Zombi (Dawn of the Dead, 1978)

Per gli zombi non è un problema restare senza parole

Dal consumismo all’afasia, la metafora del morto vivente si aggiorna allo spirito dei tempi.

Sabato 1° aprile, il Teatro Regio di Torino ha ospitato un evento non proprio in linea con il suo abituale cartellone: “Creature della catastrofe. Gli zombi, un mito moderno”. Inserita nell’ambito della Biennale Democrazia, la serata è stata suddivisa in due parti. Nella prima il regista Dario Argento, il critico Steve Della Casa e lo studioso dei media Peppino Ortoleva hanno condotto una carrellata sulla storia del caro non-estinto: un archetipo che nella sua incarnazione moderna (battezzata da George Romero in La notte dei morti viventi) è in procinto di compiere cinquant’anni, ma che non appare affatto invecchiato. Anzi, mai come oggi domina il panorama horror, anche in latitudini extra-cinematografiche (The Walking Dead). Nella seconda parte è stato proiettato il classico Zombi (Dawn of the Dead), diretto da Romero e co-prodotto da Argento nel 1978, con l’accompagnamento live dei Goblin di Claudio Simonetti (autori della colonna sonora originale).


Per gli appassionati horror è stata una gran bella festa. Sia per la presenza di Argento, sia perché Zombi è una pietra miliare del genere. Appartiene all’epoca d’oro del new horror: quella sorta di Parigi-Anni-Venti in salsa truculenta in cui mossero i primi passi Dario Argento e Wes Craven, David Cronenberg e John Carpenter, senza dimenticare i deliri di serie B provenienti dall’underground italiano, dalla Spagna, dal Brasile, le solide escursioni nel mainstream (L’esorcista, Lo squalo), nella fantascienza (Alien) e gli esordi — in libreria — di un certo Stephen King. Insomma, il paradiso. O l’inferno, a seconda dei punti di vista. Giovani autori che mandavano in pensione le operazioni nostalgia della Hammer, rimettevano nel sarcofago Dracula, Frankenstein e la Mummia, esploravano territori vergini a colpi di machete, seghe elettriche e ossessioni varie (anticipando la deriva esplicitamente parodistica degli ’80: Sam Raimi, Nightmare, Peter Jackson…).


Ma Zombi è qualcosa in più. Qualcosa di politico. È il film in cui i morti viventi sono diventati per la prima volta un esplicito simbolo della società dei consumi. Dal punto di vista narrativo, seguendo lo stesso modello del suo predecessore, ci troviamo di fronte a un film d’assedio, ricalcato sugli schemi tipici del genere western. Ma se La notte dei morti viventi era ambientato in una normale abitazione di campagna, in Zombi il fortino dei cowboy-umani attaccato dai pellerossa-morti diventa un centro commerciale. Una calamita talmente potente da esercitare la sua influenza anche oltre l’Apocalisse. Nel film il mondo è sull’orlo dell’abisso, eppure tutti sentono ancora il richiamo della shopville: gli eroi umani in fuga, gli zombi (che — proseguendo nel parallelo con gli indiani d’America — vengono cacciati dal luogo in cui “vivevano”), fino alla gang di bikers che invade la scena nel pirotecnico finale, come una folle Cavalleria motorizzata.


Evidentemente condannato ad andare oltre la dimensione di semplice film horror, sabato sera Zombi ha aggiunto un paio di simbolici scalpi alla sua collezione. Il primo è il Teatro Regio: dal supermarket, tempio del consumismo, i morti viventi si sono arrampicati fin sulla più slanciata torre d’avorio dell’arte colta. Nel calderone in cui tutto si mescola (alto/basso, destra/sinistra), il pop è ormai ovunque. Ma lo spettacolo ha concesso un altro rumoroso inchino allo spirito dei tempi. I Goblin hanno suonato tutte le parti dove nel film è presente la colonna sonora: sia quelle in cui la musica accompagna scene d’azione, sia quelle in cui fa da sottofondo a dialoghi e sequenze parlate. Solo che dal vivo le tastiere, la chitarra e la batteria hanno travolto tutto, seppellendo le parole sotto una montagna di note. Ascoltarle, riconoscerle, comprenderle non è stato più possibile. Un’esperienza affascinante, stordente, che ha riprodotto in ambiente sonoro/visivo ciò che avviene altrove a livello grafico/testuale: la ribellione contro le parole.


Per secoli strumento chiave della comunicazione — orale, scritta, stampata — le parole stanno oggi perdendo la loro supremazia. Sui social scorrono immagini ed emoticon, con i testi ridotti a battute, invettive e commenti. I giornali online rispondono con infinite fotogallery orfane di didascalia. E gli zombi, dopo aver scimmiottato il nostro ondivagare nei centri commerciali, si fanno avatar della crescente afasia. Loro non hanno bisogno di parole: darwinianamente, sopravvivono meglio di tutti negli scenari horror del XXI secolo. Il vampiro? Troppo romantico e snob. Il serial killer? Troppo intellettuale e logorroico, soprattutto quello urbano (il raffinato eloquio di Hannibal Lecter, l’assassino di Zodiac che scrive lettere ai giornali…). In una società che vive sul filo del nanosecondo, le parole sono una perdita di tempo. Gli zombi sono istintivi, non riflettono ma reagiscono e sono subito riconoscibili: tu li vedi e pensi “ZOMBI!”, senza dover indagare sul loro passato, gli eventuali traumi infantili, le motivazioni, blah blah. Le immagini e la musica fragorosa sono più che sufficienti a celebrare il loro trionfale contagio.

(pubblicato originariamente su Il Pozzo di Cabal)

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