccia per indicare il palco gridando e sollevando un odore di ora di educazione fisica che non sentivo da quasi 10 anni, a parte tutte le cose che comunque faccio e facciamo, Maurizio Carucci, gli Ex-Otago, ma pure Tommaso Paradiso e i Thegiornalisti, Giorgio Poi, Cosmo, Calcutta e compagnia, sono tutti Jovanotti in un senso rilevante, credo: hanno smesso di chiedere scusa per quel genere di profondità che non mi stupirei di ritrovare nella Smemoranda del mio compagno di classe più intelligente, che però aveva pur sempre 18 anni.

“Lasciateci sbagliare seguendo le nostre visioni e scoprirete che abbiamo qualcosa, qualcosa da dare”
“[…S]ono acqua e fuoco, mi contraddico, me lo consento”
“I partiti che sono scatole vuote e una bella costituzione”
“[…S]opra di me il cielo che mi fa sentire piccolo”
“E scoprire che sei proprio tu / la persona che ti ha fatto ridere di più / E scoprire che sei proprio tu / la persona che ti ha fatto piangere di più”

E poi il mare, ovunque c’è il mare e la tua bici rossa Atala che pedalavi a piedi scalzi, la sabbia che esce ovunque, dalle scarpe dai calzini e la nostalgia di quella sabbia, del caldo delle spiagge dei falò dei limoni della festa che non finisce e non ce ne andiamo e si vola e stiamo #senzaquesto e #senzaquello.

Sono pezzi sparpagliati di riflessioni che non hanno poi tutto questo spessore intellettuale ecco. E a me sembra che anche questo sia un pezzetto di un lavoro più grosso che sta facendo tutta questa nuova scena pop italiana.

Il recupero dell’estetica del benessere degli anni ’80 raccontati dai Vanzina (o il suo converso, la libertà di non lavare i piatti con lo Svelto), la scanzone del villaggio vacanze rivendicata come gesto di tenerezza, la figa e il fantacalcio, stare bene solo quando corri, i jeans normali e il passaggio ponte per quell’isola greca e poi per la Turchia. Insomma il disimpegno giovanile che diventa la cosa più totale da pensare, il racconto come solo gesto, come bellissimo meraviglioso gesto.

Una poesia che è in confidenza con la parte più superficiale (che non lo so se è peggiore) nostra, quella che ti fa scrivere un intero romanzo solo per scopare.

Insomma concerto bello, voto 8/10.

Però tornando da Pavia con poca nebbia ho pensato che “se ti fai poche domande, avrai tutte le risposte” lo avrei potuto scrivere sulla Smemoranda anch’io, ma me ne sarei dovuto vergognare oggi.

E invece, oggi, non mi vergogno più.