Il poeta, la Sicilia, il serpente

L’incontro tra David Herbert Lawrence e un serpente siciliano

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*Biacco (Iconografia della Fauna Italica, 1832)

A snake came to my water-trough

On a hot, hot day, and I in pyjamas for the heat,

To drink there

(un serpent venne al mio trogolo

In un giorno caldo caldo, ed io ero in pigiama per l’arsura

A bere là)

È la descrizione di un incontro tra il poeta, David Herbert Lawrence, e un serpente assetato, a cui lo scrittore cede il passo per timore. Il fatto avviene in Sicilia, come dirà in seguito il poeta stesso in questa insolita poesia dal titolo Snake.

Mi ha incuriosito questo testo perché ben rappresenta la paura dei serpenti ai tempi dello scrittore inglese (ma non solo), che nacque a Nottingham nel 1885 e che, dopo una vita avventurosa di viaggi per l’Europa, l’America e l’Oceania, morì a Vence, Nizza, nel 1930. Quello che però mi ha più colpito è la riflessione dell’uomo nei confronti del serpente, il suo essere combattuto sul cosa fare e, infine, sopraffatto dal rimorso.

He reached down from a fissure in the earth-wall in the gloom

And trailed his yellow-brown slackness soft-bellied down,

Over the edge of the stone trough

(Si spinse giù da una fessura nel muro di terra nel buio

E trascinò la sua fiacchezza giallo-bruna e il suo morbido ventre

Oltre il bordo del trogolo di pietra)

Non c’è altra descrizione del serpente che possa in qualche modo aiutare nell’identificazione. Il colore è giallo-bruno, ma nulla si dice sulla presenza di macchie o altri particolari di colorazione. Proseguendo nella lettura c’è un altro riferimento all’aspetto:

And stooped and drank a little more,

Being earth-brown, earth-golden from the burning bowels of the earth

On the day of Sicilian July, with Etna smoking.

The voice of my education said to me

He must be killed

For in Sicily the black, black snakes are innocent, the gold are venemous

(si fermò e bevve ancora un poco,

bruno come la terra, dorato come la terra dalle ardenti viscere della terra

in un giorno di luglio siciliano, con l’Etna che fumava.

La voce della mia cultura mi disse

che doveva essere ucciso

perché in Sicilia i serpenti neri neri sono innocui, i dorati velenosi)

Di quale serpente poteva quindi trattarsi? In Sicilia l’unico serpente velenoso è la vipera comune,Vipera aspis(Asper viper), presente nella sottospecie V.aspis hugyi, tipica del sud Italia. Il suo colore di fondo è bruno fulvo chiaro, ma con un’ornamentazione a zig zag, ad ocelli e macchie, con una tinta che varia dal nocciola, nelle femmine e nei giovani, al bruno-scuro dei maschi.

Lawrence potrebbe aver visto davvero una vipera ed essersi concesso la licenza poetica di descrivere solo il colore di fondo? O forse vide un serpente non velenoso, un colubride?

Tutti gli altri serpenti della Sicilia sono infatti colubridi non velenosi. Il serpente nero nero di cui parla il poeta è un biacco(Western whip snake), Hierophis viridiflavus, nella forma melanica, quindi scura. Su questo Lawrence ha ragione: anche se dovesse mordere, perché messo alle strette e fortemente infastidito, il biacco non è di certo velenoso. Uno dei dubbi ricorrenti che assale le persone consiste proprio nel morso, ovvero nel come accorgersi dal morso se il serpente che l’ha dato è velenoso. Uno dei parametri di valutazione viene dal disegno lasciato dalle zanne del veleno, presenti nelle vipere e conficcate nella preda con il morso. È una cosa un po’ difficile da appurare, soprattutto se si è presi dall’agitazione post morso e non si conosce nulla dell’anatomia dei serpenti. Un morso di vipera, a differenza di quello dei serpenti non velenosi nostrani, innesca però nel giro di pochi minuti un dolore forte nella zona interessata, per effetto delle proteine emotossiche presenti al suo interno. Il veleno delle vipere italiane, è bene ricordarlo, è letale nello 0,1% dei casi, dipendendo il più delle volte dalla concomitanza di allergia, ictus o infarto.

Oltre al biacco, in Sicilia, gli altri serpenti, sempre non velenosi, sono:

-il colubro liscio (smooth snache), Coronella austriaca, un piccolo serpente dalla colorazione mimetica che ricorda vagamente quella della vipera;

-il saettone occhi rossi (italian aesculapian snake), Zamenis lineatus, dalla colorazione brillante giallo-nocciola, dalla presenza saltuaria di due strisce longitudinali brune e dall’iride spesso rosso;

-la natrice dal collare (grass snake), Natrix natrix, dal caratteristico collare giallo e nero;

-il colubro leopardino (leopard snake), Zamenis situla, oggi presente nella Sicilia orientale, con le inconfondibili macchie rosse o brune, bordate spesso di nero, su un fondo chiaro o grigio.

Impossibile ovviamente capire quale di questi serpenti fosse al “cospetto” del poeta.

Torniamo a lui quindi, mentre è assalito dai dubbi su cosa fare di fronte al serpente.

And voices in me said, if you were a man

You would take a stick and break him now, and finish him off

(e voci in me dicevano: se tu fossi un uomo

prenderesti un bastone e lo faresti a pezzi ora, e lo finiresti)

Quante volte, purtroppo, l’epilogo dell’incontro con un serpente è stato questo! Quante inutili morti sono state provocate dalla paura, dal dubbio, dall’ignoranza e dalla consuetudine radicata secondo cui un uomo che non uccide un serpente è un pusillanime. Ma il protagonista di questa storia è un pensatore illuminato e il finale non è scontato.

But must I confess how I liked him,

How glad I was he had come like a Guest in quiet, to drink at my water-trough

(ma devo confessare quanto lui mi piaceva, quanto fossi contento che fosse venuto come un ospite nella quiete, a bere nel mio trogolo)

E poi più sotto l’esitazione tra piacere e paura continua:

I felt so honoured

(io mi sentii così onorato)

and truly I was afraid, I was most afraid

(e in verità avevo paura, molta paura)

Dopo aver bevuto, il serpente lentamente si allontana, arrampicandosi sul muro da cui è venuto. Ma nel momento in cui questo comincia a entrare nella crepa, “into the blackness”, una specie di orrore assale il poeta che prende un ceppo informe e lo scaglia con clamore contro l’ignaro serpente.

I think it did not hit him,

But suddenly that part of him that was left behind

convulsed in undignified haste.

(penso di non averlo colpito,

ma d’improvviso la parte di lui che era rimasta indietro si contrasse in una fretta non dignitosa).

Il serpente ripara in salvo nella crepa del muro.

And immediately I regretted it.

I thought how paltry, how vulgar, what a mean act!

I despised myself and the voices of my accursed human education

(E immediatamente mi pentii

Pensai a quanto fosse un atto misero, volgare e meschino!

Disprezzai me stesso e le voci della mia maledetta educazione umana)

Quindi il poeta si pente e percepisce il serpente, non come una sorta di demonio del buio, ma “like a king in exile” (come un re in esilio), “one of the lords of life”(uno dei nobili della vita).

and I have something to expiate;

A pettiness

(e ho qualcosa da espiare:

una meschinità).

Quale finale più bello?

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*Vipera comune (Iconografia della Fauna Italica, 1832)

*I disegni del testo sono litografie acquerellate a mano del secondo volume della “Iconografia della Fauna Italica per le quattro Classi di Animali Vertebrati”, pubblicato a partire dal 1832 da Carlo Luciano Bonaparte (1803–1857), nipote di Napoleone I.

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Naturalista, naturalmente curiosa

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