In risposta a Salmon Magazine

Premessa: ieri Salmon Magazine ha pubblicato questa nota in cui constatava la chiusura di Interzona e dell’Officina degli Angeli, oltre che la riapertura del Kroen in ZAI.

Ci sono alcuni spunti di riflessione che vorrei formulare in risposta ai Salmoni.

In primo luogo, Interzona non è un club. Non conosco lo status o il progetto che sta dietro all’Officina degli Angeli, ma dopo 6 anni di lavoro volontario a Interzona, posso affermare con certezza che l’Associazione Interzona non si limita ad essere un club per concerti. L’offerta culturale di Interzona ha sempre incluso musica, cinema, teatro, arti performative e altre attività culturali (giusto per dare delle cifre, Interzona in 25 anni ha organizzato più di 600 concerti, 70 proiezioni cinematografiche, 73 eventi teatrali, 18 workshop), ricercando una programmazione che rispecchiasse varie forme di espressione culturale.

Inoltre invocare una professionalizzazione in stile imprenditoriale degli operatori culturali come conseguenza della chiusura della sede di Interzona significa non capire gli obiettivi che stanno dietro alla attività di questa specifica associazione.

In un’ottica di analisi dei processi, potremmo dire che Interzona non si interessa solo degli outputs finali, ma anche degli outcomes derivanti dal suo funzionamento. In parole povere: per come è pensata l’Associazione (secondo la mia personale interpretazione) non è importante solo programmare delle attività, ma anche capire in che modo ciò è stato fatto e come ci si è evoluti strada facendo. La grandezza e il limite di Interzona a mio avviso sta proprio nell’informalità delle relazioni, ed è una scelta di fondo: basarsi sul volontariato delle persone permette che chi si attiva all’interno dell’associazione può mettersi alla prova, imparare un sacco da chi gli sta intorno ed acquisire competenze, mantenendo allo stesso tempo degli standard professionali, intesi come la messa in gioco di competenze nelle varie situazioni. Ho appreso moltissimo a Interzona e credo che, se si fossero perseguiti solamente gli obiettivi di efficienza in termini imprenditoriali (organizzare concerti, guadagnare, etc), non avrei avuto il tempo di imparare così tanto.

Altro aspetto importante è che la cultura non è un prodotto individuale, ma sociale. Avere un Direttore Artistico come decisore ultimo delle scelte artistiche è certamente efficiente, ma limita la possibilità di dialogo. Decidere insieme come programmare implica uno scambio di vedute e uno scambio culturale non solo tra l’Associazione e la città, ma anche tra i soci attivi. Ovviamente questo problema si potrebbe risolvere costituendo un team di programmazione pagato (con quali costi economici però?).

Questi argomenti a favore del progetto Interzona non vogliono proporre una superiorità di questo modello, quanto spiegare perché è possibile e su cosa si basa un approccio comunitario e non imprenditoriale alla cultura, mantenendo la professionalità. Certo, è sempre possibile diventare imprenditori. Anzi, potrebbe essere una buona soluzione per responsabilizzare ognuno dei partecipanti in un formale rapporto di lavoro, ma forse sposterebbe eccessivamente l’attenzione all’efficienza del processo limitando gli aspetti “collaterali” che stanno dietro al progetto.

Una nota conclusiva: Interzona non è morta. Il fatto che ora l’Associazione non abbia una sede non è dovuto al fallimento del suo modello di gestione, quanto alla scelta della Fondazione Cariverona di usare diversamente gli spazi del Magazzino 22, di sua proprietà da più di un decennio. Interzona è ancora attiva e sta cercando una nuova casa, in cui proporre una programmazione culturale aperta all’apporto di chiunque voglia unirsi.