QUEL GENIO DI DAVID BYRNE A SETTEMBRE CI STUPIRÀ… NON CON LA MUSICA, MA CON UNA SERIE TV!

Girando i laboratori di ricerca di università prestigiose, David Byrne ha realizzato una mostra interattiva e una serie televisiva che a settembre arriverà in Italia su NatGeo
«Never for money, always for love». Canta così David Byrne in This Must Be the Place. Fondatore dei Talking Heads, Byrne è una delle menti più prolifiche a livello artistico in campo musicale degli ultimi decenni. Impossibile rimanere zitti quando parte uno dei suoi successi. Negli anni la sua produzione artistica non si è mai fermata e si è diffusa in altre discipline.
A settembre una delle sue ultime opere arriverà in Italia: si tratta di una serie tv, ma non l’ennesima (seppur quasi sempre bellissime) di relazioni, amori, passioni, crimini e politica. Year Million indaga la società umana e il suo futuro.
È da tempo che David lavora sul tema. O meglio è da tempo che, affascinato dalla mente umana, indaga il cervello, interroga i ricercatori, visita i laboratori universitari e cerca di diffondere le sue scoperte. Scoperte che per la scienza sono oggetto di studio da anni, ma che ancora non sono state divulgate al grande pubblico: l’idea è quella di rendere teatrale la materia scientifica, approcciarla in maniera ludica nella convinzione che solo l’esperienza ci renda consapevoli dei meccanismi del nostro cervello.

Tutto è nato da una curiosità personale ed è diventato poi la mostra The Institute presents: Neurosociety che si è svolta tra ottobre dello scorso anno e marzo di questo alla Pace Art + Technology Gallery di Menlo Park, in California. La mostra è stata realizzata da David Byrne insieme a Mala Gaonkar, un’esperta di tecnologia e investitrice di fondi finanziari del settore, e ha preso spunto dalle ricerche scientifiche di alcuni laboratori universitari visitati. «Siamo dilettanti» si legge sulla presentazione del progetto sul sito di David (un sito molto bello, tra l’altro: la navigazione è accompagnata da una playlist selezionata dallo stesso Byrne che contiene anche Ami ancora Elisa di Battisti!). Inizia con un’ammissione la spiegazione di Neurosociety. Ma per la sua realizzazione niente è stato fatto in modo dilettantistico, ricevendo anzi l’aiuto e il sostegno di molti ricercatori. E infatti Neurosociety non è una mostra con opere d’arte esposte e in vendita, ma di stanze dove fare esperienze.
Le nostre decisioni sono spesso dettate dalla nostra visione del mondo che non è oggettiva, ma influenzata dal contesto e da pregiudizi — cognitivi, sociali e percettivi; questo è il punto di partenza. Come diceva Anais Nin:
«Non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo».
La mostra si articolava in tre atti in cui le persone, a gruppi di 10, potevano provare diverse esperienze, accompagnati da alcuni attori che ponevano quesiti morali, politici e percettivi.
«Le informazioni sono disponibili ovunque, ma l’esperienza è unica e ha un valore sempre crescente in un mondo sempre più digitalizzato» ha detto Byrne.
Nelle tre sale le persone facevano esperienze fuori dal comune perché «è nell’inusuale che si rivela l’ordinario». È in questi momenti, quando la realtà si scollega dai sensi, che i meccanismi del nostro cervello vengono messi a nudo e sono a nostra disposizione per l’osservazione e lo studio.

Ovviamente si tratta di arte, quindi David e Mala hanno lasciato spazio alla componente più divertente, ma in questi mesi sono stati raccolti molti dati che Byrne ha già messo a disposizione delle università, anche se per ora nessuno ha deciso di usarli. L’ispirazione per uno degli atti della mostra è arrivata dall’esperimento Essere Barbie dell’Università di Svezia, nel quale ti trovi dentro il corpo di una bambola e devi ridimensionare la tua visione del mondo. Modificando leggermente l’esperimento, in Neurosociety i visitatori venivano fatti sedere in cerchio attorno a una bambola. Dopo aver indossato occhiali per la realtà virtuale che ci fanno “incarnare” nella bambola le persone iniziavano a vedere e sentire cose che non c’erano.
Non basta sapere che queste cose non esistono davvero, se qualcosa tocca la gamba della bambola, automaticamente le persone coinvolte nell’esperimento si sentiranno toccati, perché la nostra percezione del mondo non si basa sulla realtà, ma su qualcosa che costruiamo nella nostra mente.
Da questi studi è nata anche Year Million che, in sei puntate, esplora come sarà l’uomo tra un milione di anni. Futuristi, scienziati, studiosi, ma anche scrittori di fantascienza raccontano gli ultimi progressi tecnologici nei diversi ambiti della vita e le innovazioni che avranno un forte effetto su di noi e sull’umanità, alimentandone l’evoluzione. Il racconto del possibile futuro viene fatto attraverso una tipica famiglia americana: una figlia è androide e tutti i personaggi si trovano davanti a scelte difficili. Spoiler: la mortalità sarà una cosa del passato, l’uomo si fonderà con le macchine, l’intelligenza sarà illimitata e la specie umana sarà interplanetaria. Impossibile svelare invece se tutto ciò sarà un bene o un male. Non resta che vivere.
Pubblicato su W U #80 http://www.wumagazine.com
