chiara angeli
Sep 8, 2019 · 9 min read

Matasse da (non) spiegare

dell'inseguire fili di stoffa lungo la Via Della Lana e della Seta, a piedi da Bologna a Prato

Per la prima volta la sera prima di partire ho già la sensazione che tutto andrà bene. Quella sensazione che di solito provo a metà o verso la fine, quando i piedi cominciano ad andare soli, lo zaino non fa più male, il respiro si regolarizza.

Questa volta invece so già in anticipo che è perfetta anche la paura prima della partenza, è dovuta, ma si scioglierà nei giorni a venire e non ci saranno intoppi, sarà tutto meraviglia. E che se anche di qualcosa dovessi aver timore, l'ostacolo si smorzerà da solo, con nuovi sguardi, nuovi passi e nuovi racconti come fiumi in piena.

La benedizione del viaggiatore mi ha fatto questo grande dono.

Domani camminerò con il caldo e i primi chilometri saranno sull'asfalto, sulla Via della Lana e della Seta che collega Bologna a Prato, città che non ho mai raggiunto e che mi guadagnerò, per la prima volta, a piedi.

In alcune tappe lo sguardo, lo so già, accarezzerà nel crinale parallelo le tappe della Via degli Dei che ho già percorso lo scorso anno, a tratti nella nebbia.

E anche questa alternanza nella memoria dei colori di metà ottobre e delle luci filtrate nelle faggete con la brillantezza di questo giugno carico di promesse so già che sarà la cifra di questo mio viandare.

Ritroverò volti noti e incontrerò compagni di viaggio nuovi, questo è certo. Non si parte mai soli e ogni volta è una storia a sè. E per come la vivo è una narrazione che tende in alcuni momenti al plurale, anche se come esperienza è quanto di più individuale possa esserci.

Un singolare declinato al plurale.

La partenza, come mi aspettavo, è un insieme di sguardi frettolosi con quelli che saranno i miei compagni di cammino, uno studio di accenti, di particolari da mettere a fuoco.

E' un sapere già da subito che presto qualcosa scatterà e le strade più divergenti, ancora una volta, si incontreranno in un punto, per sei ricchissimi giorni, senza poi credere di poter ritornare a scorrere distinte.

Come l'acqua del Reno, che ci accompagna nei nostri inizi incerti e che una volta riunita ai suoi affluenti non crede più possibile separarsi da essi.

Se chiudo gli occhi la prima cosa che riemerge sono i profumi, con la nota di fondo delle ginestre, che ci avrebbero accompagnato lungo tutto il viandare.

Quando cammino ho sempre una colonna sonora per mantenere il passo, anche in salita: questa volta sicuramente è gialla.

Ma non sono solamente loro a riaffiorare: dopo i primi istanti di concentrazione riesco a distinguere nettamente anche la nota di fondo della rosa selvatica e del caprifoglio, stagliati nel bianco candore della Calvana.

Nei giochi di luce di una mattinata di chiaroscuri e nuvole sparse riesco a intravedere i cavalli appoggiati sui fianchi di Monte Maggiore. Si scambiano sguardi e sbuffi con le mucche di una razza che esiste solo qui, che di questo luogo riprende la capacità di ingentilire i suoni e, con la "c" aspirata che mi immagino, le chiama con vezzo compiaciuto le "c"alvanine.

A ripensarci, posso quasi sentire i graffi dei rovi sulle braccia, nel percorso che inizia da subito a dimostrarsi selvaggio, con i suoi sentieri a tratti accennati nella vegetazione rigogliosa e una diversità di ambienti naturali quasi ubriacante, tanto che sai già che al ritorno non potrai più farne a meno.

Come un altro colore nella memoria è il rosso dei fiori che illuminano fin dai primi giorni i luoghi che han visto pagine di dolore incredulo, dai monumenti di Monte Sole, al memoriale di Caprara, al cimitero di San Martino. So, lo sappiamo, che sarà impossibile dimenticarlo.

Così come so con certezza che nella tappa da Grizzana Morandi fino a Castiglione dei Pepoli sarei rimasta per ore distesa con quel cielo negli occhi e l'oro dell'erba che mi sovrastava e quel verde luccicante e i crinali dolci delle giornate per me più belle, a cercare le direttrici delle valli e dei fiumi che con i loro letti danno loro il nome.

Erano le vie fluviali che avevano consentito lo scambio della lana e della seta, che nella loro diversità al tatto immaginavo rievocare in qualche modo anche le caratteristiche delle città che le producevano.

Volendo, potrei provare a scegliere un filo per riannodare il percorso, per ripercorrere quelle strade.

Potrei andare per tentativi.

Forse intreccerei tra loro, in successione, perline di madreperla di sfumature diverse per ogni valle,a partire da quella del Reno e del Setta, una abbracciata alla successiva, a scambiarsi le tinte, i colori, i profili dei crinali, pur rimanendo distinte.

Forse non andrei in ordine, come non lo sto facendo qui, dove vince il ricordo rimasto naturalmente più in superficie oppure quello che ho richiamato più volte nei mesi seguenti, tanto da renderlo più vivido, quasi presente. Luminoso, anche se stava più in fondo, dove luce ne filtra poca.

Oppure metterei in fila tutti i caffè offerti nei borghi, dalle cucine in vista della strada nelle ore più calde o dalle scale d'ingresso di case per l'estate ancora da aprire, in tazzine quasi ancora incellofanate.

O le borracce d'acqua riempite dalla fontana in cortile e la vista che gustavi ancora di più su quella panchina, sapendo che stava per arrivare il tuo turno per quel sorso fresco nell'arsura.

O anche ripercorrerei con un disegno a matita i territori dei feudi dei Pepoli e dei Bardi, fino alla rocca di Sasseta e ai racconti degli ultimi conti: uno forse ne abbiamo conosciuto, in un cortile di vivaci novantenni, ma questa sarebbe già un'altra storia.

O infine ripenserei a tutte le persone che abbiamo incontrato che ci tengono a mantenere un loro personale dominio sullo scorrere del tempo.

Chi con l'ospitalità più genuina, un altro coltivando una specie di mais recuperata dall'oblio, chi anche solo parlando, fuori casa, le carte su un tavolino, le tasche piene di ricordi.

Osservo la mappa e forte è la tentazione di aprire l'astuccio delle matite colorate e dare a ogni filo che mi immagino un nome, un colore. Pasticciarla per vedere se le linee dei miei percorsi reali e immaginari concentrino tutti a un certo punto in una matassa scombinata e irregolare

oppure no, rimangano ben distinti e netti per tutta la loro strada.

Se solo il terreno mantenesse in ordine le stratificazioni della storia, dai tempi geologici del contrafforte pliocenico all'antica viabilità etrusca, passando per le terre dei Guidi e degli Ubaldini per finire con le memorie più recenti e amare, allora in qualsiasi punto si potrebbe iniziare a dipanare la matassa partendo da un immaginario carotaggio.

Spiegarla poi su un foglio per spiegarla anche a se stessi, se solo fosse possibile.

Un filo potrei trovarlo chiedendo perchè ha scelto proprio questo cammino come regalo per i suoi diciotto anni al più giovane del nostro gruppo, partito senza conoscere nessuno, carta bianca su cui puoi leggere ogni giorno quello che rimane impresso, negli occhi e nello stupore.

Ma so già cosa mi risponderebbe: perchè è bello viaggiare così, con un paio di scarponi e curiosità nello zaino.

Ma a pensarci bene, quel filo non lo voglio trovare, non ancora.

Per ora di tutto resta una fine. E un inizio.

Come era cominciata?

L'INIZIO- La sera prima della partenza

"Non ha visitato l'interno? Mi scusi se mi permetto, l'ho notata fotografare da qui fuori e mi son chiesto se conoscesse questo posto".

Mi volto non completamente, per non perdere l'inquadratura perfetta del giardino che scorgo dalle grate, in equilibrio con il peso sul piede destro, la borsa della spesa che ha scavato un segno sul braccio.

La voce, rassicurante come l'accento bolognese, corrisponde all'aspetto, è la prima cosa che penso. E' una curiosità sincera, come autentico è il dispiacere per il mio essere arrivata troppo tardi per visitare l'intero complesso delle sette Chiese di Santo Stefano e l'offerta di ricompensare la mia delusione con i suoi racconti costruiti in anni di ricerche personali, dopo la pensione.

Se c'è una cosa che amo nel viaggiare da sola è la benedizione del viaggiatore, come l'ha definita qualcuno. Quella cosa che accade e che respiri a pieni polmoni quando hai un pomeriggio libero a Bologna prima di partire per un cammino e non hai organizzato assolutamente niente, aspettativa zero.

L'unica cosa che possiedi è una mappa del centro, in spagnolo peraltro perchè l'ostello quella aveva.

Quel tardo pomeriggio sapevo già che non lo avrei ricordato in maniera nitida come invece desideravo, con tutti i dettagli, le inquadrature fotografiche di particolari, le narrazioni in zoom continuo.

Cercavo di prendere appunti, inviavo continui messaggi e foto a amici abbastanza ignari di quel che stessi facendo ma che reputavo ragionevolmente comprensibili nei miei confronti.

I ricordi hanno luminosità e intensità diverse, è come pescare a diverse profondità, in strati di blu sempre più profondo, che lascia sempre meno filtrare la luce.

Così, di quel pomeriggio privo di aspettative e denso di bellezza, pesco la storia della domanda che aveva dato origine alla ricerca della mia improvvisata quanto fortuita guida, che riemerge in me con l'immagine di una madonna nera, che avevo visto anche dalle mie parti, da bambina.

"Io non riuscivo a capire il perchè fuori dalla mia porta di casa, a due passi da dove vivo, ci fosse una lastra in marmo dedicata al culto di Iside. Ho cercato, ho studiato.

Ascolta questa descrizione: dea della maternità, regina dei cieli, spesso raffigurata in trono, con in braccio il figlio Horus, rappresentata di colore scuro.

Cosa ti ricorda?A San Luca, dove sei già stata, c'è una delle centinaia di Madonne nere sparse per il nostro paese".

E così, mentre lo seguo per le vie del centro ascoltando le origini delle sette chiese, realizzo che questo è davvero il luogo giusto per iniziare il mio cammino.

D'altronde sono capitata senza saperlo in una Terra Santa ricostruita fuori sede per la gente comune, sulle spoglie del culto a Iside, ispirato alla rinascita, al rimettere assieme i pezzi. Quasi un modello laico del battesimo.

Non c'è posto migliore per partire.

"Vieni, ti porto in ultimo posto, qui vicino. Questo è un palazzo privato, non lo conoscono in molti. Io resto fuori, tu sali veloce le ripide scale a chiocciola, fai attenzione ma non ti fermare mai, non voltarti indietro, arriva fino in cima. Poi non te ne pentirai".

E io non mi fermo, neanche quando incontro qualcuno. Vedo insegne di studi legali, qualcuno che ha creato un B&B al piano. In cima, sì, la finestra è aperta. E si gode della miglior vista di Bologna, non ci sono dubbi. Le torri, dall'altezza giusta. Le sovrasti, ma senza essere troppo in alto per non coglierne lo slancio.

La luce si sta smorzando verso l'inizio di un tramonto che promette bene.

LA FINE

Prato non è una vera meta, se hai già raggiunto Firenze a piedi ti rendi conto della diversità di prospettiva. Non è cruciale cercarne i contorni, come non c'è quell'ebbrezza che ricordi la prima volta che riesci a scorgerne i profili.

Ed è per questo che questa volta, davvero, ti godi ancor più il viaggio, non cercando mai qualcosa al di fuori da esso. Solo passi da mettere in fila, uno dopo l'altro.

E' ancora presto, c'è tutto il tempo e la luce per godersi questo primo assaggio della città, sono solo le quattro del pomeriggio quando arriviamo in piazza, più silenziosi del solito.

La cattedrale è aperta, il cartello che indica la via mi mette un primo sospetto.

Entro e ne sono certa, senza nemmeno leggere la guida.

E' la Cattedrale di Santo Stefano.

La fine che coincide con l'inizio, il cambiamento che ti riporta semplicemente a quello che sei. A quello che eri già, senza immaginarlo.

Quella fiducia che ancora una volta respiri e che ti fa dire che tra un inizio e una fine c'è tutto il viaggio che ti ha portato da una parte all'altra. Che tra un inizio e una fine il cammino è l'unica cosa che ti insegna a metter da parte il vero ostacolo: la paura.

Cerco nello zaino la boccetta d'olio benedetto che avevo preso nella Basilica di Santo Stefano. A Bologna, 130 chilometri fa, uno più uno meno.

E' rimasta intatta.

Guardo cosa posso prendere qui, poi decido di accendere una candela: olio e luce mi sembrano star bene assieme, qualsiasi cosa possano significare.

In ostello questa volta chiedo informazioni, ho ancora qualche ora da sfruttare prima del buio. Il Castello dell'imperatore potrebbe essere già chiuso, ma decido di provare.

Sono sola, l'ultima turista della giornata.

Lo spettacolo mi aspetta dopo la salita sulle strette e irregolari scale a chiocciola verso i camminamenti da cui riesco a immaginare parte del percorso di questi ultimi giorni. La assaporo questa vista, dall’alto posso inquadrare con gli occhi i dettagli, oppure perdermi, dimenticarmi di mettere a fuoco: non ho fretta.

Guardo la mia ombra, vorrei fermarla lì.

"Non c'è posto migliore per arrivare", scrivo strappando la pagina finale del diario.

chiara angeli

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