Cazz boh, i Nasodoble svegliano un’Isola. Intervista all’autore Alessandro Carta, alias Nicola di Banari.

Che in Sardegna di ingiustizie, abusi e schifezze se ne siano commessi tanti e che si siano protratti per periodi insopportabilmente lunghi, è cosa indubbia. Eppure, quali che siano i motivi storici, sociali, culturali e di chiunque siano le responsabilità – dei sardi e dei non sardi – in quest’impronta di sandalo lasciata da qualche dio in mezzo al Mediterraneo si è sempre continuato a vivere, indifferenti al passare delle stagioni, dei secoli, dei popoli, dei dominatori. Indifferenti a tutto. I sardi vivono come se niente possa distruggerli, a prescindere dal fatto che se ne accorgano o meno. Ma, purtroppo, non basta aver visto Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Aragonesi, Spagnoli, Savoia, tra soprusi, rivolte, battaglie e guerre d’ogni sorta, non basta per avere la certezza che niente ti possa scalfire. Ogni tanto, per fortuna, qualcuno se ne accorge e lancia l’allarme. I Nasodoble, ad esempio, se ne sono accorti. Lo storico gruppo sassarese ha pubblicato su Youtube, da qualche giorno, il video della canzone “Cazz boh”, scritta da Alessandro Carta, alias Nicola di Banari, che della band è cantante e autore. Un’idea che ha riscosso grandissimo successo sul web, grazie anche a quattro illustri – e sarde – collaborazioni: Ilaria Porceddu, Beppe Dettori, Joe Perrino e Francesco Piu.

In quattro minuti i Nasodoble – che festeggiano quest’anno i dieci anni di attività – sbattono in faccia all’ascoltatore una lunga serie di questioni fondamentali, contraddizioni e angherie inflitte ai sardi – o che i sardi si sono lasciati infliggere, punti di vista – nel corso della recente storia contemporanea. Dalle servitù militari all’inquinamento delle multinazionali, passando per il fallimento delle piccole medie imprese fino ad arrivare alla questione della lingua. Una canzone che molti hanno definito una sorta di “inno sardo” o addirittura “di tutto il Mezzogiorno”.

Ho avuto il piacere di incontrare Alessandro e Peppino (violinista) ad Alghero, poco prima della serata dei Nasodoble al Lido Beach Bar. E Abbiamo chiacchierato un po’.

Prima di tutto, auguri e felicitazioni per il vostro decimo compleanno Grazie mille. Direi che la festa sta riuscendo bene.

Parliamo della genesi dell’opera: come nasce Cazz boh? Ho scritto la canzone, strutturata come una specie di trallallera contemporanea, e l’ho buttata su internet. Volevo fare un video ad hoc per youtube, con le caratteristiche del classico video domestico. La prima versione ha riscosso un discreto successo, restando però in un circuito isolano limitato e ben definito.

Diciamo in un’area di gente che ha una certa idea del mondo e della Sardegna, soprattutto Sì, esattamente. Tra l’altro era anche un periodo di campagna elettorale (elezioni regionali febbraio ndr) e rischiava quindi di creare malumori e divisioni. La cosa bella, invece, è che ha unito. Da quel momento in poi abbiamo lavorato come Nasodoble e il pezzo è il risultato del lavoro collettivo.

Un collettivo che per l’occasione si è allargato e impreziosito Abbiamo coinvolto artisti di diversissima estrazione musicale e quindi con un pubblico diverso. Diversi tra loro e diversi da noi: la nostra musica è abbastanza stravagante, fuori dai generi. Questa commistione era un po’ rischiosa, eppure qualcosa ci diceva che avrebbe funzionato.

E così viene fuori il video “ufficiale”, quello che ha invaso il web Abbiamo mantenuto lo stesso ambiente casalingo di quello originale. Laura Piras ci ha messo del suo, coniugando stile e semplicità.

In effetti i quattro protagonisti sembrano entrare metaforicamente nella tua cameretta, e nel vostro mondo, quasi a simboleggiare un’adesione completa al messaggio della canzone Non sei andato molto lontano dalla verità: le collaborazioni sono state tutte affrontate con entusiasmo e con sentita partecipazione. Non c’è voluto molto per convincerli, insomma. E abbiamo addirittura declinato altre richieste, secondo dei nostri criteri.

Di solito nutrite collaborazioni tra artisti vengono fuori dopo grandi eventi tragici o fatti che segnano profondamente società e opinione pubblica: alluvioni, terremoti e altre simili sciagure. Il fatto che ci sia stata tale partecipazione ci può aiutare a dare la giusta dimensione alle piccole grandi tragedie raccontate nella canzone Siamo fondamentalmente in un’economia di guerra. Multinazionali che fanno il bello e cattivo tempo, servitù militari, inquinamento, mancanza di lavoro. Direi che basta. Tant’è che oltre a Beppe, Ilaria, Joe e Francesco che hanno messo la loro arte, abbiamo trovato porte aperte un po’ ovunque: uffici stampa, provider su internet, tecnici del suono. Questo ci ha fatto un enorme piacere. Questo è quello che la cultura dovrebbe sempre fare: parlare dei problemi reali.

Pensate che a una grande risposta del pubblico possa corrispondere una grande risposta del cittadino? Di canzoni che hanno fatto la rivoluzione ne conosco poche, pochissime. Non possiamo sapere quali saranno gli effetti alla lunga distanza, né se effettivamente ce ne saranno. Siamo artisti, non politici. Sicuramente il fatto che il video stia avendo una tale risonanza qualcosa dovrà pur significare. Abbiamo ricevuto tanti messaggi anche di sardi che stanno fuori: anche loro si sono sentiti molto vicini alle nostre parole, quasi che fosse una liberazione. Ci stiamo accorgendo, forse, che siamo proprio noi, sardi, i peggiori nemici di noi stessi e che spesso, anziché prendercela con chi ce la dovremmo prendere, preferiamo occuparci dei problemi del mondo piuttosto che dei nostri o, peggio ancora, preferiamo farci la guerra a vicenda per piccole cose.

Piccola curiosità: sono arrivate proposte politiche? Ci sono arrivati messaggi di tutti i tipi, comprese offerte di mettermi a capo di chissà quali movimenti. Per fortuna siamo ben consapevoli di quello che è il nostro ruolo. La canzone solleva dei temi trasversali, che coinvolgono tutti i sardi a prescindere dalle idee politiche.

La canzone “Sardinia, Sardinia”, scritta da Mogol e trasmessa negli aeroporti sardi. Permettete, ma il paragone viene da sé: entrambe le canzoni hanno un tono spensierato, cambiano leggermente i contenuti Direi che siamo di fronte a due idee di Sardegna molto diverse. Tralasciando il lato estetico e musicale, sarebbe interessante sapere quali interessi ruotano attorno ai diritti d’autore di una canzone destinata agli aeroporti, e quindi a un importante flusso di persone. Mogol dice di averla regalata, quindi sarebbe bello capire. Senza voler a tutti i costi trovare del male, per carità.

Un verso della canzone dice: “D’altra parte questa limba è obsoleta, meglio parlare in italiano che è la lingua del pianeta”. Perché allora la scelta dell’italiano? Il nostro scopo era quello di comunicare a più persone possibili, in Sardegna e non. Cosa era meglio fare per la riuscita dell’operazione? In questo caso era importante, se non fondamentale, scrivere in italiano affinché le parole potessero viaggiare oltremare. Ed evidentemente abbiamo fatto la cosa giusta. Certo, molte delle nostre canzoni sono scritte in sardo o in sassarese, ma questo è un altro discorso.

Una canzone che va forse a colmare una lacuna dei media regionali: l’incapacità di comunicare ai sardi quanto i temi trattati siano cruciali per la vita dell’isola e sull’isola. In quattro minuti si portano a galla argomenti dei quali si parla quotidianamente, ma che sono ancora ridimensionati dall’indifferenza generale. Esempio: ad Alghero non interessa ciò che accade a Quirra e viceversa Ma non solo: anche a Quirra sembra non interessare ciò che accade a Quirra. Forse abbiamo paura di sapere. È anche vero che siamo ormai allevati all’indifferenza. Siamo allevati a sentirci inferiori e meno importanti.

Non possiamo certo dire di essere forti dal punto di vista numerico, quindi elettorale Ebbè? Malta ha la metà degli abitanti della Sardegna, eppure ha sei rappresentanti in Europa. Il problema, però, non è politico, ma sociale e soprattutto culturale. Pensiamo alla scoperta dei Giganti di Mont ‘e Prama, tenuta nascosta al mondo per trent’anni, o al fatto che Eleonora d’Arborea sia completamente ignorata nei programmi ministeriali di storia. Pensiamo di non contare niente, ma allora perché tante realtà hanno così tanti interessi sulla nostra isola?

La canzone si chiude con una frase amarissima: “Ché tanto ai sardi, per principio, in culu l’intrat et in conca no”. Autocritica neanche tanto velata

Lavorare in campagna mi ha insegnato il piacere e il valore della schiettezza. C’è un modo per dirci le cose tra di noi, di spiegarcele, così come sono, senza tanti giri di parole. Penso che alla fine dei conti questo sia apprezzato. Ed è probabilmente lo stesso modo con il quale possiamo andare a mettere in difficoltà chi di questa terra pensa di poter fare ciò che vuole. Con la poesia, con la fantasia.

Senza prescindere da movimenti, associazioni et similia Tutti quelli che hanno lavorato e che lavorano tutti i giorni sul territorio, con fatica e passione, entrando negli argomenti specifici e cercando di far conoscere ai sardi, prima di tutto, quelli che sono i gravi problemi dell’Isola. La riuscita di questa canzone è un dovere anche nei loro confronti, per rendere merito e onore a chi in certi casi mette anche a repentaglio la propria incolumità fisica. Scrivilo questo, ché è importante.

Scritto. È proprio da qui che bisognerebbe ripartire Cazz, sì.

Commenti

Originally published at ilcarusoblog.com on September 8, 2014.

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