Racconto: Evidenziatore Stabilo giallo
Ad aprile i miei genitori iniziarono le pratiche per il divorzio. Due mesi dopo, io finii le elementari.
In cinque anni tutti i bambini mutano senza fare domande al tempo, come i piccoli trifogli sbocciano in silenzio. Solo un sassolino duro era rimasto sterile dall’inizio alla fine. Si chiamava Daniele, e io lo odiavo.
Daniele non giocava con nessuno. Durante la lezione si sentiva, nei momenti di silenzio, il fregamento continuo delle sue mani sotto il banco. Quando gli parlavi, lui ti interrompeva a metà della frase; oppure rimaneva in silenzio fino alla fine come se fosse sordo. Il mio compagno di banco mi disse una volta che lui era diverso, che aveva qualcosa a che fare con le automobili; ma a me non importava niente, lo odiavo e basta.
Io avevo buoni voti ed ero brava a pallavolo. A dieci anni ci vuole poco per essere benvoluti da tutti. Non mi accorgevo del tacito privilegio su cui galleggiavo; mi prendevo tutto come se fosse dovuto, e sapevo anche di poter sforare i limiti con un buono sconto sulle conseguenze. Per questo nessuno se la prendeva molto se qualche volta tiranneggiavo quel bambino silenzioso, ingobbito tutto il tempo sulla propria sedia come un vecchio. Le maestre lo ignoravano per coprire l’imbarazzo della sua presenza. Gli altri lo ignoravano perché dargli fastidio non regalava soddisfazioni: non reagiva. Il suo unico interesse era mantenere in ordine la sua numerosa cancelleria, che ogni mattina disponeva con ordine meticoloso sul banco. Se lo prendevi in giro rimaneva assente, con lo sguardo nel vuoto, come immerso nelle trame di una realtà misteriosa che tutti, eccetto lui, sembravano ignorare. Ma Daniele restava comunque uno sfigato, quindi tormentarlo andava bene. Specie quando a farlo ero io.
Ciò che mi divertiva di più, era rubargli le cose: la sua faccia diventava paonazza e le guance gonfie di un respiro affannoso, come un palloncino pronto a scoppiare, le lacrime incipienti ai lati delle palpebre, ma non emetteva un gemito. Si mordeva compulsivamente le dita fin quando non si calmava, o fin quando una maestra stizzita non lo spediva in bagno per calmarsi. Una volta mi sembrò di vederlo uscire con un puntolino rosso di sangue sul pollice, e la mia sicurezza tentennò; ma fu una tenerezza di cuore che scordai subito.
Un giorno Daniele, inaspettatamente, rubò qualcosa a me. Era il mio adorato evidenziatore Stabilo giallo. Era un colore bellissimo, e quando lo usavo tutti i miei compiti sembravano un documento importante, da grandi. Credevo di averlo perso, fin quando non lo vidi in mano a lui.
La sezione C diventava un epico teatro di guerriglia durante ogni intervallo, tra corse forsennate, urli e incursioni nel campo nemico della sezione B, cinque metri più avanti, con cui avevamo iniziato una lotta senza quartiere a partire dalla seconda elementare, cioè da quando le due classi si erano ormai affiatate in una complicità belligerante. In tutto quel caos, fermo come una stella distante, Daniele stava seduto. Sul banco c’era il mio evidenziatore. Egli teneva il mento appoggiato sul ripiano, tra le nocche delle mani abbarbicate sul bordo, e lo sentivo produrre lunghi mormorii incomprensibili. Prendeva l’evidenziatore, lo cambiava di posto, e bisbigliava qualcosa. Lo metteva in posizione verticale, con tutta l’attenzione di cui era capace, e sussurrava più flebilmente. Poi lo buttava giù con un fendente della mano, e borbottava stavolta con aria molto convinta. Stava parlando con il mio evidenziatore. Per la precisione, si produceva in lunghi e complicati discorsi con quel pezzo di plastica dalla punta fosforescente. Ma non mi degnò di alcuna attenzione, quando gli dissi “è mio. Ridammelo.”
Il suo sguardo vagò per un attimo attorno alla mia figura, come se rimbalzasse attorno a una barriera invisibile, oltre la quale egli non riuscisse a vedermi; poi tornò a dissertare con la sua refurtiva.
Qualcosa dentro di me mi impedì di piagnucolare dalla maestra: in ogni bambino esiste un sensore delicatissimo, designato a captare la mancanza di considerazione da parte degli adulti. Dentro di me sapevo che nessuno mi avrebbe dato attenzione, se mi fossi lamentata di Daniele: il fastidio e i sensi di colpa delle insegnanti, da un lato desiderose di perdonargli tutto, dall’altro di imputargli la sua stessa esistenza, sarebbero implosi infine in una pozza di pigra vigliaccheria. E la mia minuscola richiesta di giustizia sarebbe stata zittita, con una delle tante scuse stupide che gli adulti si inventano per essere lasciati in pace.
Era una questione tra me e lui, era una questione di orgoglio: mi avrebbe restituito l’evidenziatore di sua volontà, e tutto sarebbe andato come avevo deciso io.
L’ultimo giorno della mia quinta elementare era una bella giornata di giugno, con il sole a picco e un vento vorticoso. Molti della mia classe erano in giardino a giocare, pochi altri nella sezione B per un ultimo regolamento di conti. Io feci finta di andare in bagno, ma tornai in classe dove, da solo, Daniele sedeva al banco. Giocherellava imperterrito con il mio tesoro giallo. I suoi sussurri si mescolavano col frinire delle cicale che, assieme a una leggera brezza, si intrufolava dalla finestra socchiusa.
“E’ mio. Ridammelo.”
Nessuna risposta.
“E’ mio. Ridammelo. Hai sentito?”
Nessuna risposta.
Lo presi per le spalle e lo scossi con tutta la forza che avevo in corpo. “Mi senti? E’ mio!”
Lui, colto alla sprovvista, si alzò maldestramente dalla sedia e indietreggiò. Guardava nel vuoto, a disagio. “Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me.”
Erano parole di una canzone (ai limiti dell’idiozia) che avevamo imparato in prima elementare. Daniele aveva una memoria eccezionale, ma quando si trattava di esprimersi senza copiare da qualcuno, a malapena rispondeva di sì o di no.
“Che cosa vuol dire!”
“Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. Io sto un po’ con te, tu stai un po’ con me.” Guardava sempre più in basso.
“Smettila! Io non sto con te e non ti do niente! Quella canzone è scema e io voglio il mio evidenziatore!”
Proprio mentre stavo per strattonarlo una seconda volta, una repentina folata di vento spalancò di botto la finestra. Spazzolò via tutto quello che c’era sul banco di Daniele: gli astucci aperti vomitarono in un attimo tutto il loro contenuto. Pennarelli colorati sparati in ogni angolo dell’aula vuota, il righello sbatté contro la gamba di una seggiola, due o tre gomme rimbalzarono con un ciocco sordo e sparirono sotto l’armadio, le matite colorate si sparsero sul pavimento con il loro rumore di xilofono.
In una frazione di secondo era esplosa una specie di bomba multicolore. Mi venne da ridere, come fanno ridere tutte le piccole catastrofi, specie ai bambini. Ma mi zittii subito appena vidi in volto Daniele.
La faccia tutta accartocciata in una espressione stravolta, le lacrime agli occhi, il respiro singhiozzante, ed era rosso, rosso come io lo facevo arrossire di solito, ma stavolta, più che ridacchiare, mi fece paura.
Non si portò le nocche alla bocca come faceva di solito. Invece, diede in un urlo disperato e ferocissimo, come non ne sentii più né da un bambino, né da un adulto. Cominciò a gridare come una bestia ferita, e a dare pugni e calci a tutto quello che lo circondava. Volò a terra la sedia, il banco fu spinto emettendo un barrito doloroso. Daniele si avventò anche contro il muro, incurante del male che si provocava. Colpì anche me. Era un bambino gracile, ma mi fece male, e tenendomi lo stomaco mi allontanai in un angolo.
“Sta prendendo a pugni la barriera invisibile” pensai d’un tratto, respirando a fatica. “Sta prendendo a pugni il vento”.
Il dolore è un incantesimo dagli effetti imprevedibili: quel colpo mi aveva fatto sputar fuori tutta la mia rabbia, come un oggetto acuminato ingoiato per sbaglio. Qualcosa dentro di me fu liberato, e prese a sgorgare naturalmente, come un fiume che riconquista il proprio letto. Allora, provai per quel ragazzino un calore nuovo e indecifrabile. Daniele prendeva a pugni la barriera invisibile, prendeva a pugni il vento, il vento che gli scompigliava gli astucci, che gli scompigliava ogni certezza, ogni fragile confine, il vento che aveva fatto saltare come una bomba i sorrisi amorosi di mia madre e mio padre, il vento che aveva frantumato il letto sereno della mia famiglia, e mi aveva trasformato in una peste perfida quando io non volevo, non volevo, desideravo solamente avere controllo su qualcosa, desideravo solo imprigionare il vento, desideravo che tutto restasse com’era. Che tutto restasse com’era.
Ma all’epoca avevo dieci anni e non ero consapevole, per niente consapevole di aver compreso la rabbia di quel bambino.
Semplicemente, decisi che dovevo farlo stare zitto prima che arrivassero le maestre. Quindi lo presi per la collottola della maglietta e gli stampai un bacio sulle labbra. Più che un bacio, fu una sorta di sberla con la bocca, ma sortì l’effetto sperato: lui tacque di botto e si irrigidì tutto, come una bestiola che si finge morta. Rimase rosso in faccia.
Mi trattenni solo un momento, prima di correre via.
Dopo l’ultimo giorno di scuola non lo vidi mai più. Portando con sé il mio evidenziatore, Daniele varcò il mondo oscuro dei ricordi. Ma adesso io so, che in quell’aula vuota di giugno avevo forato la sua barriera invisibile: nell’istante in cui io fuggivo dalla porta lo guardai. E per la prima volta lui guardò me. Mi guardò fisso e a lungo. Mi guardò negli occhi. Mi guardò davvero.
© Celeste Sidoti, 2° posto al concorso 150 Strade 2015