The Young Pope: Dio (non) è morto

Il genio di Sorrentino a servizio della tv: storia di una rivoluzione

The Young Pope, la prima volta televisiva di Paolo Sorrentino, è ciò che non sembra. È come il discorso di Natale pronunciato a Venezia dal suo protagonista, il papa fittizio Pio XIII, al secolo Lenny Belardo: imbastitura di domande che materializzano antinomie. Il drama andato in onda su Sky con un successo di pubblico superiore a quello, già enorme, di Gomorra, è un paradosso e un mistero, esige una sospensione di giudizio, un accoglimento dell’enigma senza pretesa di scioglierlo. Se qualcuno azzardasse che il tema è la corruzione della Chiesa, sbaglierebbe analisi: il Vaticano rappresentato è l’Arcadia del potere, metafisica dell’eccesso, stilizzazione di tutte le umane debolezze e di tutte le sovra-umane santità. Sarebbe riduzionista vedere nel papa giovane, interpretato con abnegazione da Jude Law, un eroe nero: Pio XIII non è né mefistofelico né machiavellico. Eterno bambino ferito dall’abbandono dei genitori, despota autocompiaciuto della sua anacronistica grandeur, vicario del suo divismo più che di Dio, guaritore e consolatore delle altrui tribolazioni, Lenny sembra sperimentare, quasi giocando, tutte le possibilità identitarie.

The Young Pope sublima il narcisismo autoriale (di ‘sorrentinate’ ve ne sono molte meno, solo un canguro, niente fenicotteri) e consegna alla nostra tv un modello d’eccellenza estetica, di compattezza drammaturgica e di sapienza attoriale (menzione d’onore a Silvio Orlando) difficilmente ripetibile e, per questo, stimolante. Ma la rivoluzione non è solo tecnica. Sebbene, a prima vista, tutti i personaggi di questo show affollato di religiosi che non credono o credono male, sembrino interpretare un segmento diverso della morte di Dio, The Young Pope fa della spiritualità il suo centro e la sua periferia, elemento accessorio e nervo pulsante, sostanza ed epidermide del suo racconto scenico: Dio non c’è ed è ovunque, l’assenza è negazione e affermazione della sua presenza, epifania sussultoria di una devozione che tutto permea e che tanto si fa più potente quanto meno si rende riconoscibile. Sorrentino ci dice a suo modo, con il suo genio che non ripudia il kitsch, che lo storytelling può sfidare il sospetto implacabile del divino e fare del dubbio e delle intermittenze della fede i cardini del suo thrilling.