Attraverso la Val Grande

“ Non è un’avventura finché qualcosa non va storto.”

Uhm…il sentiero dovrebbe proseguire qui davanti, da qualche parte.

Non avevo mai sentito parlare della Val Grande. Per questo quando Marilisa me l’ha proposta come meta per un weekend all'insegna dell’avventura, sono rimasto abbastanza spiazzato. Anche quando in seguito ho provato a chiedere informazioni tra i peggiori ceffi, quelli segnati da innumerevoli cicatrici di bivacchi improvvisati ed ustioni da fuochi all'aperto, non ho trovato molti riscontri.

La Val Grande è un’area naturale protetta, collocata geograficamente tra Domodossola, il confine svizzero ed il Lago Maggiore. Riconosciuta come “la più grande area wilderness d’Italia”, si presenta come un vasto territorio boscoso e verdeggiante, punteggiato da diversi picchi più o meno noti (Pedum, Monte Zeda, Cima della Laurasca) e scarsamente antropizzato. I sentieri hanno tracciature molto antiche e vanno via via scomparendo (l’ultima segnaletica ha, a vista, almeno una decina d’anni)e all'interno non vi sono strutture ricettive (fatto salvo alcuni bivacchi). Sommando a tutto ciò una copertura telefonica del tutto assente, si intuisce perché la Val Grande venga approcciata con una certa cautela (per non dire timore, come abbiamo potuto constatare poi parlando con alcuni locali).

Sarebbe proprio bello smarrirsi qui dentro!

Comunque, anche per quest’alone di mistero che permeava la nostra destinazione, ho accettato di buon grado l’allettante proposta. Decidiamo per quella che sembra essere l’escursione più completa, la traversata da nord a sud dell’intera valle.

Sulla carta, una gita da fare tranquillamente in mezza giornata (1480 D+ per 15 km), non capiamo però perché tutte le varie recensioni parlino di due giornate di cammino, con pernotto in uno dei bivacchi all'interno del parco. Capiremo in seguito il motivo di tali raccomandazioni!

Riflettiamo un po’ sulla possibilità di fare la traversata in giornata ma poi, avendo anche tre ore buone di macchina da Genova, decidiamo di partire con calma il sabato, dormire nel parco, e pronosticando di uscire dalla parte opposta verso mezzogiorno della domenica! I fatti però avranno ben modo di smentirci!

Siccome la traversata prevede la partenza da Malesco e l’arrivo a Colloro, due minuscoli paesini che sorgono lungo i confini della valle, ci serve un mezzo per tornare poi indietro. Visto che le zone sono impervie e piuttosto solitarie abbandoniamo l’idea dell’autostop e assoldiamo a caro prezzo un’abitante del luogo che ci possa riportare all'auto una volta sbucati dalla parte opposta della valle.

Dopo un tranquillo viaggio in auto, sabato 13 agosto all’ora di pranzo siamo pronti scarponi ai piedi per partire. Pensiamo di arrivare al bivacco attorno alle sei di sera, prendendocela calma. E con un certo ottimismo affrontiamo il primo bivio: una comoda strada pianeggiante a sinistra ed un’erta salita sulla destra. L’unico nome che avevamo segnato sulle nostre cartine era indicato sulla destra ed allora ben speranzosi imbocchiamo il sentiero, il quale senza pietà si inerpica su per la faggeta.

Mi aspettavo saltasse fuori un velociraptor da un momento all’altro.

Dopo due ore a dire il vero piuttosto massacranti, anche per via degli zaini con provviste sacchi a pelo e ricambi, inizia a sorgere in me qualche preoccupazione sulla bontà del sentiero, in quanto ormai i segnavia ci hanno abbandonato da qualche tempo.

Incrociamo presso una baita cadente un pastore con tanto di famiglia al seguito, e chiediamo informazioni. Il buon uomo ci fa sapere (a mio avviso anche con un certo godimento) che abbiamo completamente sbagliato strada, che non riusciremo mai ad arrivare al rifugio prima di sera, e che a questo punto ci conviene restare a dormire lì nei pressi, per ripartire poi la mattina successiva. In ogni caso anche tornando sui nostri passi non saremmo riusciti a recuperare il tempo perso.

Ottimo! Contando che erano sì e no le tre del pomeriggio, l’idea di accamparmi con ancora tutta la valle da attraversare, mi lascia piuttosto perplesso. Marilisa dal canto suo invece dimostra un impeccabile aplomb e sangue freddo e tranquillamente suggerisce di continuare, confidando in qualche modo di riuscire a raggiungere ugualmente la nostra meta.

La nostra destinazione è laggiù, oltre quella valle, oltre quel passo, oltre quelle cime che ora neppure riesci a vedere.

Rianimato da tanta fiducia, salutiamo il menagra..ehm, il simpatico pastore e ci rimettiamo in marcia. Giunti su una selletta erbosa, notiamo con un certo rammarico che il sentiero sparisce nuovamente e solo flebili tracce proseguono in basso lungo un crinale che, senza esagerare, mostra una pendenza di oltre 70°. Ci spingiamo lungo i bordi del declivio e scorgiamo in basso una sorta di riparo, probabilmente quello di cui ci parlava il pastore poco fa. Scendiamo allora questo dirupo, letteralmente aggrappandoci ai ciuffi d’erba e prevalentemente strisciando in quanto un passo falso avrebbe significato come minimo finire sulla pietraia sottostante. Insomma, quei bei momenti in cui rimpiangi il non essere al mare a negoziare il prezzo del cocco.

Comunque sia, dopo qualche vicissitudine arriviamo in fondo alla valle e ci riposiamo un poco concedendoci un’assaggio delle nostre scorte di cibo: temibili barrette energetiche che dovranno bastarci per due giorni (e due panini veg, ma da tenere rigorosamente per la cena).

Abbiamo appena svalicato, sono le quattro di pomeriggio, non sappiamo dove andare.

Io ero sinceramente abbastanza scoraggiato e preoccupato, l’idea di essere sulla strada sbagliata, a diverse ore di cammino dal primo riparo a pomeriggio ormai inoltrato mi riportava alla memoria storie di montagna pregne di ottimismo e fiducia nella buona sorte, dove alla fine si salva solo il cane (grazie Jack London, ti ricordo con affetto).

Ma Marilisa era carica come una molla e compensava anche il mio scoramento, così abbiamo semplicemente continuato a camminare.

Dopo aver svalicato un passo, vediamo in lontananza un rifugio (diroccato) e picchiandoci con la cartina riusciamo a capire più o meno la nostra posizione (avevo con me il GPS ma poco dopo la partenza aveva deciso di smettere di funzionare). A questo punto capiamo però che possiamo davvero riuscire a recuperare il tempo perduto, in quanto ad occhio e croce abbiamo fatto comunque un terzo della strada. Speranzosi ci mettiamo in cammino, a questo punto devo dire un po’ rianimati.

Anzi, addirittura quando arriviamo al bivacco ormai cadente, incontriamo due turisti tedeschi addormentati (quel tipo di incontri che ti aspetti avvengano solo nei librogame) e ci rinfrancano, in quanto a loro dire non siamo molto lontani dal rifugio (in seguito ribattezzeremo le loro indicazioni come “i dieci minuti tedeschi”, ovvero, che in realtà vanno moltiplicati per sette o otto).

Qui il sentiero era davvero molto evidente.

In realtà la giornata sarebbe stata ancora piuttosto lunga. Dopo aver iniziato una discesa in un fitto castagneto, guadato almeno quattro torrenti, ci siamo addentrati nel profondo del bosco, e senza aver trovato più alcuna indicazione, stavamo ormai proseguendo da diverse ore. Inutile dire che la stanchezza iniziava anche a farsi sentire.

Alle otto di sera abbiamo incominciato a “sentire le voci”, non so bene se le sentivamo veramente o fossero solo un modo per tenere alto il morale tra di noi, del tipo “ehi non manca tanto, ho sentito delle voci laggiù”. Ripensavamo ai nostri amici tedeschi ed ai loro “dieci minuti”.

Ancora adesso non capisco se abbiamo sbagliato qualcosa noi, o se effettivamente il tempo e la distanza siano fattori relativi all'interno della Val Grande. Finalmente comunque alle otto e mezza di sera, sul calare ormai della notte, giungiamo in vista della radura dove sorgono i ripari dove ci eravamo proposti di pernottare. Si tratta di due ricoveri di pastori riadattati alla meno peggio, ovviamente non gestiti e pertanto dove ciascuno si sistema e si adatta come può.

Pur non avendo incontrato praticamente anima viva in tutto il giorno, i rifugi sono entrambi pieni, e solo grazie al buon cuore di una famiglia riusciamo a trovare una sistemazione sul pavimento di tavolacce.

Uno dei tanti fiumi che abbiamo attraversato. Comunque pittoresco.

Il prato circostante è letteralmente invaso dai topi, si vedono saltare ovunque. Ancora una volta peccando di ottimismo, pensiamo di mangiare i nostri magri panini e di gettarci sui sacchi a pelo, pensando già alle sette ore di cammino che ci aspettano l’indomani. Il romantico proposito di stare alzati a guardare le stelle dura si e no cinque minuti (comunque nell'oscurità più totale del bosco, abbastanza notevole).

You can take the kids out of the ghetto, but you can’t take the ghetto out of the kids.

Purtroppo però non appena ci stendiamo nei nostri sacchi, capiamo che sarà una lunga e dura notte. Io mi ritrovo i piedi di un signore canuto in faccia, c’è pure un cane che mi alita in un orecchio e non smetterà di biascicare tutta la notte. Si sentono rumori di ogni tipo, pentole che cadono, animaletti che corrono attorno (la mattina dopo gli incauti che avevano lasciato gli zaini aperti troveranno tutto rosicchiato). Nel cuore della notte, penso in pieno delirio, scambiando probabilmente la destra con la sinistra, mi metto anche a massaggiare quelli che penso essere i piedi della Mari. Peccato che scoprirò poi in seguito che fosse sdraiata dall'altra parte, e che le estremità appartenessero in realtà ad un canuto hippie! Ne abbiamo riso per due giorni!

Appena fa chiaro, e dopo aver dormito forse dieci minuti, facciamo gli zaini in fretta e furia e scappiamo via. Questa volta stiamo attenti ai segnali e imbocchiamo il sentiero giusto, ed a parte un piccolo svarione che recuperiamo subito, riusciamo a seguire la segnaletica che dovrebbe riportarci alla civiltà.

Vuoi mettere con il caos del Ferragosto in riviera?

Siamo a dir poco esplosi di stanchezza, dopo la sfacchinata della giornata precedente e la notte insonne, cosicché la prima salita ci stende e ci buttiamo sull’erba dopo i primi 6oo metri di dislivello. Abbiamo ormai solo un paio di barrette e ci devono durare per tutto il giorno. Ottimisticamente pensiamo che riusciremo ad arrivare alla nostra meta attorno alle due di pomeriggio: arriveremo invece alle sei!

I panorami sono però splendidi: siamo ora nel vero cuore del parco, non si vede alcuna traccia umana, il sentiero è una flebile traccia in un bosco secolare. Lontano vediamo svettare picchi imponenti e alcune cascate irrompono di quando in quando lungo il cammino.

Dopo aver svalicato un altro paio di passi (avevamo ormai perso il conto sia dei chilometri di cammino che dei metri di dislivello), arriviamo in una poetica conca, solcata da un ruscello dove ci prendiamo una meritata pausa e immergiamo i nostri piedi cotti dagli scarponi.

Isla Nublar ad un’ora da Milano.

Ci aspetta ormai l’ultima salita, che facciamo realmente strisciando. Abbiamo mangiato una barretta a testa da inizio giornata e stiamo camminando da sei ore circa. Io ormai strappavo erbe a caso e le masticavo, la Mari si sognava insalate e panini al formaggio ormai da qualche ora. Arrivati all'ultimo valico, vediamo sotto di noi un paesino e stimiamo siano necessarie ancora un paio d’ore per arrivarci.

Purtroppo però, vuoi per i sensi un po’ annebbiati, vuoi per ormai essermi rilassato pensando ad un letto ed una doccia calda, riesco a sbagliare ancora una volta strada e saltiamo completamente il paese dove saremmo dovuti arrivare. In queste situazioni è anche assai facile farsi prendere dallo sconforto e dal nervosismo ma siamo invece bravissimi a tenere ancora duro e guadagnarci l’arrivo. Quando finalmente mettiamo i piedi sull'asfalto e vediamo le prime macchine posteggiate proviamo un piacevole senso di familiarità. Ce l’abbiamo fatta! (Abbiamo festeggiato poi con una buona cena vegana a Domodossola, in questo posto qui: Sali & Pistacchi)

In definitiva una grandissima avventura in posti selvaggi, con il piacere di averla condivisa finalmente con Marilisa, sicuramente la compagna di escursione più divertente che abbia mai trovato!

E per quanto riguarda la Val Grande, un territorio tutto sommato vicino a casa, da valorizzare e scoprire sicuramente! Consigliato!

→ La nostra escursione “su carta”:

Traversata Malesco-Colloro, 15 km, 1400 D+ (stimati su cartina abbiamo percorso circa 40 km e saliti almeno 2000 D+)

Per chi fosse interessato, a questo link si può anche reperire l’utile traccia GPS: http://www.opentrek.it/traversata-val-grande.html