Milano è una città noiosa

Mi spiego meglio. Se sei nato in una città di mare, se non sei ambizioso, se non hai ‘fame’ di carriera intesa come voglia di prevalere sul prossimo a tutti i costi, se non sei un maniaco dell’apparire, se guardi con diffidenza i selfie di gruppo sui social (spesso con persone sempre diverse) postati a ogni ora della notte in locali differenti, bé allora ecco che cominci a non poterne davvero più. Gli aperitivi si susseguono, i dj set incombono, sedicenti artisti contemporanei proliferano, Saloni del Mobile e Fashion Week si ripetono ciclicamente e stancamente ogni anno. Ogni tanto c’è qualche evento eccezionale a rompere la monotonia regalando a questo solito tran tran mondano un po’ di colore. La visita del Papa, Pisapia e le sue serate arancioni…quest’anno c’è l’Expo il prossimo toccherà alla finale di Champions League (con Milan e Inter fuori anche dall’Europa League) e così via.

A molti piace. Tanti non possono farne a meno. Non pochi dopo un po’ si stufano. Ecco, più o meno qui ci sono io. Il problema è che tutto ciò, semplicemente, non fa per me. Non mi interessa. Mi annoia. Lo ammetto, per un periodo limitato di tempo può anche essere divertente, ma poi alla lunga stanca. Io ho bisogno del mio mare, di un buon libro (che magari lascerò in sospeso…ma questa è un’altra storia ☺) che mi gratifica più di un mojito e della presunta celebrità di turno, che peraltro spesso non ho mai sentito nominare prima di leggere il suo nome sull’evento Facebook…

Si dirà, ci sono tante altre cose. Vero, ma si ripetono sempre seguendo lo schema sopracitato. Cambiano i nomi, i luoghi ma non la sostanza: caffè letterario, vernissage, degustazione, food art, aperitivo filosofico, reading set e cosi via. Fuffa.

Un tempo c’erano, per citare qualche nome a caso, Rivera e Mazzola, Vecchioni, Beppe Viola e Jannacci. E poi Giorgio Gaber, i Gufi. Una città che coltivava se stessa, la sua storia e che accoglieva tutti senza per questo perdere le sue radici e la sua umanità. Perfino la criminalità era “Ligera” e ha contribuito, piaccia o meno, a creare una memoria condivisa. Poi negli anni ’80 è arrivata la Milano da Bere. Ed è stato l’inizio della fine. Qualche piccolo “fuoco” (Franco e Beppe Baresi, il Derby, e poi lo Zelig…) poi, non si sa chi, non si quando di preciso, Milano si è bevuta anche se stessa, la sua storia e la sua identità. Oggi Milano è un enorme aperitivo. Colorato e servito bene in un posto molto cool. Ma irrimediabilmente annacquato.

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