30 anni fa scompariva Federico Caffè: l’economista della Costituzione

di Cesare Sacchetti e Paolo Becchi

su Libero Quotidiano del 16/04/2017

Federico Caffè

Il 15 aprile del 1987 Federico Caffè esce di mattina dalla sua abitazione a Roma, quartiere Monte Mario, e scompare nel nulla. Il professore, che condivideva il suo appartamento con il fratello, non lascia messaggi scritti e da allora sono state molte le speculazioni sulla sua sorte. Alcuni hanno diffuso le voci, poi smentite, che fosse angustiato da problemi economici. Altri che fosse affetto da una crisi depressiva che lo avrebbe portato a un allontanamento volontario. Ancora oggi la verità sul destino dell’economista italiano più influente e importante del secolo scorso resta un mistero, ma c’è una certezza: la sua enorme eredità intellettuale rimane vasta e preziosa per tutti coloro che sono assetati di un pensiero economico alternativo a quello unico che si è imposto in questi anni.

Chi è stato Caffè e quali insegnamenti ci ha lasciato? Il minuto professore pescarese si può definire senz’altro come l’economista della Costituzione. Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale il suo contributo alla commissione economica dell’Assemblea costituente si rivelò fondamentale. Se ci soffermiamo a sfogliare le pagine della Costituzione che riguardano la parte dei rapporti economici, intuiremo da subito la profonda impronta keynesiana a cui Caffè si ispirava. Il modello di uno Stato imprenditore capace con il suo intervento di evitare che fondamentali settori di interesse nazionale cadessero nella mani di oligopoli privati è la stella polare della concezione economica di Caffè. Non per questo Caffè non è stato capace di salaci critiche nei confronti delle partecipazioni statali, quando queste in alcune occasioni si rivelarono dei parcheggi per clientele politiche. Il professore però respingeva con forza il luogo comune di una presunta inferiorità del pubblico rispetto al privato. Le sue analisi raccolte nei libri finirono anche sulla carta stampata dal 1975 in poi, quando iniziò una collaborazione con Il Messaggero.

Quando il giornalista Giuseppe Amari, all’epoca praticante del servizio economico, incontrò il professore nella redazione del quotidiano romano, Caffè pose solo una condizione alla sua collaborazione: quella di non essere retribuito. «Piacere, sono Federico Caffè, come vede un caffè ristretto», così si presentò ad Amari, con una disarmante autoironia sulla ridotta statura di 1,50 che mostra la sua profonda empatia e umiltà. Chi lo ha conosciuto in quegli anni ricorda distintamente questi tratti della sua personalità, e la sua completa disponibilità verso gli studenti che per lui erano come la sua famiglia. Non era infrequente trovarlo a passeggio nei corridoi dell’Università con un “codazzo” di studenti al seguito con i quali amava intrattenere conversazioni appassionate.

Ma è sulle pagine del Messaggero che il grande pubblico conosce meglio il suo pensiero sulla situazione economica e sebbene non citi mai espressamente nei suoi articoli i nomi dei politici oggetto di critica, non manca certo di riservare profonde stoccate alla concezione che stava già maturando, secondo cui lo Stato doveva farsi da parte per lasciare posto alle forze di mercato. Memorabile su questo tema il suo elogio di Keynes in un articolo del 1˚ giugno 1983 — scritto per celebrare il centenario della nascita dell’economista britannico — dal titolo «L’alfiere dell’intervento pubblico», nel quale elogia l’approccio innovativo che Keynes seppe portare negli anni della grande crisi economica scaturita dal crac finanziario del 1929.

Keynes ruppe il monopolio rappresentato dalla teoria classica fondato sull’assunto che il mercato aggiusta tutto da sé, e che l’equilibrio tra domanda e offerta porta sempre a situazioni di piena occupazione. Per giungere a situazioni di piena occupazione è necessario un intervento dello Stato attraverso politiche anticicliche che mirino all’aumento della spesa pubblica, e non al suo contenimento. La ricetta per uscire dalla crisi allora fu quella di un massiccio intervento del settore pubblico per abbattere l’enorme disoccupazione e agire in questo modo sul lato della domanda, non su quello dell’offerta come sostenuto dagli economisti della scuola classica neoliberista.

Sono questi gli insegnamenti che Caffè porta alla facoltà di Economia della Sapienza quando forma la generazione di economisti più importanti della sua generazione e di quelle a seguire. Tra loro spiccano Nicola Acocella, Ezio Tarantella, Ignazio Visco e Mario Draghi, che si laureò proprio con lui nel 1970 con una tesi dal titolo «Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio», nella quale l’attuale presidente della Bce fece una critica ragionata delle falle dell’unione monetaria europea, il futuro euro, di cui si iniziava a parlare più insistentemente in quegli anni. Con gli anni evidentemente Draghi ha cambiato idea.

Proprio a riguardo dell’integrazione europea, oggi molti attribuiscono un europeismo di maniera al professore, ma Caffè aveva intuito con largo anticipo la deriva che stava prendendo il progetto europeo. In un suo articolo scritto per Il Messaggero dal titolo «Dalla interdipendenza alla dipendenza?» spiegava perfettamente la sua visione dell’Europa con queste parole: «A questi esiti, d’altra parte, non è stata estranea l’incapacità dimostrata dalla Comunità Economica Europea a dare un contributo positivo alla creazione di un sistema operante di poteri bilancianti, destinati ad evitare un assoggettamento effettivo della disgregata area economica europea rispetto alle potenze mondiali egemoni.

Non può sfuggire, al di là della retorica delle parole e dei messaggi, che il futuro europeo, come configurato dalla prevaricante ed economicamente obsoleta visione teutonica, non corrisponda agli ideali che mossero la costruzione comunitaria. Questa, negli auspici, avrebbe dovuto anch’essa basarsi su rapporti di effettiva parità tra i vari membri: sulla realistica comprensione che i dislivelli di partenza dei diversi paesi non potevano non ingenerare tensioni con il procedere dell’unificazione; sulla necessità di accorgimenti adeguati, per poter avanzare di conserva ed evitare l’instaurarsi di direttori».

Era il 3 giugno del 1975. Una fotografia fedele degli squilibri che il processo di costruzione europea già allora portava con sé. L’evidente impronta della «germanizzazione» dell’Europa Caffè l’aveva rilevata con largo anticipo. Quei «direttori» dal quale il professore metteva in guardia si sono pienamente manifestati dopo Maastricht. I «direttori» siedono ora nella Commissione Europea che rispecchia una chiara conduzione filotedesca della struttura dell’Ue, la quale premia i Paesi del Nord Europa a discapito di quelli del Sud.

Anche la retorica del «sogno europeo» come cartina di tornasole per redimere l’Italia dai suoi presunti difetti congeniti era stata smascherata con largo anticipo dal professore in un altro articolo del 1˚ luglio 1986 intitolato «I paesi più virtuosi», nel quale Caffè criticava «la presentazione del nostro paese e della sua economia come oppressa dalla elefantiasi dell’interferenza statale, causa di una spesa pubblica incontrollabile e di un fiscalismo iniquo e disincentivante». Questa invece è la concezione che si è sedimentata nel dibattito pubblico degli anni successivi, quella della falsa narrazione ufficiale dell’economia italiana descritta come un concentrato di sprechi.

La collaborazione con Il Messaggero, già negli ultimi anni prima della sua scomparsa, inizia a diradarsi col cambio di proprietà e di linea avvenuto nel 1987, quando il quotidiano passa nelle mani del gruppo Ferruzzi.

Nei giorni successivi alla scomparsa di Caffè, molti studenti passarono al setaccio Roma per trovare il professore. Ma di Caffè si sono perse le tracce e la sua scomparsa è rimasta avvolta nel mistero. Questo però non ci impedisce di ricordarlo e di riflettere ancora oggi sul suo insegnamento.