I timori rispetto all'evoluzione della politica attuale.

I blog e i social media sono uno strumento irrinunciabile per il dibattito politico moderno e hanno sovvertito la comunicazione monodirezionale, tipica di radio, tv e stampa. L’archetipo di success story della politica fatta sul web è la prima elezione di Barack Obama grazie al raggiungimento di una platea sostanzialmente impermeabile ai mass media tradizionali. Da li è dilagato lo sviluppo e l’utilizzo di piattaforme e di sistemi di iterazioni completamente innovativi rispetto a quelli passati.

Fa ormai parte del quotidiano commentare le scelte dei “palazzi”, o interagire attraverso Internet con politici, giornalisti, conduttori (Mentana,Gomez, Grillo, Salvini e Renzi sono un esempio)e altri cittadini. Il che può rappresentare a prima vista un modo propositivo di fare attività politica. Discutere direttamente con un politico e giornalista accorcia la distanza che separa le élite intellettuali e politiche dalla popolazione senza utilizzare “canali preferenziali e gerarchici”. Discutere con altri cittadini è positivo perché attraverso internet si riducono i costi psicologici: si abbattono le distanze e i muri legati al timore reverenziale che determinati soggetti possiedono per loro status sociale(che non coincide con quello culturale). Il che è qualcosa di positivo ma anche negativo.

Come ogni costrutto umano si hanno benefici e rischi: L’annullamento del timore reverenziale su internet ha sviluppato un fenomeno di nichilismo epistemologico: ogni conoscenza e narrazione può essere dibattuta ma sopratutto modificata ed annullata.Non esistono nella percezione i fatti. In un processo decisionale umano (che non è razionale) non regolamentato e strutturato, come sui blog e social media, non occorrono prove convincenti e una conoscenza approfondita per ottenere il consenso ma semplicemente avere i like ed in particolare far leva sui preconcetti che ognuno di noi possiede. Non esistono quindi certezze ma un estrema polemica e scetticismo su ogni narrazione.

Siccome l’uomo non può vivere di incertezza il passo successivo è stato quello di raggrupparsi in “zone franche”delimitandole le stesse dalle altre . Queste zone definite echo chamberssono il contrario della discussione politica serena e produttiva in quanto in esse si genera conformismo e settarismo portando nel caso in cui nasce un confronto tra “diverse fazioni” l’esaltazione dei toni forti. Ogni “echo chamber” possiede uno o più opinion leader che ne indirizzano “di fatto” la discussione. Ogni “zona franca” ha una sua verità del mondo.

Compreso questo, la questione diventa più spinosa e complessa ragionando in termini generali. Le informazioni generate dagli utenti (user generated content, che sono elementi testuali, video, foto, registrazioni audio presenti nel web) che vengono prodotte hanno raggiunto valori a livello mondiale misurabili in termini di zettabyte ( 1 triliardo di byte). Tutta questa mole di informazioni definite nel gergo “big data” raccolte dai social network come Facebook e da chi gestisce sistemi come Google adsense rappresentano una miniera d’oro per tutti comprese le organizzazioni politiche.

In particolare il vincitore delle ultime elezioni, il team di Trump, ne ha usufruite in maniera spregiudicata organizzandoli attraverso un modello psicometrico (la psicometria è una branca della psicologia che si occupa della misurazione delle caratteristiche psicologiche come la personalità, di un campione di popolazione. Sfrutta quindi le conoscenze statistiche). Modello che, a detta di molti, è espressione di sistema evoluto che non ha precedenti.

La società che ha sviluppato il prodotto si chiama Cambridge Analytica ed è la stessa che ha gestito la campagna Leave dei sostenitori della Brexit, vinta contro ogni previsione (rispetto ai sistemi di misurazione tradizionali), esattamente come è accaduto col presidente americano.

La capacità del modello sta nella mole di dati che possiede e di come sono organizzati.

Il nostro smartphone, dice Kosinski [colui che ha sviluppato il modello ndr.], è un gigantesco questionario psicologico a cui ognuno di noi aggiunge ogni giorno nuovi dati, che ne sia consapevole o no.

Secondo Strade utilizzando questo prodotto la campagna politica è diventata di una precisione millimetrica di tipo one-to-one.

Un’app che la Cambridge Analytica ha fornito anche ai sostenitori di Trump, e che consentiva loro, basandosi su analisi psicometriche condotte in precedenza, di conoscere le opinioni politiche e la personalità degli abitanti di ogni casa. I militanti di Trump, perciò, bussavano solo alle porte delle persone che venivano indicate dall’app come potenzialmente ricettive ai suoi messaggi, e arrivavano ben preparati, con tanto di istruzioni per sviluppare una conversazione adatta al tipo di personalità di chi si trovavano di fronte. A loro volta, dopo i colloqui, inserivano nell’app le reazioni delle persone contattate, e questi nuovi dati ritornavano al centro di controllo della campagna di Trump.

Gli americani erano quindi un libro aperto per loro:

Se, ad esempio, in quest’ultimo [ricevente ndr.]prevalgono la coscienziosità e l’instabilità emotiva, allora avranno più presa i messaggi che fanno leva sulla paura e sulla violenza; se prevalgono invece l’apertura e l’amicalità, sarà più efficace un approccio basato sulle gioie della famiglia o dell’amicizia
Quello che molti critici di Trump non hanno capito, o hanno capito troppo tardi, è che le sue apparenti incoerenze, la sua incostanza, il dire un giorno una cosa e il giorno dopo il suo contrario non erano affatto punti deboli, ma rappresentavano il suo maggior punto di forza: un messaggio diverso per ogni elettore. E, forse adesso cominceremo a capirlo e ad agire di conseguenza anche qui, il concetto non vale solo per il nuovo presidente Usa. “Praticamente ogni messaggio che Trump mandava era costruito in base ai dati”,

La coerenza quindi non è più un criterio politico: quello che conta è inseguire ogni “echo chambers” e ottenere il loro appoggio predisponendo un “messaggio politico adeguato alle loro esigenze, alla loro personalità. Questo porta ad una comunicazione incoerente e a politiche incoerenti. E una politica succube dei dati, di professionisti (come data scientist, coloro che gestiscono questa mole di dati, e social media manager) e che ha perso la propria anima di Guida del paese.

Questo è il futuro che neanche George Orwell avrebbe mai immaginato, in cui non solo ci sottoponiamo a un’analisi dei nostri dati così minuziosa da oscurare l’abilità di qualunque polizia segreta, ma sembriamo anche contenti di farlo.

Una vera rivoluzione rispetto a questa permeabilità della nostra persona sarebbe una robusta richiesta di privacy. Una normativa che realmente ci tuteli.

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