La fissazione di Orione

Carlotta Fassina
Jan 28, 2018 · 4 min read

Dal cacciatore stalker alla nebulosa e a Betelgeuse, passando per la Guida galattica per gli autostoppisti

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Tre stelle vicine, allineate e luminose, rappresentano qualcosa di noto a molti. Sono la cosiddetta cintura della costellazione di Orione, lo spazio di cielo entro cui gli antichi Greci immaginarono il cacciatore mitologico Orione. Orione è il protagonista dei cieli invernali nell’emisfero settentrionale. Guardando nella sua direzione s’intravede a occhio nudo anche la nebulosa omonima che, grazie ai telescopi spaziali Hubble e Spitzer, è stata appena svelata al pubblico in un filmato di grande effetto creato e diffuso dalla NASA.

Le costellazioni permettono all’uomo di mappare e suddividere il vasto cielo e quindi di orientarsi; per noi occidentali il loro nome e la loro rappresentazione nascono soprattutto dal mito greco, ma altri popoli e altre culture hanno avuto interpretazioni differenti.

Orione non è un personaggio particolarmente piacevole del mito antico, se visto con gli occhi di oggi, perché era un cacciatore, gigante e bellissimo per carità, ma alquanto fastidioso nei confronti delle fanciulle: era quello che oggi definiremmo uno stalker, oltre che un “cacciatore all’inseguimento”, come la traduzione letterale prevede. Senza addentrarci nel mito, basti ricordare che per sfuggire alle sue attenzioni le 7 sorelle Pleiadi, figlie di Atlante, diventarono una costellazione. A sua volta, ma le versioni della storia sono molteplici, sarebbe stato spedito tra le stelle dopo essere stato ucciso da uno scorpione perché Artemide non tollerava che si ritenesse cacciatore più bravo di lei. Non riuscendo a trattenersi neanche nel firmamento dal perseguitare le Pleiadi, Zeus gli avrebbe piazzato a sbarramento la costellazione del Toro. Insomma un irriducibile. Piaccia o meno questa versione del mito, in corrispondenza dello spicchio di firmamento che Orione occupa convergono gli occhi degli scienziati e le lenti dei telescopi, attratti da entità molto interessanti.

Così, sotto la zona delle tre stelle della “cintura”, vi è la nebulosa di Orione, un ammasso di polvere e gas incandescenti che costituisce una sorta di enorme nursery di nuove stelle entro la Via Lattea. A occhio nudo appare come un’unica stella sfocata, mentre con un binocolo o un piccolo telescopio è possibile percepire la sua natura gassosa. Studiando le stelle giovani e quelle in fase di formazione lì contenute gli scienziati cercano di capire i movimenti reciproci delle stelle entro il sistema e di ricostruire la nascita del nostro Sole, avvenuta 4,6 miliardi di anni fa.

Il nuovo filmato di tre minuti, realizzato dal programma Universe of Learning della NASA, ha riunito e tradotto tridimensionalmente le immagini catturate da Hubble in luce visibile e quelle a infrarosso di Spitzer riguardanti persino porzioni interne della nebulosa. Il risultato è spettacolare, anche a detta degli scienziati.

In corrispondenza della “spalla” di Orione vi è poi una stella molto luminosa, chiamata dagli Arabi Betelgeuse, che non significa ascella, come erroneamente tradotto in epoca medievale, bensì, forse, “mano del gigante”. Si tratta di una stella enorme dal colore arancione, con un raggio oltre mille volte superiore a quello solare, visibile a occhio nudo soprattutto a gennaio e febbraio.

La straordinarietà di Betelgeuse è che essa è una stella morente, per l’esattezza una Supergigante rossa; in un tempo imprecisato potrebbe diventare una Supernova e quindi esplodere o forse prima schiantarsi contro quello che gli scienziati definiscono un muro di polvere interstellare.

Si può in un certo modo dire che, grazie alla bellezza di Betelgeuse e della nebulosa che lo accompagnano, il cacciatore fastidioso Orione sia diventato a sua volta la fissazione di scienziati e appassionati.

Dal mito alla celebrità

Betelgeuse è oggi una stella famosa perché è stata citata in romanzi celebri e non solo di fantascienza. Basti pensare a Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle o L’equazione di Dio di Robert J. Sawyer. Da un pianeta a essa legato è giunto sulla Terra anche l’alieno Ford Prefect, che dopo aver vissuto 15 anni intrappolato in essa, accompagnerà Arthur Dent nel suo viaggio nello Spazio, salvandolo dalla fine del pianeta Terra. Ovviamente tutto ciò avviene nel romanzo Guida Galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.

“Una delle cose che Ford Prefect aveva sempre trovato difficile comprendere a proposito degli esseri umani era che avevano il vizio di affermare e ripetere cose assolutamente ovvie, come risultava evidente da frasi quali “Che bella giornata!” o “Come sei alto!” oppure “Oddio, mi sembra che tu sia caduto in un pozzo profondo nove metri: ti sei fatto male?”. In un primo tempo Ford si era fatto una sua teoria per spiegare questo strano comportamento. Aveva pensato che le bocche degli esseri umani dovessero continuamente esercitarsi a parlare per evitare di rimanere inceppate. Dopo avere osservato e riflettuto per alcuni mesi, Ford aveva abbandonato questa sua teoria per un’altra. Aveva pensato che se gli esseri umani non si esercitavano in continuazione ad aprire e chiudere la bocca, correvano il rischio di cominciare a far lavorare il cervello. Dopo un po’ aveva abbandonato anche questa teoria, considerandola eccessivamente cinica, e aveva deciso che in fondo gli esseri umani gli piacevano molto, anche se non poteva mai fare a meno di preoccuparsi e disperarsi davanti alla terribile quantità di lacune che le loro conoscenze presentavano.”

Forse più celebre è il monologo finale di Blade Runner, dove un errore di traduzione ha trasformato la parola inglese shoulder in bastioni, facendo meno comprendere il riferimento alla spalla di Orione e quindi a Betelgeuse.

Carlotta Fassina

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Naturalista, naturalmente curiosa

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