Come stiamo bene insieme

SANDWICH SU FLICKR

L’uomo è fatto per vivere in società. I social network, però, sembrano essersi messi di mezzo, ostacolando le relazioni umane e rendendoci più individualisti. Ma è davvero così o stiamo reagendo con paura a un cambiamento che non si sa dove ci condurrà?

L’uomo è un animale sociale. Senza mettersi a ripercorrere la storia della filosofia, dare contro ad Aristotele e alla sua affermazione è difficile: passano i secoli, cambia il mondo intorno a noi, ma il nostro bisogno di stare insieme, condividere momenti e organizzarsi in una società non scompare mai del tutto.

L’esigenza di comunità è umana. Alcuni però credono che l’uomo di oggi sia più solitario e additano come colpevoli Internet, la tecnologia, gli smartphone e a volte il digitale. Con il risultato di fare, oltre che un’osservazione precipitosa, anche una grande confusione. Chi da anni si occupa di questo tema è la psicologa americana Sherry Turkle. Professoressa di sociologia, la Turkle è una delle massime esperte degli effetti della cultura digitale sulla società: nel suo libro Alone Together del 2011 si domandava quanto fosse autentico un sentimento provato per una macchina o con la sua mediazione e sosteneva che l’uomo si aspettasse sempre di più dalla tecnologia e sempre meno dagli individui. La conclusione dei suoi studi è che non siamo capaci di stare soli e dunque ci affidiamo ad altri strumenti per sentirci in compagnia. La Turkle afferma anche — ed è difficile darle torto — che la sola presenza degli smartphone influisca sul nostro modo di interagire: provate a uscire di casa senza telefono per una sera e capirete di cosa parla.

Tornando a ciò che diceva Aristotele, Andrea Di Camillo, founder di p101 società italiana di venture capital, commenta così: “È sbagliato pensare che la comunità si stia spostando su Facebook, semmai si integra con esso. Certo, assistiamo in alcuni momenti a fenomeni di ‘boom’, ma sono temporanei, dovuti a una novità — spiega — si stanno creando e si creeranno altre forme di società, ma alla fine ci sarà sempre un equilibrio. Non si può dire che l’uomo non abbia più bisogno di stare insieme”. Se la diffusione dei social media ci avesse resi più individualisti, piattaforme come Airbnb, BlaBlaCar, Uber e le nostre più piccole Gnammo e Pony Express, non avrebbero preso piede così tanto e così in fretta. Queste imprese, che fanno parte della cosiddetta sharing economy, rappresentano un modo più efficace e meno dispersivo di lavorare, perché accorciano l’intermediazione:

la diffusione di alcuni nuovi canali sociali, come i social network, ha fatto collassare i confini tra sfera personale e professionale. I bisogni personali sempre più spesso coincidono con quelli funzionali e l’economia della condivisione diventa imbattibile

sostiene Di Camillo. Se fossero davvero disruptive, questi trend farebbero sparire molte delle convenzioni sociali come le conosciamo oggi. Ma chi la pensa così non tiene conto di una variante molto importante: il tempo. Insomma una parte del mercato è stata o verrà sostituita da nuovi player, sta a quelli già esistenti il compito di innovarsi: “La sharing economy fa collassare i rapporti mediati, rendendoli più corti, veloci ed efficaci e, soprattutto, rimette al centro del sistema l’individuo. Dopo gli anni della catena di montaggio in cui centrale era la produzione robotizzata, ora l’uomo è di nuovo protagonista” conclude Di Camillo.

Sono cambiate le reti sociali — commenta Fabrizio Vagliasindi, docente di Digital Entertainment Design alla IULM — e sono cambiati anche il mondo e gli strumenti di comunicazione, ma l’uomo fa sempre le stesse cose. Pensare che debba tornare a essere sociale dopo un periodo individualistico è scorretto”.

Perché se la tecnologia si inserisce sempre di più nelle nostre vite e sembra dominarci, in realtà siamo noi che la usiamo nel modo in cui ci serve.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando Vagliasindi usa metafore e similitudini: prendiamo l’Italia, una nazione nata sulla struttura dei piccoli paesi, ognuno dei quali con la propria piazza. La società si faceva al bar, dove ci si ritrovava a condividere momenti, a curiosare. A un certo punto è comparsa la TV: all’inizio non era nelle case, si continuava ad andare al bar per guardarla tutti insieme, quando è diventato un oggetto di uso comune, allora sì, siamo diventati più individualisti, chiusi ognuno nella propria stanza davanti a uno schermo. Non è un caso che a quel punto siano nate le telenovelas, che rispondevano al bisogno umano di osservare il pettegolezzo di paese: “ecco, ora pensa a Facebook — conclude Vagliasindi — e a quello che fai quando sei online: spii e osservi quello che fa la gente, che conosci più o meno. I media si adattano sempre alle nostre esigenze”.

Il digitale non è altro che un modo di configurare — a livello macro e micro — le diverse azioni e ciò, certamente, comporta conseguenze che ancora non sappiamo dove ci condurranno.

Il mondo dei social è invece un paese, un paese globale, in cui si instaurano legami anche con persone che mai avremmo incontrato, o ritrovato, nella nostra vita. La piazza di Facebook è delocalizzata: “oggi il luogo non è un elemento determinante, i social sono piazze virtuali e il bello è proprio questo: sono raggiungibili da qualsiasi punto”, continua Vagliasindi.

Durante ogni trasformazione dei media la società guadagna e perde qualcosa.

Cosa abbiamo guadagnato dai social network? Maggiore consapevolezza delle diversità e delle diverse culture. Ci conosciamo meno in profondità, ma c’è maggiore vastità dei rapporti e delle relazioni. In alcuni momenti la socializzazione non avviene in prima persona, siamo infatti nell’era del multischermo: guardiamo la televisione e la commentiamo in diretta su Twitter con sconosciuti, invece che al bar il giorno dopo. Sono cambiate le reti sociali, sì, ma in fondo noi facciamo sempre le stesse cose.

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Originally published on WU magazine #65. www.wumagazine.com