La mattina — Traiettorie spensierate
Era la mattina del quinto giorno e si svegliò, come sempre, prima di lei. La osservò nel letto e, per la prima volta in molti anni, si guardò intorno. Era una stanza bianca illuminata dal primo sole. Gli infissi, così come il pavimento, erano di un legno scuro che staccava con l’orizzonte marino fuori dalla finestra.
Le ombre lunghe della guerra non pesavano più sul suo petto e quella quinta mattina, dopo centinaia di altre mattine, era solo una mattina. Non c’era il pensiero dei mortai, dei cecchini, dei fucili appoggiati accanto alle finestre sbarrate.
Pensava questo e con gli occhi tornò dall’orizzonte azzurro, a lei, addormentata sul letto. In quella prima mattina di tante mattine che sarebbero state, d’ora in avanti, solo mattine, l’orologio nel suo petto mosse le lancette.
Vide un amore perfetto prorompere tra i calcinacci di una Sarajevo, là oltre le montagne, distrutta e da ricostruire. Vide l’entusiasmo spensierato dei primi tempi dove non ci sono difetti, solo passioni.
Vide i difetti affiorare, i litigi, i “me ne vado” e le porte sbattute. Quando il racconto sembrava finire li vide abbracciati, ridere commossi. Vide l’amare inteso come voler essere amati crescere nell’amare inteso come volere amare qualcuno. Li vide crescere insieme, diventare adulti, diventare vecchi.
Li vide anziani, felici, brontoloni, intendersi e fraintendersi. Soli in una koliba di montagna e poi attorniati da decine di nipoti.
Nei suoi occhi c’era tutto questo e non c’era nessun dubbio, c’era solamente un sì in un sorriso che lei sorprese socchiudendo gli occhi in quella quinta mattina, che sarebbe stata la prima di molte altre.