Calicanto

Parte VI
La tazza di tè ora è davanti a loro. Nel cerchio di porcellana biancazzurra, il tè è un piccolo lago d’oro ramato. Il vapore che sale arrotolandosi è una carezza calda, piacevole dopo aver attraversato il quartiere calpestando la neve scriocchiolante.
La città si è svegliata intorpidita, tace come incredula per tutto quel candore, sotto la coltre ha il colore del petto di un piccione e tuba sommessamente.
Il sole è ora nella tazza e alita calore vitale sul viso di mamma e bambina, infreddolite e mute. Ma chi ha chiesto gli éclair che sono arrivati insieme alle tazze di tè? Mamma ripercorre i dieci minuti precedenti l’arrivo delle tazze al loro tavolo. E’ sicura di non aver ordinato altro: due tè, niente zucchero e latte a parte, grazie, ma davvero poco, grazie. Invece, gli éclair sono lì, indubitabilmente lì, nel piccolo vassoio d’argento con il solito centrino di velina traforata: glassa allo zucchero a velo, bianca in omaggio alla neve?, affusolati, appena qualche crepa per via di quella crema che preme nelle viscere gonfie.
Se non fosse terribilmente fastidioso sarebbe buffo.
La bimba ha già il pasticcino in bocca e al primo morso sgorgano due fiotti laterali di crema. Come sarebbero dolci se mamma non fosse amara, amara e chiusa nella sua mandorla.
Anche oggi il cameriere non sa che dire, signora i vassoi sono usciti così dal retrobottega, che vuol che le dica, sono mortificato, ma almeno sono buoni? “E’ già tutto così complicato!” esclama mammina esasperata. Il cameriere inarca il sopracciglio, un angolo della bocca tradisce il compatimento: “Come dice lei, signora”.
La pozza di luce all’altro capo della sala stamani è spenta e il vecchio non c’è. Arranca qualche strada più in là. Hanno spalato la neve dalle strade, facendone mucchi sui marciapiedi. Le carrozze hanno ripreso a viaggiare — sbuffi di fiato dalle froge dei cavalli, vapore dai fianchi accaldati, trattenuto a stento dalle coperte — la gente a piedi avanza a fatica arando la coltre farinosa, mani sotto le ascelle, visi fragili di vetro.
Quando estrae la mano — sinistra — dalla tasca e la appoggia sulla maniglia, le dita sono scosse da un fremito. Il mazzo di campanellini al soffitto tintinna. Il ronzare delle voci, i rintocchi dei cucchiaini nelle tazze, qualche risata sommessa: il tenue brusio della vita felice che si sveglia. Mamma e bambina sono là, strumenti scordati in quella sinfonia di note basse, loro due sole
stridule e corrusche. La piccola ha una macchia gialla sulle pinces della camicetta e la mamma sta cercando di cancellarla con un tovagliolo imbevuto d’acqua, ma tutto ciò che riesce a fare è allargare la macchia. Ogni cosa è fuori controllo, ogni cosa scappa, più stringi le reti della maglia e più scivola via, non c’è modo di fermarle, strizzarle fino a farne uscire un po’ di maledetto succo, sì maledetto, maledetto e allora?!, e guarda come si è conciata, ci mancava anche la macchia d’uovo sulla mussola.
Niente si ferma di quel che conta e di quel che vale. Ti par di custodire qualcosa di vero e ti ritrovi le dita impigliate nel fumo. Stephane, come il resto. Stephane che mi ha dimenticata al deposito delle mogli come si dimentica l’ombrello sul treno. Solo questa piccolina, ostinata, resta. E mi ha messo radici addosso.
Allora succede che — mentre continua a sfregare la macchia di crema — quell’uomo prenda posto al tavolo accanto a loro. Non sa cosa dire, vorrebbe semplicemente allungare una mano e accarezzare una delle due teste, o anche entrambe. La mano ancora una volta si ferma a mezz’aria, un’immagine di capelli gocciolanti la congela in quel gesto di statua, capelli gocciolanti appiccicati a un volto azzurrino, la bocca semiaperta — piccola ferita rosea in quella carne senza sangue, fradicia- capelli come sargassi, corpo freddo di pesce, gonna-bocciolo appassito.
Allora, piano, molto piano, tremando, lascia scivolare la mano destra nella tasca destra. Assaggia con i polpastrelli l’angolo sdrucito della busta e sotto la pelle della carta percepisce la consistenza della fotografia. Gli par di accarezzarlo, quel viso in foto, non bagnato, no, asciutto e carezzato dal sole, sotto una pergola, in un’estate dalla bellezza abbacinante.
E le parole vennero. Salirono a galla come un pesce di fondale che affiora a pelo d’acqua.
“Vi somigliate.” bisbiglia.
Mammina continua a sfregare accanita la macchia ma la bambina ora fissa, occhi negli occhi, l’uomo anziano del tavolo accanto.
“Vi somigliate,” ripete lui con voce più ferma, “soprattutto la tua mamma le somiglia.” E dicendo tira fuori dalla tasca destra con la mano destra la busta gialla con l’angolo consumato. La dispiega, la apre e ne estrae la foto. La lascia sulla tovaglia, contemplandola, ancora con la mano destra. La tovaglia su cui il vecchio fa scivolare furtivamente la fotografia ha colori d’oro gentile, invecchiato, tenue. Alla piccola ricorda i capelli dell’angelo sulla grande tela
all’altare, nella chiesa dove mamma la porta a far silenzio, ad ascoltare la luce traballante delle candele. Nel silenzio fresco della chiesa la luce fruscia delicata nella penombra e le lacrime della mamma si sentono cadere. Anche quel signore vecchio è gentile, fa strisciare piano la fotografia sulla tovaglia con mano tremante, gli trema anche l’azzurro cenere degli occhi.
“Spero di non disturbare.” Il sorriso incerto increspa la pelle di carta.
Per un attimo mamma si ferma, smette di accanirsi sulla macchia, e si ferma anche il tintinnìo dei cucchiaini nelle tazze, il masticare delle mandibole, il sorbire delle labbra. E in quella bolla di silenzio, nel bisbigliare sommesso e caldo della pasticceria al mattino, la foto parla. Due giovani donne si guardano attraverso quella finestra di carta.
“Alexandrine è sempre stata silenziosa,” mormora il vecchio “neanche Nora riusciva a farla aprire, a farsi raccontare quel che aveva. Eppure Dio solo sa se l’abbiamo amata”. Esita, la bocca semiaperta, come se le parole fossero pronte ma non riuscissero a staccarsi dalle labbra. La mano si muove lenta tra le volute dei ricami della tovaglia.
“Amava dipingere, rimaneva incantata davanti ai colori. A me non sembrava che fosse particolarmente dotata ma lei si intestardì. Volle andare all’accademia a tutti i costi. A tutti i costi, sì.”
Scuoteva leggermente il capo, il vecchio, come se ancora non si capacitasse, quasi non riuscisse a comprendere come l’evidenza non fosse stata palese anche a lei, Alexandrine: non era portata per la pittura, le mancava l’estro. Le tecniche di base le aveva assimilate, non si può negare che avesse una buona mano. Ma talento no, quello no.
“Penso che lo sapesse pure lei.”
China sguardo e fronte, il vecchio, raccontando. “Nora credeva che le sarebbe passato, che avrebbe capito e accettato. E invece non era passato niente. Diventò sempre più silenziosa, sembrava che non ci fosse nulla che la interessasse.”
Un colpo di tosse, un respiro dal fondo del polmone, stavolta solleva lo sguardo sulla bimba, le accenna un sorriso, ma gli occhi sono due lastre d’ardesia. “Diceva che sarebbe diventata maestra. Che se non avesse potuto dipingere lei stessa, avrebbe almeno insegnato ai bambini a farlo.”
Tremori, piccolo sisma in profondità. Nervosamente mammina sfrega la macchia, la stoffa si offende: si è increspata, è come scolorita sotto l’alone giallino della crema.
“Nora la aiutava a preparare l’esame per la scuola di specializzazione. Diceva che si applicava, che ce l’avrebbe fatta.”
Un altro colpo di tosse, il cameriere ritira dal tavolo vicino le tazze orlate di cioccolato rappreso.
Fuori una chiatta fischia, sta per arrivare al ponte mobile, nel casottino qualcuno azionerà leve e ingranaggi, due mani guantate che fino a poco prima stazionavano sotto le ascelle incappottate del loro proprietario opereranno il movimento che, attraverso una concatenazione rigorosa, oliata scrupolosamente e periodicamente verificata, concretizzerà il miracolo dell’apertura. O almeno così lo vede il piccolo Baptiste, che dal parapetto del lungofiume, alla stessa ora, mano nella mano con la tata, aspetta il suo compiersi, tutti i giorni alla stessa ora. Poco dopo, insieme, s’incammineranno lungofiume, due ponti più a mare svolteranno a destra, passeranno sotto l’arco che congiunge la chiesa dei Cappuccini al palazzo arcivescovile ed entreranno nella piazza del convento, dove c’è la pescheria, sotto l’insegna gialla. Lì acquisteranno pesce al trancio, salmone forse, e ranocchi, sì ranocchi, accuratamente spellati e infilzati su un sottile spiedo di legno. Ranocchi, ranocchi da fare in brodo, toccasana per la memoria debole del piccolo Baptiste.
“A dire il vero io non ero tanto sicuro che Alexandrine ce l’avrebbe fatta. Vedevo che faceva fatica. E glielo dicevo a Nora, eccome se glielo dicevo, accidenti!” La mano pallida ha un sussulto. Scatta in avanti, pallido ragno artritico, per un momento sembra che si voglia riprendere e busta e foto per farle scomparire di nuovo nella tasca.
Mammina cessa lo sfregare. Un’onda calda sale da dentro, brucia in gola, rischia di tracimare dagli occhi. Indicativo imperfetto, tempo della sospensione, tempo dell’incompiuto diventato eternità. Tempo irrisolto, perpetuamente rivolventesi tra ieri e oggi, tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che non sarà più.
Anche a me lo dicevano, anche a me. Di lasciarlo perdere, di allontanarmi, di non farmi catturare. Ma la primavera era una giostra impazzita e non seppi più scendere. E l’estate arrivò a gonfiare il seme e l’autunno lo raccolse. Eccolo il seme, in forma di bambina riccia, con muti occhi d’acciaio e una bocca di ciliegia, chiusa in un cappottino di lana, con sotto una macchia gialla.
Fuori il tram sferraglia, oltre la murata del palazzo davanti alla pasticceria. Una donna vende mazzetti di fiori invernali, due soldi l’uno: ha ellebori penduli, ciuffi scomposti di hamamelis, rami di calicanto, piccole ombrelle di viburno, qualche camelia sontuosa. Oh, se l’odore del calicanto potesse arrivare in ogni angolo del mondo! Cesserebbero le guerre, tutti si inchinerebbero rispettosi a quei miseri fiori giallini, decisamente non aggraziati, che si schiudono già sfatti, pendenti, su rami nudi. Ma il profumo, il profumo del calicanto! Si spande così lontano dalla pianta, così intenso e struggente, strappa note d’amore al pettirosso sul ramo, inebria, ubriaca i pochi sparuti insetti che svernano fuori, faro di miele chiama al ristoro e alla salvezza le creature alate che sfidano in volo i cieli invernali.
Per alcuni non esiste riparo, invece.
“Mia madre diceva che ero impossibile da capire, forse era così anche per Alexandrine.” Mammina in imbarazzo azzarda.
“E.. mi scusi, chi sarebbe stata poi Alexandrine?” chiede, accompagnando la domanda con una leggera inclinazione della testolina.
“Mia figlia.” Semplicemente la parte più interna di me.
“Oh… capisco.” balbetta lei, sperando segretamente che la conversazione finisca lì. Che vecchio sconclusionato, come tutto, del resto, qui dentro.
Lì per lì non nota nemmeno le spalle da gruccia dell’uomo e il macigno invisibile che le sovrasta. Ma decide coscienziosamente di offrire l’obolo della sua partecipazione garbata a quella conversazione che più estemporanea, fuori luogo — troppo intima, oltretutto — non si può.
“Beh, anche per un padre non deve essere facile intuire cosa passa per la testa di una figlia.” continua decisa a dimostrarsi comprensiva. Ora che lo guardo è davvero curvo, pover’uomo.
Il vecchio tentenna la testa leggermente, un tremore trascorre le dita a pinzetta che stringono un lembo d’aria, si aprono e si chiudono come chele di granchio senza afferrare nulla. La foto appiattita sul tavolo non si fa prendere. Forse perché un velo di lacrime ne fa tremolare i contorni e le vecchie dita nodose — il vecchio ha dimenticato gli occhiali da vista, per giunta — non sanno più calcolare le distanze.
“Le dico che le siamo stati vicini in ogni modo. Mi ha sentito? Non si faceva capire, le dico, non si faceva capire!”
La voce del vecchio ha uno stridore di vetro, un fremito d’indignazione alza l’angolo sinistro della bocca, trema la palpebra — leggero tic nervoso, che
tradisce maremoti profondi, il riemergere di antichi relitti di dolore mai completamente affondati — le spalle sono scosse da un breve singulto.
Se non fosse stato per l’età dell’uomo lì di fronte, mammina avrebbe risposto per le rime all’impennarsi ardimentoso del vecchio.
“Hanno trovato le scarpe sulla riva.”
Che fosse lo scricchiolìo di una lastra di ghiaccio che si incrina o lo sfibrarsi dell’aria lacerata da un proiettile, la donna avverte il rumore di uno strappo, la rottura di un filamento fondamentale.
Le spalle a gruccia del vecchio si son fatte ancora più strette, raccolte sullo sterno magro, come ali ripiegate. Il petto sobbalza scosso dai singhiozzi e la mano con le dita a pinzetta ora copre il pianto.
“Suvvia… non faccia così.” prova a calmarlo lei, ma è tutto inutile: il viso ossuto e pallido affonda nel palmo della mano.
Allora la piccola scivola giù dalla sedia, si avvicina al tavolo dell’uomo ed estrae dalla tasca destra, ma quante cose nelle tasche destre!, la chiave. La chiave trovata al parco. E la appoggia sul tavolino. Poi un colpetto sulla spalla dell’uomo, un nonno sembra, e lì in piedi, finalmente paziente e compita come la vorrebbe sempre la mamma, attende che il suo tesoro sia visto. Sa che la chiave sortirà il suo effetto, non può che essere così. Non si cade lunghe stese sull’erba fangosa senza motivo.
Il pover’uomo, con le spalle sciolte alla fiamma del dolore, l’ha vista.
“La dovresti pulire. E’ una bella chiave ma è completamente rovinata dall’ossido.”
La voce è ancora gonfia di singulti.
“Che cos’è l’ossido?” chiede la bambina.
“E’ quello strato verdastro che la ricopre tutta. Ma sai che sotto forse è ancora dorata? Possiamo farla tornare lucente come quando era nuova.”
“Mi spieghi come si fa?”
E’ incuriosita, la piccola, e procede, incurante della mamma e delle sue alzate di sopracciglio.
“Beh,” comincia lui, asciugandosi le lacrime col dorso della mano — tira su col naso, fruga in tasca, la sinistra stavolta, ne estrae un fazzolettone a quadri e si soffia rumorosamente il naso, raccoglie i cocci come sempre e li ripone perché siano lavoro paziente di ricostruzione nei giorni a venire — “beh, a casa mia ho una soluzione speciale”.
Non sa come definirla, liquido pasta crema, capirà la bambina?, non mi sembra avvezza ad occuparsi di pulizie.
“Una pozione magica?” incalza lei.
“Non proprio. E’ un miscuglio di sale e succo di limone.”
La bimba pensa che allora è facile pulire lo sporco, liberare l’oro della chiave da quella patina secca verdazzurra, e pensa anche come sarebbe bello andare a casa di questo signore che piange e non si sa perché. Ma non chiederà mai, nemmeno a pensarci che mamma dica di sì. La pozione di limone e sale l’ha incuriosita, però. Immagina uno scaffale di ampolle rotonde, colme fino all’orlo d’un liquido giallo, d’oro pure quello. Basta inzupparci la chiave e la crosta sudicia si scioglie sfrigolando e dall’ampolla evapora un fumo color ramarro, che si disperde nell’aria. E la stanza si riempie dell’odore dei limoni, fresca ricchezza dei poveri.
“Tu e papà mi avevate promesso di portarmi al mare, in quel posto dove andava papà da piccolo. Quello dove fa caldo e ci sono le strade sulle rocce vicine al mare.”
La Costa Azzurra dei limoni era rimasta un’idea, buttata là un giorno per chiudere con una promessa un litigio che sembrava non finire più.
Ma quel barlume giallo per un attimo fece balenare oltre il luccichìo degli argenti e delle tazze, delle glassature a specchio, delle spille di strass sui risvolti dei paltò, sull’ovale concavo dei cucchiaini d’argento — insomma, oltre lo sfavillìo delle contingenze — un brandello di intimità familiare solo per un attimo assaporata.
“La Costa Azzurra è vicina all’Italia. Ci sono stato, durante la guerra.” Il vecchio ora le parlava guardandola dritta negli occhi. Un avanzo di lacrima gli brillava ancora in un angolo dell’occhio, l’azzurro dell’iride ancora annacquato, lo sguardo mansueto posato sul viso della bimba. Nessun bambino sulle mie ginocchia, pensava mentre sentiva la propria voce raccontare alla bimba del Gran Mondo, così lo chiamava lui, della Riviera di Ponente, delle palme ad Arma di Taggia e dei terrazzamenti difesi dal mare a suon di gerle cariche di sassi portate su e giù dagli ostinati contadini liguri. Nessuna storia da raccontare, solo la muta conservazione di un libro concluso, finito, in fondo al quale ormai è scritta la parola fine.
Quando pensieri come questi gli penetravano la mente, era come se il suo cervello si sdoppiasse, come se una parte prendesse a viaggiare autonoma lungo un binario parallelo e sotterraneo. L’emisfero deputato al dialogo col prossimo continuava a dettare con voce pacata i brani della conversazione in atto, l’altro invece, quella sorta di camera delle meraviglie nella quale conservava il proprio personale reliquiario, prendeva ad animarsi di un dialogo tutto interno, intimo, segreto, con le voci del passato, con lui stesso di tanto tempo prima, con le tante ipotesi di esistenza ormai spente. Lì dentro, invece, in quella camera delle meraviglie nella quale era capace di rinchiudersi senza farsene accorgere, tutto era ancora possibile, intere pagine del libro della vita potevano essere riscritte, chi era andato poteva tornare, ciò che non era stato poteva finalmente essere. Lì dentro continuava a tessere mille tele diverse, una per ogni vita che avrebbe voluto vivere, lui come Aracne pervicace e piena di estro, arrogante e gagliarda contro Atena che la vuole vinta e umiliata ma intimamente si consuma d’invidia per quei fili mortali sapientemente intrecciati.
In certe giornate sembrava bastare. Tirare le tende nella camera delle meraviglie, far entrare la luce argentea di un febbraio festoso di amenti di seta sui rami dei salici, o le fresche promesse di marzo, roride di pioggia vitale. Si accomodava lì ed era facile come bere un sorso d’acqua: riscrivere la vita, tornando ad includere i cacciati, i dispersi, i cancellati. Altre volte invece — e accadeva con agghiacciante puntualità nel vuoto dei pomeriggi estivi — la camera delle meraviglie appariva per quel che forse era: storto reliquiario, mausoleo asfittico, esercizio di teatro. Trovare requie all’asfissìa che ne derivava era una pena che durava per giorni interi, durante in quali accadeva che si augurasse di non rivedere il mattino.
La piccola pasticceria era stata la prima volta approdo fresco e ombroso all’annaspare di uno di quei meriggi abbacinanti e taglienti come lame. Solo al tramonto, col rianimarsi delle strade sfollate dalla calura insopportabile e dentro una luce più umana — forse per il color pelle-di-donna che aveva il cielo — aveva trovato il coraggio di uscire di là, di affrontare di nuovo l’immensità degli spazi della città. In quel biancore refrattario che stordiva e faceva dolere gli occhi, la piccola pasticceria era oasi di umanità.
Tutto era accaduto quando era troppo vecchio per ricominciare e troppo giovane per aspettarsi ragionevolmente l’ultimo rintocco.
La mamma e la bambina facevano parte della piccola collezione di certezze che il vecchio aveva messo insieme e visitavano stabilmente la sua camera delle meraviglie. Con loro, per loro, attorno a loro aveva ricostruito una casa, nella quale avevano una stanza per ciascuna, per loro metteva in tavola tre pasti regolari ogni giorno, procurava che avessero biancheria pulita ogni settimana, la stufa accesa nei pomeriggi crudi d’inverno, il vecchio piano sempre accordato e lo spartito aperto sul movimento d’apertura del Ritorno di Ulisse di Monteverdi. Non possiamo mai sapere per chi siamo indispensabili.
Mentre chiude la porta di quel microcosmo nascosto — veliero nella bottiglia — l’eco delle domande della piccola si fa più nitido.
“Dove le nascondevi tutte le sigarette che non fumavi?”
“E a chi le rivendevi?”
“Quante sigarette ti ci son volute per comprare la bambola a tua figlia?”
“E a te che te l’ha detto che la bambola veniva proprio dall’America?” “Perché le bambole americane sono più belle?”
Con pazienza risponde a tutto. Sono anni che non parla con qualcuno della guerra. Tratteggia con più fatica l’immagine dei terrazzamenti assolati con il mare leggermente increspato laggiù, che si mostra a chiazze tra i ciuffi di euforbia bruniti dal sole.
“I gabbiani che vivono sul mare sono più belli di quelli che stanno sul fiume. Si capisce che quello è il loro posto, che sono creature di mare, nate per bisticciare con il vento, con il sale, con le onde. E hanno colori più vividi: il petto bianchissimo, le ali di un grigioazzurro elegante, il becco giallo con una macchia rossa bella squillante. Quelli di fiume sono scoloriti, come se l’acqua dolce e il fango li avesse slavati.”
Niente come un racconto di colori cattura l’immaginazione della piccola che ora ascolta rapita e già vede precipitarsi in picchiata la sagoma di uno di quegli uccelli, maestosi e arroganti, candida contro il blu di vetro del mare. E li confronta con la marmaglia biancosporco accrocchiata sulla prora delle chiatte che trasportano i rifiuti, giù al fiume, confusa con la nebbia, la testa ritirata tra le ali, una sbavatura rossa sul sottogola per aver becchettato tra gli scarti sanguinolenti di qualche macelleria.
Con la lucida consapevolezza che ci è offerta — e non a tutti — in alcuni privilegiati, rari e chiari attimi dell’infanzia, distintamente sente e sa che per lei si aprono altri orizzonti ed un domani di luce è possibile. Glielo dicono i gabbiani che immagina, i gabbiani di mare mai visti, uccelli rissosi e prepotenti, che balenano bianchi nella burrasca, che dormono in volo, che nessuno sa dove hanno il nido.
Aggràppati, piccola, alle ali di quei gabbiani e stacca l’ombra da terra insieme a loro — se avesse avuto facoltà di leggerle i pensieri, il vecchio le avrebbe risposto così — se dev’essere un’ala d’uccello ad offrirti l’appiglio, che sia, che siano penne e piume a frenare il tuo scivolare nel silenzio, nella muta rassegnazione. O nel fiume.
A pensarci bene, bisognerebbe insegnare agli umani l’arte delle piccole cose. La lezione del fiore di calicanto non l’ha capita ancora nessuno.
Aggràppati alla noce di luce che custodisci, piccola, perché non sai mai quante — e quali — paia d’occhi ti stanno osservando.
Aggràppati alla tua noce di luce, piccola, perché non sai per chi sei importante.
Ci sono attimi che durano una vita e quando finiscono una vita è passata.
Il vecchio sente che ora è più facile provare a dipanare quel filo sottile, anche se all’estremità che ancora sprofonda nello stagno silente del cuore è legato un fagotto bagnato, con una gonna rossa sfiorita e il viso azzurro di morte: sua figlia Alexandrine.
Accade talvolta qualcosa che inaspettatamente ci consente di oltrepassare la soglia che ci aveva trattenuto, che ci sospinge — o tira, a seconda dei punti di vista — di qua, di là dal varco che paventavamo impossibile valicare. La bambina tira fuori dalla tasca la chiave.
Avviene allora un passaggio di consegne, un muto scambio di intese, un accordo silente e sotterraneo, possibile schiusa di semi inaspettati.
E’ un miracolo incontrare qualcuno che provi a costruire un ponte per raggiungere le nostre solitudini più assolute. Quel qualcuno si lancia nel vuoto, muovendo un passo dopo l’altro su una corda sottile che attraversa l’abisso, prova a disegnare una sottile filigrana di luce, non più spessa della tela di un ragno, sul controfondale del nostro buio, accende una sottile pallida falce di luna nel drappo nero della nostra notte. E ci salva. Sì, ci salva.
Come l’odore dei fiori di calicanto nei pomeriggi crudi d’inverno, intenso miele salvifico profuso da bocci scomposti, informi, umili, per i disperati fuori stagione, per chi deve sopravvivere dentro il freddo e non sa chiuderlo fuori dal proprio cerchio di luce. Per chi non ha una mano che si appoggia sulla fronte e col calore allontana il confine della brina azzurra — che tutti abbiamo avuto sul viso almeno una volta — esistono i fiori di calicanto. Vitrei, pallidi, abbarbicati sul ramo nudo, si schiudono verso il basso, ritenendo superfluo il dispiego delle corolle al sole moribondo di gennaio. Non visti, ignorati, spandono nell’aria di gelo l’intensità di una fragranza che salva. Sì, che salva. Quando manca tutto, quando non c’è niente, quando anche l’ultima spiaggia risulta erosa dalle correnti del destino, un fiore di calicanto fa la differenza tra vivere e morire. E ti chiama, da lontano, con la magarìa dolcissima di quel profumo che inebria e nutre.
© Chiara Pellegrini
