Racconto: Sirena

Per lavorare con gli handicappati, mi ero foderata il cuore. Avevo capito che non potevo salvarli tutti. E non avrei mai avuto in cambio lo stesso amore che gli donavo. 
Per questo, quando mi parlarono di lei, stremata, accettai. Mi sembrava un lavoro facile, indolore — avrei appoggiato il cuore spento su una mensola, per venti ore la settimana. 
Quando la prima volta la vidi, mi avvolse un senso di tenerezza e disagio. Muoveva a stento le ruote della carrozzella, con le sue mani troppo grandi e troppo sottili. I suoi vestiti squallidi erano avvolti da lunghissimi capelli, fini e lucidi come un telaio di seta. Mi chiesi in quanti mobili si incagliasse, quante volte cadesse a terra o rischiasse di morire, ogni volta che curava quei meravigliosi capelli. Mi sorrideva di un sorriso vacuo, con una bocca sottile, dalla forma perfetta, sopra al mento puntuto e prominente. Aveva due occhi acquosi, distanti, che mi perturbavano — sembrava lo sguardo assente di qualche creatura animale. Erano stati chiari con me: lieve disagio mentale.
Corinna, disse di chiamarsi, con la sua voce fine, piena d’aria. Spesso i genitori infliggono nomi fascinosi ai propri figli sfortunati, per coprire un disagio che rendono, invece, più grottesco — pensai. Tuttavia scoprii presto che la trovavo davvero ammaliante.
Bevevamo tisane all’iperico e tè, le leggevo qualche libro, guardavamo la tv. Ogni tanto mi parlava di sé. Di come il padre rammendasse le reti da pesca, sulla spiaggia davanti alla casa, e lei lo vedesse dalla finestra, una figura blu sempre di spalle. Mi parlava poi della scuola, ma il racconto si faceva rarefatto, come una stoffa consunta e piena di buchi. Mi stupiva che non sapesse affatto leggere, ma forse il suo ritardo era più grave di quanto pensassi. 
Il terzo giorno mi accorsi che portava un anello, con una grossa perla rosa di forma ovale. Forse era una perla naturale, perché vedevo le scanalature, e tutti i piccoli teneri segni che distinguono una cosa capace di crescere.
“Oh, sì.” rispose lei, arrossendo sulla punta degli zigomi bianchissimi. “E’ un regalo di mio padre, il re del mare.”
Ah sì, mi avevano raccontato anche questo. Era come se vivesse in due distinte realtà. Bastava toccare l’ingranaggio giusto, con una parola, un gesto od un silenzio, che il suo disco saltava, e lei riprendeva quell’altra sua vita come se niente fosse. Mi avevano detto che potevo portarla indietro, con le parole giuste, con i giusti discorsi — così continuai a parlarle, nel tentativo di insabbiarla sulla terraferma.
Guerreggiammo per un po’, in una lotta sussurrata, dove ognuna ignorava l’altra, e sorridendo sventolava la bandiera del proprio, migliore, più vero mondo. Alla fine, lo ammetto, fu lei a trascinarmi giù con sé. 
Aveva una immaginazione iridata, preziosa — ogni chimera prodotta dalla sua mente, te la faceva scintillare sotto al naso. Mi parlò del suo castello, scavato in una foresta fossile di coralli, bianca e grande come una città. Mi parlò della sua stella marina preferita, quella tozza come un biscotto, arancio fuoco; se la metteva tra i capelli, appena sopra l’orecchio, e a volte sentiva i peduncoli sottili scendere dietro l’ansa del collo. Mi parlò di tutti i gioielli che possedeva, madreperla, conchiglie screziate, ma anche opali, turchesi e perfino qualche diamante. Le rubava ai carichi delle navi affondate, tanto lì nessun altro li avrebbe più cercati. 
Mentre parlava delle sue fantasticherie, capii che seppellita nel profondo, celata agli sguardi dei più, era sommersa un’altra donna. A tratti mi appariva beata, innamorata della vita. Altri ancora, crudele come un piccolo tiranno viziato. Altri ancora, e sempre più spesso, splendeva come una regina. Il suo sguardo brillava, la sua bocca si faceva rossa, ed anche la sua splendida chioma sembrava alzarsi in morbide volute. Forse era seduta su un trono, mi stava accanto per puro diletto e, se l’avessi trattata con la minima scortesia, si sarebbe alzata sulle sue gambette agili e non l’avrei vista mai più. 
Quando il mio turno finiva, e dovevo lasciarla sola, lei si spegneva, tornava innocua e trasparente. Mi salutava con piccoli gesti ebeti, dal balconcino arrugginito di casa sua. 
Era davvero penoso, il suo distacco dalla realtà. Ogni tanto, mentre stiravo i panni o leggevo il giornale, mi affliggeva l’idea che Corinna non potesse raggiungermi, raggiungerci tutti nel mondo reale. Ma se potevo allietare le sue giornate, lasciarla libera di vivere le sue illusioni per qualche ora, non mi sarei tirata indietro. 
Impiegai qualche tempo per accettare la realtà: ero io ad aver bisogno di lei. Ero io a raggiungerla ogni giorno, col fervore di una credente, per ascoltare le sue storie favolose. 
Non so quanto realizzasse il proprio fascino, ma di certo ne approfittava. Spesso mi chiedeva di restare oltre l’orario stabilito, di farle la spesa più volte al giorno per soddisfare i suoi capricci, e prendeva in prestito senza permesso ciò che trovava nella mia borsa o nelle tasche del mio cappotto. 
Le giornate si fecero cupe e brevi, Novembre era arrivato. L’ultimo giorno, Corinna mi convinse a rimanerle accanto fino a sera. La vidi sparire per un po’ nel corridoio d’entrata. Ogni tanto sentivo il rumore di soprammobili, barattoli, ed altri oggetti che cadevano. Le chiesi se volesse una mano — ma lei mi rispose che no, voleva farmi una sorpresa.
Tornò più di venti minuti dopo, con la chioma tutta per aria, e una chitarra in mano. Scoppiammo a ridere. 
Aveva scelto una canzone in latino, di cui non capivo le parole. Disse di averla imparata tanti, tanti anni prima. Era una melodia languida e dignitosa. Si adattava bene al suo timbro di voce, che modulava con delicata maestria — anche se, a volte, tornava alla cantilena raschiata di quando parlava. 
Che stupida ero stata. Più la ascoltavo, più capivo che stava facendo tutto di proposito. Cantava una nenia sospirata, con stonature impercettibili, calcolate, che accendevano la melodia di un brivido. Era un genio della musica, perché non usciva da quello squallido appartamento e non andava a incidere un disco. Non riuscivo più a distinguere quello che ascoltavo dalle visioni che popolavano la mia testa. Non sapevo dove finisse l’handicappata con la voce di spago che agitava il palmo molle dal balcone, e dove cominciasse la giovane belva con le occhiaie profonde, che ciondolava il collo per scoprire l’incavo della spalla. 
Non mi accorsi nemmeno che la canzone era finita — avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Ero solo una grassa badante di quarant’anni, ma avrei fatto tutto per lei. Non mi ero ancora accorta dell’ordine che avevo ricevuto.
“Portami al mare. Voglio andarci adesso.”
Mi riscossi subito. Cosa mi stava dicendo quella squilibrata?
“Che cosa? Non pensarci nemmeno. Fuori saranno cinque gradi, e c’è la bufera. Ci andremo un’altra volta, appena…”
Sentivo i suoi occhi acquosi perforarmi la schiena. Fui costretta a voltarmi. Dio, quelle labbra rosse come una ferita. Mi percorse un languore febbrile. 
“Ti ho detto che voglio andare al mare adesso.”

Tirava un vento così forte che avrebbe potuto sfigurarmi le guance. Avevo portato Corinna sul molo, come lei voleva. Speravo che quella vista infernale l’avrebbe placata.
Il mare nero sembrava un gorgo in tempesta, urlava con il suo alito salmastro. Temevo che da un momento all’altro avrei visto dragoni marini, piovre nere, anguille abissali ed ogni sorta di incubo sottomarino che le storie di Corinna potessero generare.
“Alzami.” disse lei. 
La presi per un braccio. 
Con mio sconcerto, iniziò a spogliarsi. Tentai di bloccarla, e rimetterle i vestiti, ma quella mi spinse via con una violenza che non credevo avesse in corpo. Cadde a terra, con i piccoli seni nudi che toccavano la roccia degli scogli. 
La vidi dimenarsi come una larva di zanzara. Riuscì a togliersi anche le scarpe ed i pantaloni. Rimase nuda, bianca come una luce sul cielo nero, coperta di graffi rossi. Riuscivo a vedere, tra le natiche, le labbra coperte da una sottile peluria rossiccia. 
Speravo che si fosse stancata. Volevo avvicinarmi, riportarla a casa, seppellirla di nuovo nei suoi panni umani, e dirle che la amavo.
Ma lei cominciò a strisciare con furia, con le lacrime agli occhi. Ah, lasciata ad appassire in un angolo del mondo, tutta sporca di affetto, solitudine ed altri vezzi umani, io l’avevo liberata — una creatura a sangue freddo, che ogni notte, con l’istinto cieco di una fiera, agognava la libertà.
Mentre io incespicavo sulle rocce adunche, lei aveva già raggiunto il limite estremo del molo, dove onde altissime si spaccavano sulla roccia. L’avrebbero trascinata con sé! L’avrebbero uccisa! 
Ricordo che mi parlò da lontano, nel fragore della tempesta, e fece un gesto secco col braccio. Ai miei piedi cadde un puntolino luminoso, il suo anello di perla. Poi, i suoi piccoli piedi bianchi caddero giù dagli scogli, e scomparve. Forse si era gettata di proposito, forse aveva perso l’equilibrio ed era caduta. 
Da lontano, mi sembra di aver visto una grande, sinuosa coda di pesce, che guizzava sul pelo irto dei flutti, ed una cristallina, terribile risata fondersi con il muggito della burrasca.

© Celeste Sidoti, incluso nella raccolta Radicamenti di MdS editore