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Perché scrivere (e trasformare tutto in parole) mi manda in estasi



In realtà avrei voluto fare la rockstar.

Salire sul palco, vestita come Courtney Love o come una Blues Brothers al femminile. Ma non ho mai avuto una bella voce e, da piccola, l’incostanza di imparare a suonare uno strumento ha superato la voglia di sbattermi sul palcoscenico acclamata da chissà quale pubblico. Così, mi sono messa a scrivere.

E via di testi e controtesti, pagine web, post per blog, articoli per giornali (sì, anche quelli), presentazioni, slide, racconti e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, un bel misto di parole svomitazzate in rete, alcune utili, altre meno. Ma tant’è che la scrittura è diventata il mio lavoro e con il tempo sono (ADDIRITTURA) diventata una consulente. Cioè, in pratica mi chiamano quando non capiscono come si fa a stare in rete, a comparire tra le pagine dei risultati dei motori di ricerca e -soprattutto- a vendere online.

Ma a più di dieci anni di distanza dall’inizio di questa mia, come la vogliamo chiamare, carriera?, mi viene in mente una domanda: perché quando mi contattano per un nuovo progetto, il cuore quasi mi va alle stelle come se salissi, per l’appunto, su un palcoscenico?


I clienti


Qualche anno fa, una tizia mi chiese in cosa consisteva il mio lavoro. Dopo la mia breve spiegazione, lei mi disse: tu sei in pratica la baby sitter della versione online questa gente.

Esatto. La tizia aveva afferrato in pieno il concetto e descritto il mio lavoro in poche parole. Come cacchio avevo fatto a non pensarci prima? Se avessi guadagnato un sacco di soldi, l’avrei assunta subito.

La versione online di molta gente, è affar mio. Ma per ideare un progetto ad hoc (ma sì ma sì, le chiamano strategie), il mio primo compito è quello di entrare in contatto con queste persone e con i prodotti e/o servizi offerti. Devo conoscerle sia dal punto di vista professionale che familiare, reale, quotidiano. E delle caratteristiche della loro personalità, devo selezionare quali mostrare online e quali trasformare in parole.

La parte interessante quindi non è il lavoro in sé per sé, ma le storie di chi c’è dietro.


Il progetto, ovvero le idee


Una volta conosciuto il cliente, faccio delle analisi che non sto qui a spiegare perché non è la parte che preferisco, raccolgo dei dati, li segno su un quaderno (sì, scrivo ancora a mano), li osservo e chiudo tutto. Cervello compreso.

E succede.

Succede che tutte le informazioni che ho accumulato cominciano a connettersi contro la mia volontà. Davvero, una cosa incontrollabile che ormai conosco e riesco, più o meno, a sfruttare ma che prima non sapevo dove indirizzare. Ne vengono fuori idee che poi metto insieme in schemi e schemini vari che, messi insieme, riordinati e puliti, diventano IL PROGETTO.


Gli obiettivi


IL PROGETTO ha ovviamente uno o più obiettivi. Personalmente, non c’è niente di più eccitante di una serie di obiettivi raggiunti. Di una serie di obiettivi che tu hai fissato e che la tua esperienza, il tuo lavoro e le tue idee, hanno fatto sì che venissero raggiunti.

Questo è il momento in cui mi sento una rockstar. Come quando, alla fine di un concerto, i fan vanno in visibilio e chiamano il bis.

Ma le cose ripetute mi annoiano. Preferisco ripartire con qualcosa di nuovo, incontrare persone nuove, ascoltare nuove storie, partorire nuove idee e raggiungere nuovi obiettivi. Insomma, continuo a nutrire il mio entusiasmo così da poterlo usare, ancora e ancora, per creare nuovi progetti e per dare un po’ di soddisfazione alla rockstar che c’è in me.