Funeral party e cannibalismo nel lungo incubo di Jennifer Lawrence: mother! di Aronofsky è una provocazione plastica sull’inferno di coppia e celebrità

‘mother!’ — con minuscola e punto esclamativo — è un film kitsch, esagerato e femminista: accolto tra i fischi (soprattutto dai critici italiani e francesi; il comparto anglo-americano ha apprezzato di più), è un’opera visivamente stimolante e concettualmente stratificata. Jennifer Lawrence, con permesso di Frances McDormand, seguirà le orme di Emma Stone l’anno scorso: Coppa Volpi e Oscar.

Casa simil-vittoriana grande e bellissima, isolata nelle campagne di un luogo imprecisato: Lui è uno scrittore in crisi creativa, con la faccia storta e schiacciata di un Javier Bardem molto antipatico, mother! — quella del titolo, rigorosamente e non a caso con minuscola e punto esclamativo, Aronofosky è un tipo attento ai dettagli — è la sua giovane e fresca musa, vestale devota del focolare che cura con fervore maniacale. Trasuda amore questa ragazza che ha il volto biondo e la voce calma un po’ roca di Jennifer Lawrence, che per l’artista-amato, più maturo, più carismatico, più egoista, s’annulla: prima ricostruendogli la dimora andata distrutta in un incendio, poi occupandosi di tutte le incombenze domestiche, infine generando un figlio che per Lui — che è nome, non pronome — è solo un trofeo da esibire, appendice di un Ego che non ne ha mai abbastanza.

Jennifer Lawrence, donna angelo secondo Aronofsky

È vero che ‘mother!’ è un film delirante e che il Paradiso che la protagonista immagina per lei e il suo amore — la casa costruita, curata, venerata — presto si trasforma in un inferno di proiezioni esterne di mostri psichici, paure radicali, profonde consapevolezze nascoste sotto il tappeto dell’autoindulgenza: l’hanno scritto tutti in questi giorni e la trama è nota. Un sedicente chirurgo ortopedico (Ed Harris) si presenta credendo che sia un bed and breakfast, il padrone di casa lo accoglie ugualmente e lo invita a restare: Lui è ansioso di trovare una via di fuga ad una vita spartita su base binomiale, declinata al duale, il sé e l’altro da sé, la lei da cui è amato e che dice di riamare senza farlo veramente, perché soffocato, perché ingordo di avere materiale da strumentalizzare, la compagna — bellissima donna-angelo, bellissima donna-automa — per prima.

L’arrivo dello straniero, presto raggiunto dalla moglie (una cinica, invadente Michelle Pfeiffer), è detonatore della crisi di coppia e di un precipizio di eventi sempre più funesti: la morte del figlio degli ospiti, ucciso dal fratello rancoroso per l’iniquità dell’amore genitoriale; un funeral party che si trasforma in baccanale; la stagione della fertilità che sopraggiunge a quella del gelo; lo scrittore che scrive il suo libro, la Musa che genera il loro bambino; l’assalto di orde di fanatici che decidono di fondare un culto e profanano lo spazio sacro dell’intimità di coppia. Il Messia è lo scrittore, adulato e insieme derubato, ma anche complice e aizzatore, gratificato dall’amore-surrogato degli sconosciuti che finisce per ‘cannibalizzare’ (metaforicamente e letteralmente) quello reale della compagna, la sua valenza benefica, costruttiva, non creatrice, ma procreatice.

Di tutte le letture possibili di un film che è come un calderone ribollente, zibaldone tumultuoso e sfacciato di implicazioni figurali, dall’allegoria scritturale alla riflessione sulla fama e sul ruolo dell’artista, dall’ossessione tutta americana per il culto e l’autorealizzazione a cui tutto si sacrifica (presente Chazelle?), la chiave femminista è la più interessante e terrifica perché, se c’è una cosa in cui questo film non fallisce di certo, è generare l’orrore per la coppia, per la relazione asimmetrica e predatoria, per la dinamica affettiva che distingue agente e patente, soggetto e oggetto e, allargata la lente, per una società maschio-centrica e ancora disposta a subordinare il femminile al maschile, il piccolo al grande, il giovane al vecchio, la madre al padre (questo da intendersi anche con la maiuscola), la Musa al demiurgo.

Picasso diceva che «il peggior nemico della creatività è il buon gusto» e mother! di Aronofsky è esattamente un tripudio di cattivo gusto: è un film sfacciato e debordante, caotico, aggressivo, violento, con inserti splatter e fughe visionarie ansiogene, è un film volumetrico e spesso. Il regista non stacca mai lo sguardo da Jennifer Lawrence che, sullo schermo, appare plastica, corporea, tridimensionale come una Lara Croft. Nel film, restituisce una performance brillante, in equilibrio tra potenza e sensibilità e, se vincesse la Coppa Volpi, non sarebbe un scandalo, tutt’altro. Potrebbe raccogliere lei il testimone di Emma Stone e impugnare a febbraio il secondo Oscar della sua vita. Dovremmo tutti gridare «evviva!». Così come di fronte a questo suo film tanto criticato che, però, in una kermesse con opere tutte uguali, già molto viste e molto sobrie — l’amore tra anziani morenti; problematiche postcoloniali; documentari su biblioteche; drammi esistenziali sul senso della vita che scorre; dilemmi morali; l’onnipresente conflitto israelo-palestinese — almeno ha un suo coraggio, una sua personale provocazione, una sua sfrontatezza visiva e concettuale, una sua mistica selvaggia, una sua capacità di persistenza. Interrogato in conferenza stampa su come avesse reagito alle stroncature, Aronofsky non ha fatto un plissé. Non gliene poteva importare di meno. Evviva.