CHI SIAMO? DOVE VIVREMO?

Adattarsi. Ci insegnano l’importanza di farlo fin da quando siamo bambini «ché non si sa mai». E se in futuro fosse esattamente il contrario?

Sì, è una provocazione, ma studi recenti indagano il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e si concentrano sulla cosiddetta biofilia, un tratto distintivo del genere umano individuato a metà degli anni Ottanta dal biologo E. O. Wilson. Professore ad Harvard e invitato a tenere lezioni nelle università in tutto il mondo, Wilson confessò di preferire la foresta della Guinea, con tutti i suoi disagi, agli ambienti ricchi ma artificiali delle università. Il motivo era semplice: «Sono attratto dalla natura» disse, e chiamò questa attrazione “biofilia”.

Niente di più facile: l’uomo è naturalmente attento a tutto ciò che è vivo.

«La biofilia è una caratteristica evolutiva umana, un tratto genetico che può essere più o meno sviluppato, ma è sempre presente» ci spiega il professore Giuseppe Barbiero biologo a capo del laboratorio di Ecologia Affettiva all’Università della Valle d’Aosta. Cosa c’entrano queste osservazioni con la capacità di adattamento? Per la prima volta, con un esperimento unico al mondo e progettato interamente in Italia, si stanno cercando di studiare in maniera globale le reazioni del corpo e della psiche umana in un’abitazione. Si chiama Biosphera 2.0 ed è un modulo abitativo di 25 metri quadrati nato dalla visione di Mirko Taglietti, CEO di Aktivhaus, da anni dedito alla costruzione di case che rispettino i parametri avanzati di risparmio energetico: «Ma da subito non ho voluto limitarmi alla costruzione dell’ennesima casa a basso impatto ambientale», commenta.

Biosphera 2.0 è infatti un progetto complesso di monitoraggio ambientale e fisiologico:

obiettivo è realizzare e testare l’autonomia energetica, ma anche il benessere di chi ci vive. Per la prima volta verranno monitorati anche i parametri fisiologici degli abitanti in situazioni ambientali molto differenti, con lo scopo di definire scientificamente il loro livello di benessere psicofisico (il modulo passerà da Courmayeur, Aosta, Torino, Milano, Rimini e Lugano e vi potete candidare per essere i prossimi ospiti). «Finora si è data più attenzione al costruito che non alla vita delle persone — spiega il professore Guido Callegari del Politenico di Torino, membro del comitato scientifico di Biosphera 2.0 — ma la crescita degli abitanti del nostro pianeta e la loro alta concentrazione nelle città richiede che venga ripensata l’architettura, non solo quella abitativa».

Il modulo, che potrà essere integrato con altri, segue i protocolli di certificazione di edificio passivo più avanzati, ossia Passivhaus e Minergie-P. In Europa vi sono molti esempi di questo tipo, come per esempio le abitazioni progettate dallo studio svizzero Halle 58 a Berna. «L’obiettivo del mio laboratorio — spiega il professore Barbiero — è sviluppare un percorso sperimentale per arrivare a una teoria globale su come percepiamo un ambiente».

I suoi studi si sono concentrati su due aspetti. Il primo è l’attenzione che si rigenera più in fretta e meglio con l’immersione in un contesto naturale (d’altronde, c’erano dubbi?).

Il secondo è l’empatia e nello specifico quella asimettrica, che si manifesta tra esseri umani e creature non umane e che favorisce lo stabilirsi di relazioni solide con l’ambiente. Queste osservazioni sono state determinanti per progettare la casa del futuro che si dovrà sempre di più adattare alla persona e alle emozioni che si sviluppano attraverso le percezioni sensoriali. Ma in pratica questo cosa significa? Vuol dire, per esempio, costruire un’abitazione con grandi finestre — nonostante ciò crei grossi problemi per il mantenimento della temperatura interna — perché il contatto visivo con l’ambiente esterno è stato un tratto fondamentale nella nostra storia evolutiva. Vuol dire avere un’ottima insonorizzazione, cercando di favorire però i rumori esterni “buoni” usando materiali naturali. In fine significa avere un buon ricambio d’aria: «I primi ospiti di Biosphera 2.0 sono rimasti sorpresi perché avevano la sensazione di stare all’aperto» racconta Barbiero.

Siamo solo all’inizio, molto probabilmente ci saranno Biosphera 3.0 e 4.0 che dovranno avere performance sempre migliori dal punto di vista non solo energetico, ma anche affettivo ed emotivo.

«Le persone sono diverse, percepiscono in maniera innata un ambiente come più o meno biofilico — continua Barbiero — o, al contrario, possono percepire uno spazio in maniera ostile (biofobico): le persone con un’intelligenza naturalistica meno sviluppata infatti vivono bene anche dove c’è meno natura, anche se poi hanno minori possibilità di rigenerarsi dallo stress».

Si diceva all’inizio infatti come la biofilia sia un tratto genetico dell’uomo, fondamentale per sviluppare un’adeguata intelligenza naturalistica. La biofilia è la base genetica dell’intelligenza naturalistica, come il ritmo è la base genetica per l’intelligenza musicale, e che proprio per questo andrebbe stimolata e allenata. In caso contrario si potrebbe rischiare di rimanere con un talento sprecato tra le mani. E sebbene non sia ancora stato dimostrato, pare che decisive siano certe esperienze con la natura, che avvengono tra i tre e i nove anni della nostra vita. Se si verificano nel modo e nel posto giusto dentro di noi si consolida una forte biofilia che permette di sviluppare un’alta intelligenza naturalistica, importante per l’equilibrio psichico della persona. Anche se poi deciderete di vivere in città.

www.biosphera2.it

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di WU 67 (aprile 2016) per leggerlo sull’edizione sfogliabile clicca qui


Originally published at www.wumagazine.com.

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