Design of everyday things: the Japanese way
(English version of this article is available here)
Probabilmente se Donald Norman fosse nato e cresciuto in Giappone, non avrebbe mai scritto il suo libro-manifesto.
Probabilmente sto esagerando, ma in 17 giorni in Giappone non mi è mai capitato di avere dubbi su come aprire una porta o un rubinetto, nonostante la barriera linguistica, le forti differenze nei comportamenti sociali e il minimalismo esasperato degli oggetti di uso quotidiano.
Durante il mio primo viaggio nel Paese del Sol Levante mi è capitato spesso di fotografare oggetti o servizi che mi hanno colpita, e quello che segue è un breve catalogo di esempi eccellenti (ma anche un paio non particolarmente riusciti), di “design del quotidiano”.
Sono soluzioni che rispondono a criteri di accessibilità e facilità d’uso, che probabilmente nascono da attenti studi di service e anticipatory design, ma che nella loro semplicità risultano spesso spontanee, come se non potessero essere altrimenti. Un design invisibile che silenziosamente fa il suo dovere.
Accessibilità
Il concetto di centralità dell’utente è tradotto nella progettazione di servizi, spazi e oggetti inclusivi, ovvero accessibili per tutti i target di utenza, in particolare le fasce “deboli” come bambini, disabili e anziani.
Nella maggior parte degli edifici pubblici i corrimano delle scale sono a doppia altezza, di adulto e di bambino. Dal Ghibli Museum — quasi ovvio — ai corrimano di servizio sulle ripide scale dei castelli medievali.



In alcuni casi la politeness intrinseca della cultura giapponese si traduce in una strana duplicazione delle funzioni: negli ascensori, le bottoniere sono due, una ad altezza standard ed una più in basso, facilmente accessibile per i disabili — ma anche per i bambini. Mia ipotesi, non ne collocano solo una in basso per evitare che le persone di altezza “standard” debbano piegarsi.


Infine, un piccolo esempio di attenzione all’utente intrisa di gender equality: questa piantina dei bagni pubblici indica la presenza del fasciatoio e delle toilette con seggiolino per bambini, sia nel bagno delle donne che in quello degli uomini.

Prevedibilità
Altra parola chiave del good design: l’aspetto di un oggetto deve permettere di prevederne la funzione e il modo di usarlo. Ma prevedibilità è anche previsione (anticipatory design), ovvero prevedere e gestire l’esigenza — o indurre il comportamento atteso — dell’utente. E in Giappone tutto è meravigliosamente previsto, non c’è quasi mai spazio per l’improvvisazione e l’incertezza; gli esempi sono innumerevoli.
Libero o occupato? Ancora una piantina di bagni pubblici. Questa, all’ingresso dei bagni di Tokyo Station, oltre a dare indicazioni sulla tipologia di servizi disponibili, segnala anche quali toilette sono occupate. Per andare a colpo sicuro senza imbarazzanti tentativi di aprire porte e senza creare code all’interno se tutte le luci sono accese.

Dove devo salire, dove devo scendere? Altro dubbio che non si pone. Se devi prendere uno Shinkansen, che ha binari dedicati, l’indicazione della carrozza — e il verso in cui mettersi in fila — è stampata sul binario, senza bisogno di attendere che compaiano sul display all’ultimo minuto, causando ingorghi di persone che si muovono in direzione della propria carrozza. Ma fai attenzione a quale treno dovete prendere, non sono tutti lunghi uguali!

Sbagliare uscita in una stazione della metro di Tokyo può significare trovarsi a diverse centinaia di metri dalla propria destinazione. Per questo sono molto ben indicate, e in molti vagoni della metro, il display luminoso che indica la prossima fermata indica anche dove si trovano le uscite (numerate) rispetto alla posizione della carrozza in cui vi trovate, e quindi da che lato avviarti scendendo.
Potresti aver bisogno di… Le camere d’albergo sono una miniera di esempi di anticipazione dei bisogni del cliente. Arrivi dall’estero e stai viaggiando, quindi potresti aver bisogno di ricaricare device elettronici che hanno una presa diversa da quella giapponese. Ed ecco che sulla scrivania trovi un adattatore con cavetto iOS e android, oppure — la mia opzione preferita — sulla testata del letto è inglobata una comoda presa USB oltre a quella elettrica.

Cosa ci fa una torcia elettrica agganciata sotto la scrivania? E’ a portata di mano nel punto in cui più probabilmente ti troverai se un terremoto ti sorprende mentre sei in camera.
Mentre per evitare di far gocciolare la bustina del the sulla moquette della camera alla ricerca del cestino, un piccolo vano per le bag usate è incluso nel contenitore stesso che ospita le bustine. Experience ottimale per tutti gli utenti: il cliente dell’albergo, ma anche chi dovrà fare le pulizie.

Facilità
Viaggiare in Giappone è facile: quando arrivi o torni in aeroporto sei carico di bagagli, e sul Narita Express gli ampi alloggiamenti per le valigie grandi oltre a essere dotati di cavi con lucchetto (gratuiti) hanno anche una barra di fermo che impedisce ai colli di vagare per il corridoio alla prima curva. Facile, utile, fatto.

Ma dal primo Shinkansen in poi, non troverai più spazio per i bagagli di grandi dimensioni (se non davanti alle gambe, visto che ci sono almeno 70cm tra le file dei sedili). Perché? Perché in Giappone la valigia si spedisce da una città all’altra e al vostro arrivo la troverete in albergo. Un servizio che in Giappone offrono anche i ryokan a conduzione familiare. In più ricorrendo ai coin lockers (disponibili sempre in tutte le stazioni e nei musei) anche il bagaglio a mano è sistemato mentre giri per la città. Weightless, priceless.

Ultima menzione alla facilità del viaggiare in Giappone, per la Suica e la Pasmo, ovvero le tessere ricaricabili per accedere ai mezzi pubblici. Che siano metro, autobus o treno locale. A Tokyo, Kyoto, Hiroshima o moltissime altre città.
Le tessere scalano a ogni uso l’importo della tratta effettuata, e se la tariffa del percorso è superiore al credito residuo, puoi ricaricarla prima dei tornelli. E sugli autobus? Sugli autobus la macchinetta che legge la tessera calcola il residuo da pagare, e se non hai moneta disponibile, sempre la stessa cambia anche le banconote da 1000 yen in coins: insomma, non ci sono scuse per non pagare il viaggio.

E le usi anche per pagare ai distributori automatici, nei convenience store, ai pargheggi o per i coin locker.
Un’unica esperienza, un unico strumento, e tutta la complessità è assorbita dal sistema organizzativo, non scaricata sull’utente con interstitial vessatori che avvisano che ‘il biglietto non è valido per Rho Fiera’. Facile, no?
La banalità delle buone idee
‘Geniale’, ‘dovrebbero farlo anche in Italia’, ‘Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima?’, ‘ne voglio uno anche io’ sono pensieri che hanno accompagnato gli scatti che seguono.
- Il tagliere stand alone. Una semplice barretta di plastica che ruota su se stessa fa da supporto per il tagliere quando lo si mette a scolare dopo averlo lavato.

- Il cartellino “do not disturb” magnetico. Oltre alla praticità, apprezzabile anche l’opzione ecology che prevede il cambio solo degli asciugamani, e non di lenzuola e pigiama.

- Il distributore di ombrelli. Nel paese in cui tutto si compra alle vending machine e in cui non esiste il commercio ambulante, nelle stazioni della metro trovi anche il distributore automatico di ombrelli.

- L’autoimbustatore di ombrelli. Alzi la mano chi non ha mai fatto fatica o si è bagnato mani e vestiti per infilare l’ombrello gocciolante nelle custodie messe a disposizione all’ingresso dei negozi? In Giappone lo sanno, e all’ingresso dei grandi magazzini trovi questo simpatico strumento.

Il locker di ombrelli. Lo si trova spesso all’ingresso di ristoranti e grandi magazzini. Oltre alla sua utilità (ombrelli ordinati, e molto più facili da lasciare e riprendere rispetto a un portaombrelli) sorprende il fatto che siano previste le chiavi per bloccarli, in un paese dove se dimentichi qualcosa su un treno, ti verrà riportato a casa.

Perché dunque dover mettere sotto lucchetto un oggetto di poco valore? Azzardo un’ipotesi anche qui: moltissime persone hanno lo stesso modello, questo bianco in foto, venduto non solo ai distributori automatici ma anche nella maggior parte dei convenience store. Riporre l’ombrello in una custodia numerata serve per essere sicuri di riprendere il proprio, e la chiave a ricordare qual era il locker — inoltre il blocco costringe a rimettere a posto la chiave stessa, senza portarla via inavvertitamente, lo stesso tipo di constraint dei carrelli della spesa.
Anche i migliori possono sbagliare
Il blister combo ketchup e senape. Apparentemente pratico, ma in realtà presenta alcuni difetti di usabilità. Il blister si apre piegando e schiacciando le estremità, in modo da rompere la sacca che contiene le salse, che esplode per la pressione. Letteralmente esplode, per cui se non hai orientato precisamente verso il cibo il blister, le salse finiscono sparate ovunque su tavola e vestiti (eccomi!). Il secondo difetto, è che le salse si versano solo insieme, quindi chi non ama entrambe, non può aprirne soltanto una.

Lost in translation
Non poteva mancare un paragrafo dedicato a lui, il water superaccessoriato meglio noto come Washlet.
Lo incontri subito (già nel bagno dell’aeroporto), lo ami o lo odi, ma in ogni caso è forse l’unico vero momento di lost in translation per un occidentale, ancora più della rigida etichetta delle scarpe o delle bacchette. Più che altro, di lost in functions: pulsanti, icone sibilline e ogni tanto della segnaletica aggiuntiva a indicare la retta via.

Il modello più diffuso è sufficientemente comprensibile per un non giapponese: icone piuttosto chiare e una gerarchia facilmente intuibile delle funzioni indicata dalla dimensione e posizione dei pulsanti — quelle principali più grandi, le opzioni più piccole e posizionate contestualmente al comando che regolano, infine alcune di setting piccole e soprattutto collocate in una posizione ergonomicamente difficile da raggiungere e quindi praticamente non notate durante l’uso.
Inoltre, l’azione primaria (lo sciacquone) è un classica leva o un altro pulsante separato dalla bottoniera delle funzioni accessorie, perché questi modelli di fatto sono dei sedili aggiuntivi che si applicano ai water tradizionali.

Anche ignorando le etichette in inglese che specificano i comandi, è promosso in termini di usabilità.
Qui invece iniziano i problemi (e infatti compaiono i cartelli di aiuto per indicare come azionare lo sciacquone), nei modelli “integrali”.

Icone duplicate la cui diversa funzione è espressa soltanto in ideogrammi, gerarchia e posizione totalmente errata dei comandi (il pulsante di flush è collocato su una barretta che sembra decorativa, e 5 volte più piccolo degli altri pulsanti), opzioni decontestualizzate. Decisamente inusabile, nonostante sia un prodotto più evoluto.
Leggermente migliore la situazione qui: dimensioni e posizione sono sensate, ma la matrice delle opzioni di lavaggio lascia perplessi: una mild shower high sarà più o meno forte di una powerful shower low? Sottigliezze orientali.

Il prossimo si commenta da solo. La domanda che affiora sulle labbra di un designer è: ma perché? Perché servono 15 bottoni? Perché collocare la funzione primaria in una posizione praticamente invisibile per l’utente? Perché dedicarle un pulsantino minuscolo e senza icona associata? Perché tutto questo, per poi dover mettere un orrendo foglio plastificato attaccato con lo scotch per spiegare cosa si deve fare?

Menzione speciale: il flush contactless. Eppure anche lui ha bisogno di istruzioni.

La vera menzione speciale però va alla presenza delle istruzioni in braille su (quasi) tutte le pulsantiere passate in rassegna, ad esclusione dell’inutile barretta di sopra, e si chiude il cerchio tornando all’accessibilità di oggetti e servizi di uso quotidiano.
Owari
Questo breve articolo è stato scritto per dare uno sfogo produttivo alle decine di foto che affollavano il mio telefono, e dare una struttura ai pensieri e ai racconti scaturiti durante e al rientro dal viaggio. Tuttavia è stato scritto di getto e senza verifiche approfondite, per cui sono benvenuti commenti, integrazioni e correzioni da tutti coloro che sono designer e/o conoscitori del Giappone più esperti di me. Arigatou gozaimasu.
