La guerra delle spie dentro la Casa Bianca

di Cesare Sacchetti

su Libero Quotidiano (pag.6) del 28/02/2017

Continua la guerra tra la stampa e Donald Trump. Dopo che il Presidente americano ha annunciato che non parteciperà alla tradizionale cena con i corrispondenti della stampa che si terrà il 29 aprile, il quotidiano Politico ha rivelato un altro durissimo scontro che si sta combattendo all’interno della Casa Bianca contro quegli insider che continuano a passare veline riservate ai media. Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, ha convocato in questi giorni nei suoi uffici decine di membri e collaboratori addetti alle relazioni con la stampa, per esprimergli tutta la sua frustrazione nel vedere pubblicati sui giornali colloqui e incontri che sarebbero dovuti rimanere riservati. Per questo li ha invitati a posare i telefonini e smartphone sulla sua scrivania per sottoporli ad alcune verifiche. Dalle ispezioni di Spicer, è risultato che alcuni dipendenti utilizzassero sui propri cellulari delle applicazioni come Confide e Signal, pensate per cancellare i messaggi di testo subito dopo che sono stati inviati.

Il portavoce della Casa Bianca avrebbe, dopo il controllo, redarguito quei collaboratori che utilizzano queste applicazioni, perché in aperta violazione delle leggi federali. La goccia che ha fatto traboccare il vaso probabilmente è stata la pubblicazione sul Washington Post del memorandum preparato da Richard Visek, consigliere legale del segretario di Stato, Rex Tillerson. Il documento in questione si intitola “SBU: protezione delle informazioni privilegiate”, dove la sigla SBU sta per Sentitive but Unclassified, ovvero materiale considerato sensibile da non condividere pubblicamente, ma non totalmente coperto dal segreto. L’ironia è che un memorandum predisposto per impedire la diffusione di informazioni sensibili, sia finito sul Washington Post, il quotidiano che sembra più avere un canale diretto con i delatori all’interno della Casa Bianca.

Per questo Trump ha intenzione di porre fine alla fuga di notizie una volta per tutte, e ha iniziato una vera e propria campagna di repressione contro quei membri infedeli della sua amministrazione che continuano a consegnare alla stampa notizie riservate. Tra queste c’è stata la recente diffusione sui giornali americani della conversazione telefonica tra Michael Flynn e l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, finita sul Washington Post in un articolo a firma di David Ignatius, la cui fonte sarebbe un anonimo membro dell’intelligence americana. Successivamente è emerso che Flynn in quella conversazione non ha affatto parlato delle sanzioni alla Russia, ma ha semplicemente discusso dell’espulsione dei 35 diplomatici russi decisa da Obama verso la fine dell’anno scorso.

Flynn era finito nel tritacarne mediatico perché accusato della violazione del Logan Act, la legge federale del 1799, che proibisce ai cittadini americani di agire o parlare per conto degli USA , senza avere l’autorità per farlo, in merito alle relazioni con un paese straniero. La violazione di questa legge negli Stati Uniti è punita con la reclusione fino a 3 anni. Ma non è stato questo il caso del generale Flynn, come ha spiegato chiaramente l’avvocato e giurista americano Philip Holloway, quando ha ricordato che l’ex consigliere per la sicurezza nazionale all’epoca dei fatti “non era un privato cittadino ma un pubblico ufficiale del team di transizione del Presidente”, e pertanto anche se avesse discusso delle sanzioni russe, era titolato a farlo. A rischiare grosso ora sono quei giornalisti e membri dello staff della Casa Bianca che hanno invece violato le leggi federali sulla diffusione del materiale segreto — contrassegnato dalla sigla identificativa SIGINT (Signals Intelligence) che contraddistingue le informazioni altamente classificate — che prevedono fino a 10 anni di reclusione per coloro che “comunicano o rendono disponibili a persone non autorizzate “ informazioni riservate.

Nel frattempo la caccia alle talpe dentro la Casa Bianca continua, e a finire sul banco degli imputati è finito Reince Priebus, capo dello staff di Trump, accusato dai lealisti del Presidente come Kellyanne Conway e Steven Bannon, di essere la fonte della fuga di notizie verso la stampa e di aver ordito segretamente la caduta del generale Flynn. Secondo il quotidiano Breitbart, Priebus avrebbe deliberatamente ritardato la nomina di Jeff Sessions come procuratore generale, una figura che sarebbe stato fondamentale avere in carica prima dell’approvazione dell’ordine esecutivo di Trump sull’immigrazione. La guerra dei veleni è appena iniziata, e Trump probabilmente tornerà alla carica contro gli infedeli all’interno delle istituzioni.