Carlotta Fassina
Jun 26, 2018 · 4 min read

La cruda verità è che non volevo, anzi lui non voleva, perché io non sono altro che la sua statua, immobile qui a rappresentare lui.

Tutto accadde proprio mentre “c’era una grande afa, a mezzogiorno; alla vampa del Sole ardevano le curve chele del Granchio amante del litorale” (Metamorfosi, Ovidio). Le cicale erano l’unico rumore a fendere ritmicamente il silenzio, persino l’usignolo pareva voler risparmiare il canto per ore più miti. Gli ultimi giorni di giugno di oltre due millenni fa.

Ciparisso era lì, oppresso non dal caldo bensì dal desiderio di venir meno a quel dovere che tutti gli altri suoi coetanei sentivano connaturato alla giovinezza, quasi come se si trattasse di un rito iniziatico, un passaggio obbligato per dimostrare di essere uomini virili: la caccia. Ciparisso no, lui era un animo gentile, non portato per le prove di forza e avulso dalla violenza. Forse per questo, per i suoi lineamenti delicati, i suoi riccioli morbidi e ribelli, era amato dal dio Apollo.

Scorreva con le mani le spighe dorate, catturava a piene narici l’odore di resina e di aghi secchi dei grandi pini, captava in lontananza il ritmico infrangersi dell’onda del mare contro gli scogli, nelle pause concesse dalle cicale.

Il suo pensiero vagava, com’era solito fare. Quando diventava più intenso gli occhi si immobilizzavano e tutto sfocava, in un flusso continuo tra coscienza e sogno.

Se anche solo l’alito caldo, e non già lo sguardo profondo e grande, del suo amico fidato fosse passato attraverso quei pensieri, forse Ciparisso si sarebbe ridestato e avrebbe trovato la forza per opporsi a quello che stava per fare.

Come spesso accade, il fato, o il caso, decise per lui il peggio: in quello stesso momento, ignaro della presenza del compagno abituale, l’amico “cervo adagiò il suo corpo sul suolo erboso, godendosi la frescura che veniva dall’ombra degli alberi”. Quasi non si vedeva, così com’era, immerso nell’ombra e nell’erba.

Ovidio per rispetto non scrive che il giovane uomo si sentiva osservato dal dio Apollo e che avvertiva su di lui gli occhi dei compagni di caccia, sparsi nei vasti confini della foresta. Immaginava le loro critiche, lo scherno per non aver portato a casa nulla. Si era imposto di colpire qualcosa, una pernice, una lepre, un fagiano, senza avere la possibilità di guardarla negli occhi, di penetrare il suo spavento e la sua angoscia. Fu allora che avvertì il fruscio dell’erba schiacciata e fu così che si fece coraggio e chiuse gli occhi prima di trafiggere quel qualcosa con un giavellotto acuminato. Fu un maledetto errore, preciso oltre ogni aspettativa e quindi inesorabile. Fu “una crudele ferita” al collo del nobile cervo, che atterrito e tradito lentamente morì, spargendo il suo sangue dintorno.

Febo inutilmente si materializzò per consolare “il più bello della gente di Ceo”. Balzarono alla mente dei due, fulminei, i ricordi delle cavalcate nel bosco a dorso di quel possente e docile animale che ora pagava con la vita la fiducia nell’uomo.

“Ma Ciparisso non smette di gemere e, come dono supremo, questo chiede agli dèi: di poter essere a lutto in eterno. E allora, esangui ormai per il pianto infinito, le membra cominciarono a tingerglisi di verde, e i capelli (…) a farsi ispida chioma, irrigidita, che svetta (…). Mandò un gemito il dio, e mestamente disse: <<Da noi sarai pianto, e piangerai gli altri, vicino a chi soffre>>.” E il giovane affranto si tramutò nel cipresso.

Fu un dono imperituro (o forse una persecuzione?) quello di Apollo: condividere la sofferenza altrui, portarla dentro di sé e trasferirla con le vaste radici alla terra e con la lunga chioma direttamente al cielo.

Io sono solo una povera statua in pietra tenera di Vicenza, immobilizzata nel dolore nell’attimo in cui le mie dita si facevano fronde. Mi crearono la mano esperta e la sensibilità artistica di Orazio Marinali, scultore vicentino seicentesco che lavorò in questo parco, ove mi trovo, della villa che fu Cornaro, Revedin, Rinaldi e Bolasco a Castelfranco Veneto, oggi proprietà dell’Università di Padova.

Il tempo ha spezzato le mie mani, ha mutilato il mio cervo morto, modesta effigie di quel cervo magnifico.

Sono una delle 52 statue che compongono la scenografica cavallerizza dell’attuale giardino paesaggistico. Assieme riusciamo a stupire i visitatori che non si aspettano di trovare qui un’opera monumentale come quella che commissionò Francesco Revedin a illustri architetti, tra cui il francese Marc Guignon. Le statue del Marinali, disposte prima lungo le rettilinee forme del giardino all’italiana dei Cornaro, acquistano slancio e movimento nel cerchio concepito per l’esercizio dei cavalli da corsa del Revedin e per gli spettacoli all’aperto.

La nostra storia e i suoi simboli oggi faticano a essere compresi, devono essere interpretati per essere attuali. Voi visitatori che mi vedete così, però, voi che sapete di Ciparisso e del cipresso e che comprendete la mia missione, abbiate la gentilezza di ricordarvi dell’amore e della pietà che legano l’uomo al suo simile e l’uomo alle altre specie viventi.

Carlotta Fassina

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Naturalista, naturalmente curiosa

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