Alike: pensa pixar

Sono un’insegnante. Sono di parte. Ho la pretesa che il mio lavoro serva a qualcosa. La gente pretende che io non serva a niente.

Non i miei studenti. Non — necessariamente — i loro genitori. Ma la gente. Questa gente.

Il video mostra un bambino che comincia ad andare a scuola, e allora la sua vita, per magia nera, perde colore. Il bambino impara a scrivere e perde la sua creatività. Lui vorrebbe, povera gioia, guardare l’uomo che suona per strada, ascoltare la musica, ma la scuola gli insegna a scrivere, come tutti, ad avviarlo a quel grigiore che è la vita adulta.

La scuola: questa cosa inutile, dannosa. Dice il video. Un video che evidentemente è stato fatto da gente che ha imparato la computer grafica, i rudimenti della scrittura per la televisione, i fondamenti della semiotica e dell’estetica, SENZA andare a scuola, per scienza infusa o perché ascoltava i musicisti di strada.

Non mi dà il voltastomaco pensare che ci sarà — senz’altro, ci sarà — gente che si berrà fino all’ultima goccia la demagogia trasudante da questo video, senza quel minimo spirito critico che la scuola fortunatamente mi ha insegnato. Mi dà il voltastomaco pensare che ci sia un gruppo di persone, un’azienda di animazione, che, perfettamente consapevole che anche l’ultimo dei suoi dipendenti ha dovuto studiare e impegnarsi per produrre questo video, o anche soltanto per farsi assumere, si senta libera di divulgare messaggi di questo tipo, con la finta ingenuità delle tinte tenui, della musica rilassante, dell’accattivante faccia tosta di chi si offre di pensare al posto degli altri.

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