L’indifferenza che rende complici

*Disclaimer: chiunque si senta coinvolto in prima persona da queste parole ha la coda di paglia. Se non avete paura che s’incendi continuate a leggere, molto probabilmente questo pezzo non vi riguarda e potrete solidarizzare serenamente.

Sono stanca di lamentarmi, di pensare che sia tutta colpa di una congiuntura economica, di credere che — in fondo — tutto si riduca ad un “dovevi nascere una quindicina d’anni prima”. Stanca di sorridere rassegnata a chi mi dice che “purtroppo va così” e poi cambia argomento, stanca di trovare una giustificazione al fatto che a trent’anni vivo ancora in casa coi miei, arrabattandomi con contrattini ultraprecari.

Cinque anni fa ho fatto una scelta precisa: ho accettato un posto di dottorato senza borsa di studio. Non l’ho fatto per paura di confrontarmi col mercato del lavoro, non l’ho fatto perché “è più comodo stare a casa con mamma e papà”, non l’ho fatto perché non avevo ancora deciso cosa fare della mia vita. Volevo fare la ricercatrice e, per quanto sapessi che si trattava di una strada in salita, ho studiato, mi sono preparata e ho fatto di tutto per acquisire le competenze necessarie per farlo. In cinque anni di università non ho mai saltato un appello, non mi sono mai presentata impreparata, ho partecipato a seminari facoltativi e attività non strettamente curricolari. Ho investito sulla mia formazione, slogan che oggi va tanto di moda. Non è andata come speravo e posso anche accettarlo. Nella vita non sempre le cose procedono secondo l’equazione “impegno>risultato” (per quanto educatori e famiglie non si stanchino mai di ripetercelo, come ben ricorda in un suo intervento Michela Marzano). Ho la coscienza a posto e questo mi basta.

Non posso però rassegnarmi al fatto che in Italia una professione come il ricercatore (non il cantante, la modella, la ballerina, l’attrice) sia da considerarsi una chimera e quelli che decidono di provare a diventarlo dei folli. Non mi sono presentata a un casting di X-Factor, non sono andata dalla De Filippi: ho studiato, ho lavorato, ho investito il mio tempo. Non ho chiesto nessun regalo alla sorte. Non ho pensato di avere diritto a un riconoscimento in base alla fortuna di essere nata alta e magra o con una bella voce o la parlantina giusta. So di essere una persona “normale” e nella mia totale normalità di dovermi impegnare per arrivare da qualche parte. Senza saltare passaggi.

Quello che chiederei ora non è compassione, ma rispetto, per le mie scelte, per il mio percorso, per la dignità della mia qualifica. Non chiedo un posto garantito in un settore dove, per colpa delle sciagurate scelte di chi anagraficamente mi ha preceduta, il futuro sembra inesistente. Chiedo di poter svolgere i miei “lavoretti” (bellissima la definizione di lavoretto data da Libera Pisano in questo post) senza essere considerata l’eterna ragazza, di poter considerare la ricerca e le pubblicazioni — che con fatica tento di continuare a fare — come un’attività professionale e non come un hobby, di essere riconosciuta e ascoltata da quelle privilegiate persone che hanno avuto la possibilità di diventare quello che io, probabilmente, non sarò mai.

Perché la cosa che ferisce di più non è tanto il compromesso esistenziale su cui si gioca la mia esistenza, non è la mancanza di una vera autonomia e nemmeno il fatto che senta trattare con deferenza persone che hanno la metà esatta delle mie qualifiche: so chi sono e non ho bisogno di un appellativo per sentirmi realizzata. Quello che fa male davvero è l’indifferenza: l’essere dimenticati appena si volta l’angolo, senza che nessuno, dopo anni di “convivenza” senta il bisogno di chiederti con un messaggio come va, cosa fai e se lavori ancora a qualche progetto. Fa male accorgersi che sono gli stessi umanisti i primi a svalutare il loro lavoro, a pensare di essere una fetta irrilevante e accessoria dell’accademia italiana. Fa male che, anche a fronte di una disponibilità più volte rimarcata, anche a costo di rinunciare a volte al riposo in funzione dello studio (tipico atteggiamento da bamboccioni quello di tornare dal lavoro e mettersi di nuovo al lavoro al posto di guardare un film o andare in palestra), la risposta non sia nè un si, nè un no, ma una solenne indifferenza.

“Le cose vanno male” e con questa frase ci si lava la coscienza. Oggi però mi sento di fare un’accusa: la vostra indifferenza ferisce, mortifica, uccide più di qualsiasi taglio in bilancio, più di qualsiasi lavoretto precario, più di qualsiasi rinuncia che per provare a realizzarsi si debba fare. La vostra indifferenza relega centinaia di aspiranti ricercatori (o ricercatori volontari) nella solitudine, la vostra indifferenza vi priva di quell’umanità che dovrebbe essere la base di qualsiasi pensiero veramente umanistico.