
‘Solo per Ida Brown’ di Ricardo Piglia è il romanzo più bello dell’anno
Pubblicato a marzo da Feltrinelli, è l’ultima opera di uno scrittore argentino poco letto in Italia, ma molto molto grande.
Ricardo Piglia è uno scrittore argentino di rango, semi-sconosciuto in Italia, morto all’inizio di quest’anno nella quasi totale indifferenza mediatica. A marzo è uscito, per i tipi di Feltrinelli, il suo ultimo lavoro risalente al 2013, un romanzo che in originale reca come titolo El camino de Ida e in italiano Solo per Ida Brown. A guardare la copertina dalla grafica allo stesso tempo austera e vistosa e ad occhieggiare il titolo insignificante, uno non sospetterebbe di trovarsi di fronte a un’opera straordinaria e dispiace un po’ che, nella pletora di recensioni del solito pugno di tormentoni editoriali, gli sparuti contributi critici sul libro si siano smarriti.
Solo per Ida Brown appartiene al genere del romanzo, ma va detto che Ricardo Piglia, che è stato anche un brillante accademico, storce il naso di fronte alle maglie strette della settorializzazione forzata e distingue il romanzo da qualsiasi altra espressione letteraria solo per i personaggi: tra i generi non ci sono differenze di sostanza, ma solo d’intenzione, di umanità. Nel romanzo non ci sono gli dèi, ci sono solo gli uomini. E questo basta a distinguerlo dall’epica, ad esempio. Ida Brown del titolo è una professoressa universitaria che, a suo tempo, paralizzò l’accademia con una tesi dottorale su Dickens dopo la quale nessuno ebbe più il coraggio di azzardare un rigo in più: Piglia ce la racconta come una rock star dell’Ivy League, insieme impetuosa ed accorta, manipolatrice e irriverente, allineata ed iconoclasta. Professionista abnegata e femme fatale, Ida Brown ha il corpo cosparso di macchie bianche, come aree de-pigmentate, isole albine su una superficie rosea e bruna: un dettaglio, non privo di allusioni simboliche,che scopriamo alla fine dopo che, per tutto il libro, la incontriamo a singhiozzo, nell’intermittenza propria di un testo che procede alternando narrazione e interpolazione saggistica ed è la seconda delle due ad essere veramente avvincente.
Solo per Ida Brown potrebbe essere chiamato thriller o noir perché in effetti Ida Brown presto muore: le esplode un ordigno in mano e la vicenda si inserisce in un piano terroristico sottilmente ideologico, votato a disinnescare, innescando la miccia, l’automatismo che identifica l’atto criminale all’atto psicotico. Eppure, l’appeal del romanzo non risiede nella trama: non si legge perché si vuole scoprire come e perché, o perlomeno non solo. La grandezza di questo libro sta nel superamento del concetto di letteratura di genere, della distinzione tra romanzo alto e romanzo basso, tra romanzo-mondo e romanzo-provincia, tra romanzo di consumo e romanzo per l’eternità. La struttura è quella del sub-genere, ma la sua essenza è quella universale del classico. Ma ancor più di questo, l’opera di Piglia è memorabile — come memorabile è il suo genio scrittorio — perché azzera le distanze tra creazione e meditazione, tra evento vissuto ed evento pensato, tra scrittura e lettura perché la scrittura è lettura del mondo, sempre soggettiva, umorale, irrisolta, e la fiction e il saggio sono la stessa cosa esattamente come lo sono la vita e la riflessione, l’appetito e la repressione, la passione e la sua disciplina. Innesti meta-critici su Hudson e Conrad, pagine di ponderato lirismo sulla bellezza drammatica e verticale della lingua russa, riflessioni sull’utopia e sulla cultura del controllo, sui cortocircuiti totalitari e puritani della società americana: il momento analitico-interpretativo dell’esistenza è, per Piglia, sullo stesso piano di quello sintetico-costruttivo; tra ermeneutica e prassi non vi è distanza, così come tra etica ed estetica, scienza e umanesimo. Solo per Ida Brown assolve, così, il compito dell’intrattenimento e, allo stesso tempo, sposta le cellule della nostra mente, mette ordine nella stanza angusta e caotica del nostro intelletto, stimolandoci a un’auto-interrogazione che non può finire se non insieme alla nostra carne perché ogni linguaggio ha un suo codice e ogni cosa del mondo ha una sua cifra da decriptare e «alle tre del pomeriggio le parole volevano dire una cosa e a mezzanotte avevano tutt’altro significato».
