Caporetto Management

Il libro, la “lezione”

Leggetevi “Caporetto Management. Dalla disfatta alla vittoria. La lezione di Armando Diaz per i manager moderni” di Antonio Iannamorelli . Iannamorelli è un giovane ex politico, di un’epoca che affonda le sue radici nella passione per la storia, approdato da qualche anno al lobbismo e , pour cause, collaboratore e coinquilino d’ufficio prima a Reti e poi a Quicktop. Io l’ho letto proprio grazie a questa contiguità e forse sarebbe stato difficile farsi sorprendere dal titolo sugli scaffali pieni zeppi di celebrazioni spesso stucchevoli e un po’ scontate della sconfitta che preparò la vittoria.

Il libro propone, in una parte, una tesi non nuova ma presentata in maniera innovativa, gradevole e convincente. Il passaggio dalla disfatta di Caporetto, attribuita al generale Cadorna, alla vittoria (di cui si celebrano i cent’anni) di Armando Diaz, si deve molto, secondo l’autore, ad una gestione moderna, empatica, coerente e pervasiva, (per quei tempi) dei media, della comunicazione e persino delle “reti sociali” più vaste. Ritroviamo così le fake news, il bocca a bocca, la reputazione e tanto altro. Un percorso vivace ed interessante nella parte che passa per trincee, documenti, dispacci, diari, notizie, giornali d’epoca, meno nell’accostamento dello slang anglofilo da marketing. Insomma il rapporto tra storia e comunicazione tiene eccome. La tesi che la comunicazione sia stata decisiva allora per superare la crisi bellica e vincere è ben sostenuta, ed è la ragione per leggersi il libro. Convince meno (opinione personale) la “Lezione ai manager d’azienda”. L’idea che un un sistema di “comando e controllo” ordinato e stringente, da manuale della comunicazione d’impresa sia la chiave per affrontare le sfide del management, che serva uno schema fatto di schemi, di team, motivazioni, tools, trovate, impegno, interno ed esterno rischia ormai di risultare arretrata quasi quanto la comunicazione di Cadorna. Non è un difetto dello scrivente o della sua esperienza e nemmeno dei suoi studi, è un paradosso diffuso e poco indagato nella pratica. Chi “fa” comunicazione pensa troppo spesso che nella risposta ad una crisi il problema sia la comunicazione (cioè l’uso dei tool, la competenza specifica, l’analisi etc). Molto più spesso, invece, il problema sta in come è fatta, com’è diretta e come funziona l’azienda. In una azienda tuffata nell’informazione come ecosistema, nulla, nemmeno la comunicazione, può funzionare come in una moderna caserma o in un esercito. Nemmeno la caserme funzionano più così. Nulla di buono si può produrre , ad esempio, dalla presunzione d’essere grandi, forti, politicamente influenti o di sapere tutto e di controllare tutto. Anche tra i piccoli le cose non funzionano senza condivisione di informazioni, motivazioni, pluralismo solidarietà, dinamismo, senza provare e fallire- Nulla può andar bene senza un funzionamento a rete e di rete. Senza un aumento di capacità critica . Senza fiducia in una visione , mettendo in conto anche una perdita di controllo da chi si sente al comando. Senza queste doti non si conquista la leadership nè il mercato.

Un piccolo esempio della malattia autoimmune dei comunicatori-motivatori al comando (tranquilli fu reso virale da JF Kennedy nda) sta nella pseudoetimologia del termine cinese per “crisi” wēijī , o wei chi. Pseudo, appunto perchè secondo i più illustri sinologi infatti non, ripeto non mette insieme pericolo e opportunità ! Basta wikipedia , non serve il cinese. Eppure sta “crisi in cinese” riciccia ovunque.(qui due volte) Il problema dunque non è l’abuso di una citazione, ma che la citazione è una fake news e non ci si dovrebbe fondare alcunchè.

E’ invece riportato correttamente l’episodio di Luca Luciani dirigente Telecom che durante un discorso motivazionale disse ai suoi “Napoleone ha vinto a Waterloo”. L’errore è citato come “epic fail” comunicativo da tutti i “comunicatori” della terra, ma attenzione nessuno di loro dice che quell’errore nel 2008 ha rappresentato un problema limitato per il manager che non maneggiava bene la storia, che è rimasto un ottimo manager, che non ha causato alcuna crisi alla sua azienda e anzi ne ha accresciuto enormemente il valore in Brasile. E, a proposito di cronaca, Luciani che si è dimesso solo nel 2012, è considerato tuttora da Amos Genish (attuale AD di Telecom) uno dei manager di maggior talento .

Insomma la storia è molto utile per comunicare, ma non è tutto management quel che comunica.

Massimo Micucci