Alla luce Dell’Ombra

Martina Dell’Ombra de Broggi de Sassi: scopro il suo canale YouTube per caso, diversi mesi fa, in mezzo ai video che affollano la homepage. Pochi secondi per incasellarla nel settore trash, tra wannabe veline e dominatrici dell’universo — il tutto condito da convinzioni classiste, razziste ed omofobe.

Un istante prima di porre fine all’impietosa visione, mi soffermo sui commenti: una netta divisione tra perfidi detrattori e fans entusiasti. A confronto, lo storico contrasto tra team Ligabue e Vasco è poca cosa.

La curiosità mi porta alla ricerca online: eccola, la realtà. Quel nome altisonante è pseudonimo di Federica Cacciola, attrice siciliana, attuale incarnazione di un esperimento sociale dai risvolti più o meno attesi. Niente biografia di questo giovane, geniale talento: riporto soltanto un episodio accaduto su Facebook.

A seguito della terribile, ennesima notizia di femminicidio (delitto di Sara Di Pietrantonio), Martina pubblica prontamente un post in merito. Lo stile, il solito: provocatorio, disarmante, superficiale. È vero, ancora una volta ha espresso pensieri terribili. Ed è vero, molti di noi hanno fatto considerazioni sulla stessa lunghezza d’onda, in disparate circostanze, esternandole o meno. Eppure, le conseguenze sono anche peggiori.

Un nuovo video, sulla sua pagina social. Una decina di minuti, lettura a voce alta dei commenti, pubblici e privati, ricevuti in merito al suo essersi esposta. Gli occhi di lei sono segnati da cerchi scuri, impassibili al trucco — viene da chiedersi quanto attrice e personaggio possano essere separati, in quel momento.

Sipario. Luci. In scena. Uomini, donne, adulti, ragazzini. Non manca nessuno all’appello. La collettività si ribella alla critica, a chi ha giustificato e contestualizzato, a modo suo, un efferato omicidio: purtroppo, l’arma usata è la stessa barbarie. La giovane donna lascia trapelare appena un certo disagio emotivo davanti ad insulti e minacce di morte, frutto di fantasie vicine a quelle di killer reali e cinematografici.

Lo spettatore consapevole e la protagonista si fondono, in una sorta di empatia telematica.

In una società quotidianamente avvezza alla crudeltà, queste persone non hanno scoperto la finzione: rispondono al male con perfida, gettonata foga da tigri da tastiera.

Senza disturbare filosofi e psicologi, è bastato Scooby Doo, in tempi non sospetti, ad insegnarci che i veri mostri sono gli umani. E che il legame con l’antica humanitas si spezza facilmente.

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