To’ guarda, uno squalo

Carlotta Fassina
Jan 29, 2018 · 3 min read

Quando anche gli squali popolavano il Padovano e la zona euganea

Grandi anche 10 metri, nuotarono e predarono nelle acque marine che per milioni di anni ricoprirono la nostra provincia e l’attuale Pianura Padana tra la fine del Mesozoico e buona parte del Terziario.

La quasi totalità delle loro carcasse si è degradata fino a scomparire, come normalmente accade dopo la morte, o è rimasta sepolta, e quindi irraggiungibile, decine di metri al di sotto dei sedimenti alluvionali portati dai fiumi in epoche recenti, quando ormai il mare non c’era più. Ma qualcosa di esse resta conservata presso il Museo geopaleontologico di Cava Bomba a Cinto Euganeo (Este).

Si tratta per lo più di denti appartenuti a specie diverse, tutte estinte. I denti, si sa, sono per gli Elasmobranchi (squali e razze) a ricambio continuo e quindi più semplici da rinvenire rispetto alle più delicate vertebre cartilaginee che distinguono questi pesci dai pesci ossei (Osteitti).

Un’interessante porzione dei ritrovamenti per l’area euganea proviene dalla piccola montagnola prospiciente Cava Bomba, dove appunto si trova il museo. Riguarda lo strato di argilliti scure datato 92 milioni di anni e corrispondente al limite Cenomaniano superiore -Turoniano inferiore del periodo Cretaceo. Una fanghiglia anossica, diventata poi roccia, rappresentò per squali e altri pesci il sarcofago ideale in grado di preservare i frammenti di 23 specie diverse di pesci portati lì dalle correnti marine.

Di Hectonichus — Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20586179

Al museo c’è un dente di un esemplare simile agli odierni squali grigi, appartenuto al genere Squalicorax. Della sua forma abbiamo una idea discreta, visto che presso lo Smithsonian Institution di Washington sono conservate anche le sue vertebre e pinne. Sappiamo che lo Squalicorax non raggiungeva i 5 metri e che era un animale costiero, capace di fare all’occorrenza anche lo spazzino.

Poi ci sono i denti di Isurus mantelli e Serralamna serrata, squali pelagici, e di due specie del genere Ptychodus: Ptychodus decurrens e Ptychodus polygirus. Sono questi ultimi a costituire un grattacapo per i paleontologi perché non si sa bene se fossero dall’ aspetto squaloide oppure più simili alle attuali razze. Il genere Ptychodus è infatti estinto, nessuna specie è sopravvissuta e ne restano ovunque solo i denti. Si stima che in alcune delle loro bocche ci potessero essere anche oltre 500 denti. Benché alcuni rappresentanti di questo genere arrivassero a 10 metri di lunghezza, non erano comunque dei temibili predatori, o almeno non lo erano per chi non avesse una solida conchiglia, che veniva triturata dai loro possenti denti piatti e lamellari.

Tavola presente nell’estratto “L’ittiofauna cretacea di Cinto Euganeo di Lorenzo Sorbini”, 31 dicembre 1976

Gli Ptychodus vivevano in un mare popolato oltre che da altri squali, anche da grossi rettili marini come i Plesiosauri e i Mosasauri. Meglio allora, per non entrare in competizione o essere sbranati, essere grossi e rimanere più vicini ai fondali, accontentandosi di mangiare molluschi.

Qua e là, soprattutto nelle rocce terziarie della Scaglia rossa dei Colli Euganei meridionali, ritroviamo ancora resti di denti e persino di vertebre di squali.

Al museo di Cava Bomba sono esposti denti e vertebre di un Otodus obliquus, uno squalo di gran mole imparentato agli odierni Carcharodon. Il pesce cui le vertebre appartenevano misurava 8 metri e di certo non mangiava ostriche tritate, bensì prede che catturava con le sue grandi mandibole dai denti aguzzi, nel mare del Terziario.

Un mare ben popolato quindi, quello padovano, e, grazie ai fossili di Cava Bomba, forse un po’ meno difficile da immaginare.

Vertebre di Otodus obliquus al Museo geopaleontologico di Cava Bomba

Carlotta Fassina

Carlotta Fassina

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Naturalista, naturalmente curiosa

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