Il femminismo ha perso. Viva il femminismo!

Tre gennaio, interno di una nota catena di abbigliamento, camerini di prova. Due ragazze misurano un abito commentando nel corridoio davanti allo specchio.

“Cavolo saranno state le feste, ma non entro nemmeno nella 44! La 46?

“La 46 non c’è. Non la fanno proprio

“Peccato mi piaceva. Certo che cavolo…guarda quella str§§§a! Le sta perfettamente. Minimo non ha mangiato niente. Sarà di quelle acide che non toccano nemmeno per sbaglio una fetta di panettone

Un’innocua conversazione. La presa d’atto della motivazione più profonda del fallimento culturale del femminismo. Di fronte a un problema — il fatto che una catena d’abbigliamento di massa non produca la taglia 46 e che le sue taglie siano del tutte “al ribasso” — una giovane donna reagisce criticandone un altra. L’obiettivo dell’astio non è, come dovrebbe essere, la linea di produzione del marchio, ma una “simile” la cui colpa sembra essere quella di entrare in una taglia 44. Nessuna analisi del reale, ma la pedissequa accettazione di un modello sbagliato, un modello che è stato così profondamente introiettato da diventare indiscutibile e portare la (lecita peraltro) rabbia verso un altro obiettivo. Difficilmente potremmo assistere ad una simile scena nei camerini maschili. Di fronte a un capo che non veste bene l’uomo fa spallucce, dichiara che “comunque va bene”, si disinteressa oppure decide di iscriversi in palestra. Raramente accusa un altro uomo di essere “colpevole” di una maggior aderenza al canone. Casomai lo invidia o tenta di emularlo, ma questa è un’altra partita.

Il discorso si può estendere a molti altri settori della vita quotidiana, alcuni dei quali decisamente più importanti. Di fronte a una promozione molto invidiata le malelingue maschili si concentreranno sul fatto che il collega è un raccomandato, che è stato abile nel blandire il capo, che comunque è un signor sì. Assai raramente si dirà che ha ottenuto il posto grazie a favori sessuali, ammiccamenti o alla sua bellezza. Si sarà trattato sempre di una strategia — per quanto bassa — di “testa”. Lo stesso non si può dire per quanto riguarda le promozioni al femminile, ma le illazioni non provengono solo da parte di malevoli colleghi: spesso sono proprio le colleghe a far riferimento, nei pettegolezzi da corridoio, ai meriti “sul campo”, a tacchi e scollature, ad atteggiamenti amichevoli sospetti.

Nella vita privata le cose non vanno meglio. Se una donna tradisce il suo compagno o, anche senza che ci sia tradimento, si risposa, lascia il partner, trova qualcuno di diverso con cui vivere viene (e non entro in un giudizio di merito) caricata della sua responsabilità. Nel migliore dei casi si opterà per un “ha deciso così”, nel peggiore verrà accusata di essere una zo§§§a traditrice. Se la stessa cosa avviene in casa maschile, ci sarà sempre un capro espiatorio contro il quale la vittima si scaglierà addossandole ogni colpa. Lei lo ha irretito. È stato traviato. È una poco di buono rovina famiglie. Come se al maschio in questione non competesse alcuna responsabilità, come se si trattasse di una vittima.

E cosa dire delle donne che, svolgendo professioni tradizionalmente maschili, si sentono ripetere da altre donne — come fossero dei mantra — sempre le stesse domande?

E con la famiglia come fai? Non è un carico troppo pesante? Riesci a fare tutto?

Domande già di per sé fastidiose, ma che assumono un tono grottesco quando provengono da voci femminili. Lo stesso dicasi per le signore che, di fronte a una scelta professionale, selezionano sempre UN professionista.

Se lavoro e amore non creano problemi, potrebbe essere la famiglia a sollevarne. A chi non è mai capitato di sentire, più o meno casualmente, un’amica, una collega, una parente, criticare una madre perché “lavora troppo” oppure “non passa abbastanza tempo coi figli”? Certo qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una critica spesso fatta anche ai padri, ma — osservando da vicino il tono con cui questa viene fatta — nei confronti degli uomini si ritrova sempre una certa rassegnazione. Come se si trattasse di constatare un dato di fatto. Peccato, sono fatti così di natura. Per le donne è diverso e le impietose “colleghe” non si risparmiano critiche per chi ha smesso di allattare troppo presto, per chi è tornata al lavoro non appena possibile, per chi lascia i bambini ai nonni per un weekend con le amiche.

Tutte critiche ormai storicamente note. Qualcuno, in tal senso, ha parlato di fallimento del femminismo: non siamo riusciti a modificare sostanzialmente il pensiero maschilista. Vero. L’errore più grande però non risiede nella società, non è attribuibile all’uso scorretto del linguaggio di genere o alle campagne pubblicitarie ancora — purtroppo molto spesso — sessiste. Il problema maggiore per l’affermarsi di un vero pensiero paritario sono le donne stesse, poco capaci di “pensarsi” e di andare al nocciolo della questione, poco inclini a quella vicinanza-sorellanza presupposto di qualsiasi auto affermazione di gruppo.

Ci siamo concentrate eccessivamente su ciò che andava modificato in casa d’altri (maschi), dimenticando che il primo passo andava fatto in casa nostra, nelle nostre teste, nei nostri atteggiamenti.

Perché non sono solo gli uomini a sbagliare, nè tantomento dobbiamo attendere un’investitura che provenga dal loro radicale cambiamento. E non sarà il gender a salvarci, ma l’abbandono di un atteggiamento remissivo, giustificatorio e conservatore che, in molti casi, le donne dimostrano di possedere molto più dei colleghi uomini.