Melograno

Una pratica di consapevolezza della vita

Le mattine di autunno mi sveglio insieme ai miei bambini.

Li aspetto qualche secondo ed eccoli, a turno abbracciarmi nel mio letto, nascondersi sotto le coperte prima di essere trovati dal papà che li invita a prepararsi.

Ora saltano giù da letto e corrono a mangiare, a lavarsi, a vestirsi.

Io attendo con grande divertimento il momento in cui mi diranno a voce alta da un’altra stanza: “mamma! Dov’è il mio cappello?” e ancora: “mi aiuti a sfilarmi la maglia?”. E quasi ogni giorno: “mi riempi la borraccia?”.

Sono quasi le otto, spazzolo i capelli della piccola, chiudo il giubbotto del grande e mi preparo, dopo averli assaporati in morbidi abbracci sulla soglia, ad un altro momento gustoso di risveglio.

Ringrazio mio marito che tutte le mattine li accompagna a scuola e ringrazio anche la vita per avermi dato la possibilità di concedermi il tempo e lo spazio per praticare la mia meditazione di consapevolezza del mattino.

Ora i miei occhi incontrano il frutto che ho scelto per accompagnarmi in questo viaggio avventuroso.

L’ho poggiato accanto al lavello della cucina la sera prima. L’ho scelto tra gli altri tre o quattro frutti del cestino. Ora lo incontro con lo sguardo, lo riconosco.

È il melograno perfetto. Mi colpiscono le sfumature sempre diverse dei suoi toni di rosso, giallo ocra e rosa. La parte superiore è compatta ed omogenea, in quella inferiore i colori si compattano diventando più intensi proprio dove la buccia finisce in un anello di petali.

A volte è molto lucido e quando prevale il rubino sembra una sfera di luce radiante, riscalda gli occhi.

Lo tengo in mano, soppesandolo. La superficie è liscia e fresca, mi soffermo sulle sensazioni del piccolo fiore che sporge ad un estremità.

Con calma, qualche minuto prima, ho indossato un grembiule rosso, in suo onore. Capita a volte che il grembiule accolga insieme al suo rosso, i colori preziosi del succo mentre sbuccio e sgrano il melograno, facendo scorrere le mie dita sulle sue perle.

Ho visto un video tempo fa: un contadino turco con mani legnose e forti sbucciava il suo melograno.

La ripresa amatoriale aveva colto la delicatezza infinita e la generosità con cui quelle mani spiegavano i gesti.

Mi hanno colpito molto quelle mani e ora quel contadino mi fa da maestro e da guida. Lui non lo sa.

Scelgo un coltello tra i miei preferiti, quelli piccoli, i più leggeri. Oggi prendo quello ricurvo, è molto affilato. Incido la calotta inferiore, quella con il fiorellino. Da lì si inizia e si vede più chiaramente quello che si potrà fare.

Fin dal primo istante provo a sentire la resistenza della buccia al coltello e alla mano. Scelgo di dosare la forza con attenzione se voglio incidere tutta la buccia e mi impegno ad essere molto gentile per non intaccare i grani delicatissimi all’interno.

Nelle mattine in cui la mia attenzione è già sveglia e operativa tolgo via la buccia e trovo intatto il tesoro di luce e colore dentro il suo scrigno.

Altre volte mi diverte vedere qualche bollicina colorata comparire sulla buccia, è stata invitata dalla mia mano addormentata. Ho passato il limite della buccia e, gentile, il melograno me lo segnala.

In quei momenti mi fermo, respiro e mi occupo delle mie mani. Le passo un pochino sulla superficie ancora integra, sciacquo il coltello e ricomincio dall’altro lato del frutto. Abbiamo sempre un’altra possibilità! Entro in contatto profondo e amichevole con le sensazioni delle dita che fanno pace con la materia. Oggi va bene, il contatto è stabilito. Passo all’altro lato del frutto che si schiude mostrando intatte le sue gemme.

Che sorpresa! Hanno sempre colori diversi! A volte rosso rubino, altre volte arancione, altre ancora rosa, fino ad arrivare al giallo pallido o al trasparente color carne. Sento già in bocca la differenza del gusto del succo.

Più il colore è scuro più il melograno è aspro e pungente, quando è chiaro sa essere anche molto dolce e delicato. Chissà se anche questa volta sarà così? Sono curiosa.

Ora decido con pazienza di studiare con attenzione il sottile disegno che la membrana forma sotto la calotta. Se saprò seguirlo con delicati movimenti del coltello sulla calotta il frutto si aprirà in spicchi compatti. È a forma di ruota la mappa del melograno, seguendo i suoi raggi si arriva al tesoro asciutti e puliti.

Seguo i raggi con il coltello creando dei solchi sulla buccia. Anche in questo caso mi fido delle sensazioni degli occhi e delle mani. Se seguirò bene le indicazioni della mappa aprirò il melograno in due metà asciutte e integre. Forse non mi bagnerò neanche le dita.

Dispongo una ciotola sotto il frutto, poso il coltello. A volte la sua lama è asciutta è pulita, a volte gronda un po’ di inchiostro rosso.

Ok, ora infilo i pollici tra i due raggi centrali e faccio leva. È solo in questo momento che scoprirò se le mie vecchie lentiggini verranno rinnovate con macchiette vivaci o se le membrane all’interno del melograno separate dal coltello avranno fatto il loro lavoro fino in fondo custodendo all’asciutto e al pulito i loro ospiti preziosi.

Quando questo accade mi riscaldo, mi sento una cosa sola con questo incredibile compagno della natura, guardo il velo sottile che avvolge i chicchi: sembra la superficie di un alveare, perfettamente geometrico, riproduce con ovali di mezzo centimetro le collocazioni dei chicchi.

Quando sollevo il velo per liberare le gemme lo stacco e lo adagio su un piattino dove ho già appoggiato le calottine.

Ora posso separare gli spicchi tenendo sempre tra le dita gli estremi della buccia.

Il primo spicchio è molto importante per sviluppare la pazienza e l’attenzione. Tolto il velo che nasconde i semi li sfioro con le dita. Pregusto la loro freschezza, li desidero?

Ora devo stare molto attenta tenendo con la mano sinistra la buccia, con la destra stacco i semi dal loro minuscolo peduncolo.

La mia energia deve essere gentile perché se li tiro fuori con troppa pressione si rompono e colano. Respiro e procedo a volte chicco per chicco, scoprendo magari, che arrivata quasi alla buccia c’è una fila di semi nascosti proprio lì. Mi sembrano i più belli, mi divertono, muovo un po’ la buccia inarcandola e loro vengono fuori dai loro nascondigli e si lasciano depositare sulla vaschetta.

Ok! Finito il primo spicchio mi prendo qualche secondo di pausa. Ora ho alcuni chicchi pronti, è quasi quasi vorrei già cominciare a mangiarli. Mi piace però assaporare ancora un po’ questo tempo con me stessa. Allora vado avanti e mi confronto con l’ultima occasione di fare amicizia con la mia golosità, sviluppando calma e attenzione.

L’ultimo spicchio è quello che mi incuriosisce di più. Ho quasi finito e vorrei sbrigarmi e fare sciogliere in bocca la mia lussuosa colazione in consapevolezza.

Che succederà? riuscirò a donare la mia attenzione al melograno? Rimarranno le mie mani asciutte e pulite? I chicchi brillanti orgogliosi?

Il mio respiro mi accompagna e ancora una volta, come se fosse la prima volta, mi tuffo in questa straordinaria avventura.