Lettera ad un genitore
Caro genitore, voglio provare a costruire questo pensiero partendo da una poesia di Loris Malaguzzi intitolata: “Invece il cento c’è”.
Il bambino è fatto di cento
Il bambino ha cento lingue
cento mani
cento pensieri
cento modi di pensare
di giocare e di parlare.
Cento sempre cento
modi di ascoltare
di stupire, di amare
cento allegrie
per cantare e per capire.
Cento mondi da scoprire
cento mondi da inventare
cento mondi da sognare.
Il bambino ha cento lingue
ma gliene rubano novantanove.
Gli dicono
di pensare senza mani
di fare senza testa
di ascoltare e di non parlare
di capire senza allegria
di amare e di stupirsi
solo a Pasqua e a Natale.
Gli dicono
di scoprire il mondo che già c’è
e di cento
gliene rubano novantanove.
Gli dicono
che il gioco e il lavoro
la realtà e la fantasia
la scienza e l’immaginazione
il cielo e la terra
la ragione e il sogno
sono cose
che non stanno insieme.
Gli dicono insomma
che il cento non c’è
Il bambino dice
invece il cento c’è.
Riflettevo caro genitore su come un adulto potrebbe spiegare il concetto di identità ad un bambino. Bada bene che il problema non è legato alla complessità della parola in sé, quanto piuttosto con quale goffaggine un papà, una mamma, un insegnante immagino possano star li a descrivere una parola cosi piena e allo stesso tempo vuota di significato. Mettiamola così: la quantità di significati che la parola identità può assumere è direttamente proporzionale allo sforzo di un adulto per riempirne il contenitore di senso. Come quello del bambino, che lì, di fronte a te, aspetta d’inserire il primo tassello all’interno del complesso mosaico significativo della parola identità.

Allora, signor genitore, ti metto in guardia: il tuo è un ruolo alquanto scomodo, ma ci rifletteremo insieme. Per esempio, proviamo a chiederci: cos’è l’identità? Seconda Wikipedia è “il complesso di dati personali caratteristici e fondamentali che consentono l’individuazione e garantiscono l’autenticità, specialmente dal punto di vista anagrafico e burocratico. L’identità è ciò che ti contraddistingue, ciò che sei, l’identità è il tuo modo di essere. Ma un bambino è fatto di cento, ricordi?
Vedi, l’identità mi sembra che sia un goffo costrutto della lingua dei grandi, quella della responsabilità, della ricerca dell’Io, dell’affermazione di sé, che forse, nei cento colori fanciulleschi non riesce a sentirsi a suo agio.
Come può un concetto monodirezionale come l’identità sposarsi con la centinaia infantile? Un bambino è, anche senza l’abito dell’identità, giusto?
Il concetto d’identità accompagna spesso il nostro bisogno di chiarezza, di leggibilità della realtà e di affermazione. Un grande antropologo americano degli anni sessanta, Clifford Geertz, descrisse l’identità culturale come una rete di significati. Nell’accezione di Geertz, ogni identità culturale è una rete mutevole e fluida di particelle di significato che compongono il nostro essere al mondo. Queste particelle rappresentano le mille parti di noi, le esperienze, i valori pilastro, i valori condivisi, il contesto familiare ecc. Tutto ciò che scorre nella nostra vita. Un concetto di certo non facilmente descrivibile, ma che di fatto fa emergere una lucida consapevolezza: che l’identità scorre, muta, e noi con essa. Non solo.
Che l’identità s’interseca e aggroviglia con reti di significato, creando un reticolo di senso condiviso. Ma non c’è nulla di predefinito, nulla di rigido, nulla di divisibile ed esclusivo, solo centinaia di particelle, alcune condivise, altre no.
Allora quando guardi un bambino, sforzati amico gentiore, di essere cento, di andare oltre la ricerca di argini sicuri. Sii cento e spiegagli che l’identità è una mezzaluna, sempre aperta, condivisa, fatta di tanti colori. E sussurra al bambino di osservare gli occhi di fronte a lui.
Osservali ragazzo; sono almeno cento i mondi che vedrai.
