Il duca di Marlborough (particolare di un dipinto di John Closterman)

Perché è un bravo ragazzo

Il viaggio di una melodia


Spesso mi sono chiesto quale sia l’origine di questa melodia, la quale nessun’uomo riesce a trovare. Chi il protagonista? Chi è colui che per primo la cantò?

È forse in Mambron l’origine, un valente cavaliere crociato? Tanta gloria guadagnò il suo braccio sterminator di saraceni da dare vita ad un canto? Tanto onore da essere inserito, a pieno titolo, al fianco di Orlando nelle Chansons des gestes, tanta fama da divenire conosciuto dagli egiziani e dagli arabi, suoi antichi nemici?

E c’è chi dice che in Egitto e in Arabia tal motivetto non gloriava il cavaliere francese ma si trattava bensì di un antico canto egiziano. Dunque il nome del motivo non è Chanson de Mambron ma Malbrouk, dicesi anche Malbrough o Malborough o Marlbrò, come dicono i popoli islamici?

Un canto arabo, secondo un certo Brewer, una melodia molto nota portata in Oriente dai crociati. Nacque dunque fra la Trinacria ed il Mare del Nord?


Ci fu una guerra tra francesi e inglesi, una delle tante, quando re Luigi XI chiuse per sempre gli occhi. Così si chiudeva una canzone del XV° secolo:

Ne pleurez plus la belle
Car il est trépassé
Il est mort en Bretagne
Les Bretons l’an tué
J’ai vu faire sa fosse
A l’orée d’un vert pré
Et vu chanter sa messe
A quatre cordeliers

Ed in questo modo si onorava il defunto Principe di Orange, nell’anno 1543:

Sa femme lui demande
Prince quand reviendrez?
Je reviendrai a Pâques
A Pâques ou à Noël
Voici Pâques venue
Et le Noël passé
Le beau Prince d’Orange
N’y est point arrivé


È stato notato che tali versi assomigliano molto a quelli, secondo i più, inventati la sera di quel sanguinoso giorno a Malplaquet. Rispondendo ad un destino di eterno scontro, i britannici si confrontavano con i rivali d’Oltremanica. Comandante temuto dai francesi, il duca di Marlborough più volte aveva sconfitto gli acerrimi nemici degli Stuart ma quel giorno dimostrò al duca quanto vane siano le certezze umane.

Gli eserciti personali dei monarchi europei combattevano in quel momento ardentemente fra di loro, per costrizione e per soldo, così che nessuna fazione riusciva a prevalere sull’altra. Nel giorno della battaglia di Malplaquet, l’11 settembre 1709, le perdite francesi erano sanguinose ma meno di quelle avverse.

I nemici della Francia cadono sotto i colpi dei moschetti, dei cannoni e delle spade dei centauri. Caricano i carabiniers, i cavalieri della Maison du Roi e le Gardes du Corps e molte anime volano verso l’Ade. Tuonano i cannoni del Re Sole, vomitano in faccia al nemico la potenza del giglio. I fanti di d’Artagnan difendono con straordinario coraggio il bosco di Sars e hanno in sprezzo la vita: fanno sibilare le loro pallottole sugli italiani di Eugenio (non certo il celebre figliastro di Napoleone, nato 72 anni dopo la battaglia) e una di queste sfregia il volto del monarca piemontese.

Il generale inglese Marlborough insiste e carica follemente, egli sa che il francese è sempre stato da lui sconfitto e che egli è chiamato dai suoi il duca immortale. E mentre questo pensa, volano schegge ed una lo colpisce in pieno. La sua purpurea giubba si scurisce, il duca è riverso a terra. Sconvolti da tal visione i sudditi di regina Anna son presi da ira funesta: premono su ogni lato i francesi ed i bavaresi, così da alfine costringerli alla ritirata, ed un’altra vittoria si colora dello stemma degli Stuart.

Ma quale il prezzo? Quasi il doppio sono le perdite inglesi e piemontesi e Marlborough giace a terra in pericolo di vita. Fu a questo punto che nell’accampamento francese si festeggiò la morte del duca, e burlandosene e sghignazzando con disprezzo della sua vita trascorsa a combattere il re di Francia. Così comincia il franco motteggio, queste le prime due strofe:

Malbrough s’en va-t-en guerre
Mironton, mironton, mirontaine
Malbrough s’en va-t-en guerre,
Ne sais quand reviendra
Ne sais quand reviendra
Ne sais quand reviendra
Il reviendra-z-à Pâques
Mironton, mironton, mirontaine
Il reviendra-z-à Pâques
Ou à la Trinité
Ou à la Trinité
Ou à la Trinité

[la parola mironton non ha alcun senso, inserita in questo contesto. Essa sta a indicare una ricetta, la bistecca con la salsa, secondo alcuni era in passato un aggettivo per connotare una persona con disprezzo]


Alcuni si sono accorti che Malbrough s’en va-t-en guerre fa riferimento ai versi decantati in onore di Luigi XI e del principe di Orange di cui sopra, e questo è ben visibile in ben due strofe della versione francese del 1709, comparabili a quelle delle due più antiche chansons. La prima strofa della chanson del 1709 assomiglia alla strofa di chiusura della canzone quattrocentesca composta in onore di Luigi XI:

Aux nouvell’s que j’apporte,
Vos beaux yeux vont pleurer.
Malbrough est mort en guerre
Est mort et enterré
J’l’a vu porter en terre
Pae quatre-z-officiers

Questa strofa assomiglia invece a quella della canzone del 1543 composta in onore del Principe di Orange:

Malbrough s’en va-t-en guerre,
Ne sais quand reviendra
Il reviendra-z-à Pâques
Ou à la Trinité
La Trinité se passe
Malbrough ne revient pas


Quali altri antenati? Forse il canto madre fu quello inneggiato per il Duc de Guise, assassinato nel 1563 a causa del conflitto religioso che insanguinava le terre da Dunquerque a Marsiglia? Di certo tutti i popoli crearono la loro versione del misterioso canto, che dilagò per tutto l’Occidente: tedeschi, danesi, italiani, spagnoli, portoghesi, americani…E Maria Antonietta, regina di Francia, lo rese celebre.

Mentre gli inglesi, rincuorati da una buona notizia, opposero a quella francese una versione più semplice, diversa per il testo ma identica per ritmo e melodia:

For he’s a jolly good fellow, for he’s a jolly good fellow
For he’s a jolly good fellow (pause), and so say all of us
And so say all of us, and so say all of us
For he’s a jolly good fellow, for he’s a jolly good fellow
For he’s a jolly good fellow (pause), and so say all of us!

Il bravo ragazzo di cui parla la canzone è il duca di Marlborough: pare che egli risorse dalle sue disgrazie e in questo modo venne incoraggiato dai suoi commilitoni, sì da facilitargli il ritorno in sella: troppo presto i francesi diedero per spacciato il glorioso condottiero. Davvero egli s’era guadagnato il soprannome di “duca immortale”.

I grandi attinsero a tal motivetto soldatesco nato fra la guerra e le barbarie. Beethoven lo adoperò per celebrare il duca di Wellington, Mozart ne fece uso ne “Le nozze di Figaro”, Rossini in un’armonizzazione per pianoforte.


Questa è la storia di una melodia senza confini e di un testo adottato e adattato da mille paesi, al di fuori del tempo e dello spazio. Di questa canzone probabilmente non scopriremo mai la provenienza ma la sentiremo ancora cantare, perché il canto tradizionale non spiega, non proclama verità, non rispetta barriere, ma tocca le corde più segrete dell’animo umano. (Enrico Lantelme)
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