Waste

C’era

sono sicuro, c’era

in questa macchia

in questa terra desolata

qualcosa di promesso

una traccia di evidenza

di senso, di tensione.

C’era in un attimo

e in un attimo non più

avevamo pensato

di abbandonarci le membra

e le giunture stanche

a suoni che nemmeno sentivamo

c’era da spegnere adesso

il respiro dei mesi

ricostruire la primavera stanca

nella certezza di niente di certo.

Nei giorni veneziani,

nel bianco cielo e nel silenzio

di sole velato c’era rimasto

mestésso

tra denti e palato

sapore malato

di quella stanza microscopica

lo stampo ancora vivo

del sogno schivo

di me alla prova fisica

di piena inconsistenza

di stare senza

di estate, pensa,

che avevo carni brune e filiformi

diversi giorni

ammutolito e braccia molli

nelle mie vene

c’era acqua di canale

e quel petrolio

colore a olio

di ponti senza più niente corrimano

il labirinto

del sogno nuovo

in cui tornavo all’inizio di tutto

e non avevo

a preoccuparmi del peso

di stare appeso

a ben altrove prospettive

alla discesa della natura morta

di due fratelli

giù per i fiumi di ghiaccio

e quella sosta

nella città di carta

livide pietre vetrine e dietro

le luci spente e quelle accese

della stagione alta.

Io fermo in mezzo

di fronte fascio di fari gialli

la neve sotto i piedi e sulle spalle

e quella corsa muta

e viaggio inverso

la riconquista sùbita

di sùbito universo

mi resta ai piedi

la stretta delle spire

graffi geometrici spine di more

acqua

che scarseggia.

La corsa roboante delle nubi,

io rattrappito sotto il primo masso, nell’emergenza del riparo trovarsi nudo e senza più colore.

La dimensione mia è la stessa, sono cambiate quelle delle cose e la gittata delle passioni.

Raggiungo a malapena il limite della prima serata, attorno la città che brulica e che ondeggia, in bocca il solito pigro sapore di metallo, nessun rispetto delle circostanze date, nessuno per la delicatezza delle fratture, né per il blocco improvviso dei sensi, nessuno per la loro liberazione, non conta nemmeno la conta delle ferite, né crepaccio arancione né desiderio di precisione.

È ora questa ora ora di macchie agli occhi, di nuove qualità di non-sonno, ricercare lo stesso ritmo che hanno gli insetti nel pieno del lavoro. Di tutti i compiti individuare il più gravoso e cominciare a ignorare quello, a disertare, sgranare via una a una le misure di definizione dell’immagine, sottraendo diottrie.

Lasciarsi andare al grigio in rapida avanzata.

SPORCO

ANONIMO

RAPIDO

LIQUIDO

PERSINO A VOLTE STUPIDO

CON TUTTI I FRAMMENTI

DI TUTTI I DIAMANTI

CI HO FATTO UN CUMULO

DI IMPERFEZIONI PREZIOSE.

Come se scrivere su pagine di avorio

e linea grigia mai dritta

e mai neppure linea

ci riservasse diritto

di rilettura.

Da qualche parte

dall’altra parte esatta del confine

c’è luce fissa e altre in movimento.

Dev’esserci

sepolto a queste altezze

un altro senso che non conosciamo,

dev’esserci via che si fa via e si toglie via

devono tutti sapere come siamo

come sappiamo e come abbandoniamo

di resti stati a mucchi sotto ai piedi

di passi rasi a terra che non è nostra

di quel respiro doppio e cavo

di noi fantasmi mortali

tutti dovrebbero ricostruire il giro

tutte le volte che vogliamo noi

tutte le volte

e sotto gli archi

di questa città marrone

sul lastrico improvviso come di lumaca

dell’ora tarda in cui mi ero accorto

dovrebbero ripetermi la cifra

e dentro e fuori

ritornare e non fermare.

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