Ascoltare stanca

Le grida di aiuto, o meglio di sofferenza che vengono dai ragazzi della scuola, un po’ mi irritano (alle critiche in fondo non ci si abitua mai), molto più mi allarmano.

Bianca scrive a Giacomo Mazzariol, su repubblica.it:

Ho mille motivi per non credere nella scuola: quando esco dall’edificio mi sento sfinita, malgrado mi renda conto di aver passato sei ore semplicemente seduta ad ascoltare. Forse è per temprare la nostra pazienza, forse è per testare la nostra resistenza, ma tenerci lì fermi per riversarci informazioni addosso non dà i frutti sperati.

E poi ancora, parlando dei suoi insegnanti:

Alcuni studiano la lezione nell’ora di buco e ce la ripetono, usando il libro di testo come Vangelo. Altri si svegliano la mattina e decidono per i fatti loro cosa è meglio che impariamo, come dobbiamo impararlo. Altri ancora non hanno la pallida idea di quello che stanno dicendo, ma lo dicono lo stesso.

Un quadro desolante. E la mia analisi parte con un mea culpa. La colpa di una scuola velleitaria fin dai programmi (pardon, le “indicazioni nazionali”) vastissimi, dove tutto e il contrario di tutto si mescolano in una situazione da Rischiatutto quotidiano, dove gli insegnanti e gli studenti sono palline da flipper che vanno — gli studenti — dall’ora di chimica al compito di matematica, alle lezioni di filosofia passando per la versione di latino, o l’ora di inglese. Gli insegnanti, invece, in una mattina passano — prendiamo quelli di lettere — alla civiltà longobarda in prima ora nella tal seconda, per poi analizzare le subordinate concessive in un’altra classe seconda, la perifrastica passiva in latino ancora in un’altra classe, e finire con la lettura della vergine cuccia del Parini. Una frammentazione organizzata, una polverizzazione della cultura. E Bianca vede gli insegnanti che ripassano nell’ora di buco. E dice che alcuni non hanno la più pallida idea di quel che poi dicono. E a vederla così, ha ragione.

Forse Bianca ha avuto una particolare sfortuna, con il suo corpo insegnanti. Volendo crederle, sembrano quasi tutti incompetenti ignoranti sia della loro materia, sia dello stato d’animo dei loro studenti. Molte cose si potrebbero correggere con un approccio didattico che almeno diversifichi le metodologie, ma — e Bianca se ne rende conto — le cose da fare sono tante, gli studenti sono sballottati qua e là, tanto quanto i docenti, e una cosa vale l’altra: la motivazione, per tutti, va a farsi benedire.

La cosa che però più mi spaventa del discorso di Bianca è la frase che riguarda l’ascolto. L’ascolto come esercizio di mera pazienza. Di resistenza. E basta.

Bianca, lo dice in altri passi della sua lettera, vorrebbe studiare. Imparare tante, tantissime cose.

[La scuola] Sarebbe bellissima se insegnasse il greco e il latino per creare sognatori dal pensiero divergente, se insegnasse la fisica e le scienze per scaturire la curiosità per l’infinito e per l’universo, se insegnasse le lingue per connetterci con il mondo, se insegnasse qualsiasi cosa pur di svegliare gli studenti e far loro aprire gli occhi, piuttosto che chiuderglieli.

Ma quello che io vorrei che capissero, le tante Bianca che siedono sui banchi verso cui io cerco di proporre una lezione che sia — io ci provo — utile, è che il pensiero divergente è anche una questione di ascolto.

Esistono momenti, in ogni fase della vita, in cui una persona, fisiologicamente, non sa nulla. E non ha nulla da dire. Ed è giusto che sia così. Ed è giusto che ascolti.

Virtualmente, la scuola dovrebbe insegnare proprio questo: ad essere sempre pronti ad ascoltare, a recepire che esiste qualcosa che ignoriamo, ad esserne curiosi, ad essere aperti nei confronti di chi ne sa più di noi. E sì, è un sacco stancante. E sì, serve tantissimo.

È vero che l’apprendimento non può basarsi soltanto sull’ascolto. Ma mi rifiuto di pensare che anche l’ascolto, per contro, non possa essere un’attività. Stancante, ovviamente. Ma attività, e non passività.

Non è una questione di generazioni — si impara sempre — né di gerarchie — imparo dai miei alunni anche quando cerco di insegnare loro qualcosa. È un atteggiamento mentale: devo saper ascoltare gli altri, e il mio cervello si mette in moto per inserire le nuove conoscenze all’interno della struttura di quelle già possedute. I grandi della letteratura greca e latina — Seneca, mi viene in mente — hanno costruito il castello delle loro riflessioni sulla capacità, anche mnemonica, di recuperare quanto avevano letto, ascoltato, dai pensatori precedenti. Il loro pensiero non sarebbe stato possibile, altrimenti. E mi chiedo — ma non lo chiedo a Bianca, che insegnante per il momento non è, ma chissà se un giorno … — se tante metodologie didattiche che puntano sul “compito esperto”, sull’ “apprendimento attivo”, non mettano eccessivamente in secondo piano proprio il potenziamento delle capacità di ascolto… A volte, penso che una lezione frontale (ben calibrata e ben strutturata, non un parlarsi addosso a pappagallo) possa essere anche una bella prova di responsabilità ed educazione all’autonomia: mentre io posso vedere e controllare i miei studenti che costruiscono la mappa concettuale, fanno gli esercizi, il lavoro di gruppo, ecc…, la lezione frontale si affida al loro ascolto. Non è una cosa che si vede, che si può monitorare facilmente. Ma che bella cosa, quando avviene! Ragazzi, anche giovanissimi, che vedo attenti: attenti come sono io, quando vado ad una conferenza interessante, e prendo appunti, e poi non riesco a dire nulla, al momento, perché il mio cervello brulica talmente di ipotesi, idee, curiosità… Non è bello? Non è questo, anche questo, essere adulti? O è solo illusione, pia illusione, la mia?

La scuola italiana è lungi dall’essere perfetta. Vorrei dire a Bianca che è comunque fortunata a crescere in un paese che le offre una possibilità educativa pubblica, accessibile. E vorrei dire a Bianca e ai suoi coetanei di non smettere di lottare, per averla. Anche protestando, anche arrabbiandosi. Ribellandosi, per avere di più, non di meno. Perché se tutti — insegnanti e studenti e genitori — si adagiano in questa comoda routine, la responsabilità è di entrambi: e allora gli studenti, oltre ad annoiarsi, devono protestare. Protestare contro un sistema che mette sullo stesso piano la cultura e i bignami di studenti.it. Contro un sistema che ragiona sempre per sottrazione e approssimazione (le classi di 20 ma anche di 30 alunni, la scuola superiore in 4 anni e non in 5, il programma di latino in 3 ore settimanali e non in 4, la promozione con la media del 6 e non con tutti i voti sufficienti, e via così…); contro un sistema che non ha ancora capito come formare i suoi docenti (laurea, abilitazione in due anni, abilitazioni in un anno, percorso selettivo, percorso non selettivo, concorso, graduatorie, ricorso al TAR sono tutte strategie e titoli possibili, attualmente, per diventare docenti).

Sarebbe una bella protesta. Una protesta per il merito. Una protesta per un servizio migliore (e non per il 6 politico di sessantottina memoria): un bell’esempio, in fin dei conti, di pensiero divergente.

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