
Manchester by the Sea, quello che gli uomini (non) dicono
‘Manchester by the Sea’ è, all’apparenza, la storia intimista di un lento disgelo. Eppure, più profondamente, riflette sulle connessioni umane e sulla forza terapeutica della parola.
Se Manchester ci suggerisce qualcosa, questo qualcosa è una coltre di polveri industriali, un clima inclemente, pessimo cibo e una squadra di calcio con la casacca rossa e qualche icona sportiva, adottata o da vivaio, appesa a un mito di genio e sregolatezza. La Manchester del titolo non è, però, la stessa che ci viene in mente alla prima associazione, bensì quella misconosciuta e americana del Massachusetts, una piccola località costiera nella contea dell’Essex, non lontana da Boston. Per tutto il tempo del film fa molto freddo, tranne nel finale quando l’arrivo della primavera permette a Lee e a Patrick, i due fragili protagonisti, di seppellire finalmente Joe, un buonuomo sfortunato che, a causa di uno scompenso cardiaco degenerativo, ha perso la vita precocemente, costringendo fratello quarantenne e figlio adolescente a diventare l’uno per l’altro l’unica cosa rimasta al mondo.
In questo film di Kenneth Lonergan, regista poco prolifico e assai riflessivo, che, ai prossimi Oscar, forse vincerà la statuetta più ambita, la neve e i ghiacci ricordano quasi le atmosfere incantate, ma affilatissime del Nord Europa, una Scandinavia da noir sofisticato della serialità europea e proprio agli stilemi del Vecchio Continente molto deve un’opera che asseconda uno script mimetico, estremamente naturale, cesellato intorno alla difficoltà di comunicare di cui tutti i personaggi sembrano pagare lo scotto in una dolorosissima, quanto comune, compressione emotiva.
Il freddo pungente che pian piano s’addolcisce è, così, un correlativo oggettivo di uno stato esistenziale che, lentamente, si prepara a un disgelo che non sarà realisticamente imminente, ma in futuro, chissà. Non è, tuttavia, la dialettica tra cuori e ambienti l’aspetto più originale di un film di per sé non originale, un dramma intimista di passaporto americano ma ascendenze europee, dalla (s)coloritura più indie che commerciale, e non è neppure il tema delle ferite che non riescono a rimarginarsi e dell’incastro impossibile tra un passato strozzato dalla tragedia e un futuro inseguito da un senso di colpa insanabile, ma il rapporto tra i due unici superstiti di una famiglia che il destino e la malattia hanno smagrito all’osso di una solitudine condivisa in cui la fame di vita di uno finisce per sbloccare, in qualche modo, l’inappetenza dell’altro.
E questo rapporto, quello tra lo zio e nipote, è rappresentato in un modo così brusco, singhiozzante, stentato da risultare sempre strattonato e tenerissimo, sempre incredibilmente realistico, anzi, incredibilmente vero: nessuno dei due è in grado di esprimersi bene, ma entrambi hanno bisogno, in qualche modo, di superare la balbuzie affettiva e di ripristinare il linguaggio della pienezza esistenziale, dell’urgenza di continuare a vivere, nonostante gli sgarbi, gli errori, le colpe, il deserto relazionale. Il maturo, più del giovane.
Se Manchester by the Sea vincerà l’Oscar, sarà una piccola ingiustizia perché il film non è un capolavoro, ma se succederà, speriamo che lo faccia, allora, per la motivazione più nobile. Perché è un film sul lessico famigliare di cui scriveva la Ginzburg, sui codici di una famiglia che si riconosce attraverso una lingua condivisa anche se imperfetta e sfacciatamente autoreferenziale, e, ancor meglio, perché è un film sull’importanza delle connessioni umane, sulla necessità estrema, quasi biologica, di comunicare. Gli psicologici sostengono che un trauma non sia un evento oggettivamente traumatico, ma l’impossibilità di dirlo. E Lee, dolente protagonista di ‘Manchester by the Sea’, è la prima vittima dell’impossibilità di dire il trauma, dello straziante e subdolo tormento della parola abortita.
Per questo, quando la sua ex moglie Randy, anni dopo la tragedia più atroce, lo incontra per strada, sono le sue parole a lungo trattenute a bucare le estreme difese: «perdonami per quello che ti ho detto quella volta, per averti dato la colpa del delitto più imperdonabile, per non averti permesso, a causa delle mie parole rabbiose, di ricominciare, come invece, con ogni evidenza, ho fatto io». Non dice esattamente questo, anzi non dice quasi niente di tutto questo, ma tutti noi quando dobbiamo dire qualcosa di importante, diventiamo imprecisi, e nella vita, non abbiamo tempo di meditare le parole, di scegliere le più puntuali, le più sensate. Nella vita, tutti noi, improvvisiamo e nessuno sceneggiatore ci suggerisce la battuta. E questa sceneggiatura-non sceneggiatura, questo esprimersi per approssimazione, questo non dirsi tutto, ma comunque riuscire a comunicare in qualche modo, sempre male, mai in una forma veramente liberatoria, è la grazia principale di un film che trova la sua ragion d’essere solo nella straordinaria prova di Casey Affleck, il fratello bravo di Ben, che interpreta superbamente un personaggio maschile che si lascia amare dallo spettatore nonostante tutto l’impegno profuso nel sembrare scorbutico e intrattabile, nonostante e, anzi, forse, proprio grazie alla sua riluttanza istintiva a sprecarle, le parole, a banalizzarle in vacui chiacchiericci.
Se sarà lui, Casey Affleck, ad alzare la statuetta come miglior attore, ci dispiaceremo per Ryan Gosling, ma troveremo il verdetto comunque giusto. Meno pertinente, in un’edizione che ha lasciato colpevolmente indietro Amy Adams, la candidatura a miglior attrice non protagonista di Michelle Williams (nel film, è Randy) che, al di là delle poche scene, non riesce e non riuscirebbe, in ogni caso, a fare la differenza. Non ci riuscirebbe perché Manchester by the Sea è un film tutto al maschile, su quel modo di comunicare proprio dei maschi che si sottrae all’accessorio e che, però, a volte, s’inceppa anche di fronte all’essenziale.
