La vipera euganea: una specie “speZiale”

Carlotta Fassina

Ingrediente fondamentale per la rinomata teriaca degli speziali del ‘700 veneziano, vive ancora sui Colli Euganei (Padova)?

Da Wikipedia: photo taken by Eric Steinert at Paussac, France

Sì, per fortuna, la vipera comune vive ancora sui Colli Euganei. Rara, sfuggente e spesso confusa con altre specie di serpenti non velenosi vagamente simili come la coronella austriaca, la natrice dal collare e i giovani di biacco, è presente anche lei sulle nostre colline, ma passa completamente inosservata. Viene da chiedersi se in passato la vipera comune (Vipera aspis) fosse davvero così abbondante, da essere l’ingrediente principale di un prodigioso medicamento guarisci-tutto, di cui i farmacisti veneziani, gli “speziali”, avevano quasi il monopolio europeo: la teriaca o triaca.

Un passo alla volta. La vipera comune è una specie adattabile, che predilige gli ambienti assolati alternati al bosco o alle siepi, con nascondigli sufficienti; può, o meglio potrebbe, vivere tanto in montagna quanto in pianura, fino alle coste. Nella pianura veneta è invece estinta in molte zone, sopravvive negli ambienti dunali dei litorali veneziani e appunto sulle colline euganee e beriche, con piccole popolazioni isolate e quindi molto fragili.

A dispetto di quanto spesso si legge negli articoli dei quotidiani, non è un serpente che morde volentieri, lo fa solo quando è messo alle strette oppure inavvertitamente pestato. I casi di morso da vipera sono estremamente rari e oggi quasi mai letali.

Il veleno

https://biocyclopedia.com/index/anatomy_of_vertebrate_animals/images/74_large.jpg

Una caratteristica affascinante dei Viperidi è quella di possedere i lunghi denti del veleno in posizione avanzata e disposti orizzontalmente in condizione di riposo, quando cioè il serpente ha la bocca chiusa. Quando invece la bocca viene spalancata essi ruotano sul perno rappresentato dall’osso mascellare, si spostano verticalmente come pugnali così da iniettare il veleno alla preda senza ingoiarla.Tale speciale condizione è tipica dei serpenti solenoglifi come appunto vipere e serpenti a sonagli.

Il morso della vipera dura appena pochi secondi, ma se il veleno è stato iniettato il dolore si fa progressivamente più intenso per effetto di alcuni suoi costituenti tra cui proteasi e ammine biogeniche. Al dolore segue l’edema infiammatorio. Quello che accade poi può essere molto diverso. Nel cosidetto grado 1, il più comune, i sintomi scompaiono spontaneamente entro 24–72 ore. Se invece entro mezz’ora dal morso la pressione sanguigna si abbassa e in seguito compaiono altri sintomi come vomito, dolore addominale, malessere e in qualche caso diarrea, allora si passa al grado 2. Il grado 3 è accompagnato da gravi complicanze come insufficienza renale, lesioni polmonari, disturbi della coagulazione ecc.

Dal libro memorie dell’imperiale regio istituto del Regno lombardo-veneto Vol.II anno 1814 e 1815

La gravità del morso può variare sia su scala geografica e di specie, sia in base alla quantità di veleno iniettata. Un intervento di soccorso corretto della persona morsa e una rapida ospedalizzazione sono quasi sempre efficaci. In Italia, è giusto ricordarlo, la probabilità di un avvelenamento da vipera è molto bassa, viceversa l’intossicazione per ingestione di farmaci o altre sostanze è molto comune. Purtroppo non sembra disponibile una banca dati statistica nazionale sull’avvelenamento da vipera.

Gli antidoti immaginari

Dal volume “Incipit herbarium Apulei Platonici ad Marcum Agrippam”

Molte sono le piante che dall’antichità fino ad almeno il 1700, furono ritenute in grado di prevenire o di curare i morsi dei serpenti velenosi (o le punture di scorpione o le tossine di altre piante). Alcune di esse portano ancora il nome a ricordarlo, come le specie viperina comune, Echium vulgare, e il vincetossico comune, Vincetoxicum hirundinaria, quest’ultima specie officinale essa stessa tossica.

Il medico di Pergamo Nicandro, nella prima metà del II secolo a.C., tratta nel suo libro Terica gli antidoti ai veleni, descrivendo 125 erbe utili a sconfiggerli. Risulta evidente che Terica e Teriaca hanno un’etimologia comune, derivano infatti dal greco therion (θηρίον) animale selvatico, per estensione animale pericoloso e quindi velenoso, ma anche mammifero (i mammiferi infatti si chiamano scientificamente anche terii).

Nelle raffigurazioni di molti erbari medievali o rinascimentali la specie botanica che si riteneva curativa nei confronti del veleno veniva raffigurata accanto all’animale portatore di veleno (quindi serpente o scorpione) come nel bellissimo Incipit herbarium Apulei Platonici ad Marcum Agrippam, pubblicato tra il 1481 e 1484 e di cui una copia è presente presso l’Orto Botanico di Padova (cfr. Phaidra collezioni digitali).

Nati per combattere il veleno degli scorpioni e delle vipere furono il mitridato e la teriaca o triaca, “medicinali” venduti poi come panacea contro quasi tutti i possibili mali corporei, dalle coliche, alle febbri, dall’insonnia alla pazzia, dalla lebbra alla peste. Le spezierie o farmacie veneziane producevano nel 1700 una quantità di mitridato pari a 4,5 quintali all’anno e di teriaca pari a oltre 300 quintali all’anno.

Albarelli e mortai delle spezierie presso il Museo Zuckermann a Padova. Foto C.Fassina

Il mitridato fu ideato nel I secolo a.C. da Crateva che era medico di Mitridate, re del Ponto, ossessionato dall’idea di venire avvelenato dagli avversari. La ricetta fu arricchita di carne di vipera da Andromaco il Vecchio, medico di Nerone. Nacque così la teriaca. Essa da allora subì diverse varianti e aggiunte difficili da procurare e quindi destinate a farne lievitare enormemente il prezzo: oltre all’oppio, servivano, per esempio, il pepe lungo, la cannella, lo zafferano, la mirra, il balsamo orientale. Il vantaggio veneziano era chiaramente quello di avere la disponibilità di queste spezie grazie ai ricchi commerci navali. Il concetto di fondo che stava nell’aggiunta di ingredienti era che più essi erano, maggiori sarebbero state le malattie curate. Per far apparire più efficace il costosissimo (e inutile) medicamento, gli speziali veneziani organizzavano vere e proprie cerimonie pubbliche con farmacisti in divisa bianco-rossa e grossi mortai posti sul selciato di fronte alle farmacie.

Per rendersi conto del prestigio connesso alle farmacie veneziane, detentrici quasi del monopolio della teriaca, è utile andare a vedere il Museo di Ca’Rezzonico a Venezia, dove al terzo piano è ricostruita la farmacia «ai Do San Marchi», che si trovava in campo San Stin a Venezia all’angolo con calle Donà.

Se è vero che le vipere migliori erano quelle dei Colli Euganei, quante migliaia di vipere saranno state uccise e lasciate macerare nel vino, come prescritto dalla ricetta, per ottenere la preziosa “medicina”? Quanti altri serpenti saranno stati ugualmente uccisi, per dolo o per confusione, per alimentare il commercio e la produzione di teriaca? Meglio non chiederselo.

Per fortuna la teriaca fu progressivamente abbandonata nel 1800, non tutte le false credenze sulle vipere, invece, ci hanno ancora abbandonato.

@carlottafassina

Carlotta Fassina

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Naturalista, naturalmente curiosa

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