Parlare di scuola

Sono un’insegnante. Lo dico, e alcuni che mi leggono potranno scuotere la testa, e cambiare post.

Bene, per coloro che fossero rimasti in ascolto, questo è un post sui post, gli articoli, gli interventi che parlano di scuola. Ve lo dico, così siete ancora in tempo.

Dunque, come si parla di scuola, in rete? Dico, quando non si parla di scioperi, di carta igienica che non c’è, di compiti che (non) devono essere dati, di ragazzi che (non) devono essere bocciati, di prove INVALSI e di standard OCSE che (non) sono stati raggiunti, ecc…? Di cosa si parla, quando si parla di COME si fa scuola?

Ieri ho letto tre articoli: uno sul dettato nella scuola primaria, di Marco Belpoliti, su Doppio Zero. Inizia così:

“Prendete la penna, e al centro del foglio scrivete: Dettato”. La maestra seduta dietro la cattedra comincia: “Io-a-mo-il-ma-re. Le-on-de-so-no-al-te. Lu-i-sa-nu-o-ta”. I bambini chini sui fogli scrivono. Nell’epoca di tablet, cellulari, playstation, computer e lavagne elettroniche interattive, nella scuola elementare si detta ancora.

Poi c’era Annamaria Testa, su Internazionale, che riferiva sul convegno che in questi giorni si è tenuto a Roma, sulla metodologia della flipped classroom (per chiarire: non ero al convegno, penso fosse interessante, ma non sto giudicando l’evento, mi sarebbe impossibile; sto parlando dell’articolo). E riferendo quello che si fa a scuola, e — suppongo — le considerazioni della Prof.ssa Lucangeli, si affermava:

Quel che si fa a scuola non è altro che apprendimento passivo a breve termine. Il nostro cervello non è stato creato per questo.

Infine, un articolo su Repubblica, un’intervista alla pioniera dell’homeschooling in Italia, Erika de Martino, la quale descrive così il suo metodo di scuola fai-da-te:

“I ragazzi leggono molto, in italiano e in inglese, insieme creiamo materiali didattici, magari in forma di gioco. Ma ogni spunto è buono per approfondire lo studio: le piante del parco, la pioggia o la neve, un film. Mio figlio Thomas ha imparato la matematica controllando gli scontrini del supermercato”.

Ecco, io sono un’insegnante, insegno nella scuola ‘tradizionale’, a volte applico metodologie tradizionali, a volte no: una mia mattinata può andare dalla lezione frontale, al lavoro di gruppo (si va dal cooperative learning, al think-pair-share, al jigsaw: le metodologie sono tante; lo dico, perché in tanti pensano al lavoro di gruppo come “mettetevi insieme, fate un po’ come vi pare e poi esponete la ricerca”. Non è proprio così.), fino a tecniche che si ispirano alla flipped classroom. Io — che non sono nessuno! — mi faccio veramente in quattro per programmare questo tipo di attività, per cercare di dare varietà alle mie lezioni, ma soprattutto per fare in modo che i contenuti disciplinari vengano appresi e non solo memorizzati; e allora, quando leggo articoli come quelli sopra citati, mi viene il latte alle ginocchia!

Vedo un mondo della scuola visto da fuori, visto da quei giornalisti che la scuola la vogliono raccontare, e mi sembra un mondo orrendo, ma non è così: non si fa solo il dettato; non si fa solo dell’apprendimento passivo, e soprattutto quello che si deve affrontare non è riconducibile a “imparo la matematica con gli scontrini del supermercato”.

E allora mi arrabbio, perché saper raccontare quel che si fa a scuola è importante, e quello che noi insegnanti facciamo ogni giorno non può essere ridotto al dettato, “a un euro più un euro fa due euro”, a “imparate a memoria”.

Mi affascina la metodologia della flipped classroom; penso che l’homeschooling, che pure mi lascia scettica, sia un tentativo di rispondere alla deficienze della scuola pubblica (che ESISTONO!) che non possa essere ridotto alla “matematica sugli scontrini”. Penso che un esercizio come il dettato, o la memorizzazione, nel giusto contesto, nella giusta misura, inseriti nel giusto momento di una programmazione varia e completa, possano essere metodologie utili. E allora perché sui giornali è solo questo che emerge, e in chi legge è solo questo che resta? Perché non emerge la complessità di una scelta, ma solo — mi sembra — la volontà di raccontare per slogan, per formule facili?

Sembra che sia tutto semplice, a chi guarda da fuori, a chi legge gli articoli: sia nel bene, che nel male. Tutto riducibile a una formula. A UNA strategia educativa, solo giusta o solo sbagliata. Compiti sì, compiti no (mai uno che si chieda: quali compiti? In che contesto? Con che obiettivi?) Homeschooling bene, scuola pubblica male (e mai uno che si chieda: vi sembra, davvero, una strategia per tutti?). Lezione frontale male, flipped classroom bene, non importa cosa, non importa come. Memorizzare è inutile(ma per un italiano, sapere a memoria l’Infinito di Leopardi, secondo me, è una consolazione, in un periodo in cui dell’Italia c’è da essere davvero poco orgogliosi). Dettato male, anzi, malissimo (mai a nessuno capiterà di dover trascrivere un messaggio che ci viene detto a voce. Mai.)

Non si vede la complessità. Non si vede la prospettiva. Non si vedono le difficoltà, o meglio le condizioni di lavoro: programmi ministeriali sterminati (non mi si dica: “sono indicazioni nazionali”, e “la libertà di insegnamento è assicurata”: i testi dell’esame di Stato presuppongono obiettivi disciplinari spesso assai alti, altro che la matematica degli scontrini!) che non possono essere sempre affrontati in attività di gruppo — belle e motivanti, ma lunghe da realizzare; classi assai numerose ed eterogenee; mancanza di connessioni affidabili e tecnologia a scuola e a casa, e addio alla flipped classroom, almeno quella fatta attraverso i video (che non è la sola!). Per dirne un po’.

In ogni ambiente, anche il più perfetto ed accogliente (e la scuola pubblica non sempre soddisfa questi requisiti, lo sappiamo), ci sono delle condizioni su cui si deve operare. Prescindere da quelle significa fare un lavoro inutile. Se io ho a disposizione 132 ore di lezione in un anno, e per affrontare un autore come Leopardi con la metodologia del jigsaw ce ne metto, poniamo, 20, è chiaro che dovrò fare una scelta: o affrontare pochi autori, oppure decidere che alcuni autori saranno affrontati in un modo, altri in un altro, che potrà essere anche quello della lezione frontale. Il mio obiettivo sarà, comunque, che quel che si fa in classe sia compreso, appreso, porti ad una precisa competenza.

Sono le condizioni che spingono un docente ad affidarsi ad una metodologia, più o meno tradizionale, piuttosto che a un’altra. È il frutto di un lavoro, di una scelta. Che può essere anche sbagliata. Ma li avete visti, i docenti che vanno ai convegni sulla flipped classroom, che si confrontano (ci sono gruppi in rete, intere community) sulle metodologie, condividono materiali, si interrogano? Anche loro, poi, lavorano nella scuola tradizionale. E a volte innovano, a volte no. A volte sbagliano, a volte non sbagliano. A volte i ragazzi imparano, a volte capita che non lo facciano. A volte capita che i ragazzi dimentichino le cose che hanno imparato con la flipped classroom, a volte capita che ricordino le altre, e viceversa. E il modo per apprendere — meno male! — e per dimenticare, non è solo uno!

Ho un alunno che in un tema ha commesso una serie infinita di errori ortografici. Colpa delle maestre elementari? Non lo so. Per recuperare, gli sono stati dati voti pessimi, e una serie infinita di schede per esercitarsi e recuperare le carenze. Una metodologia vecchia come il mondo. Vessatoria, inutile, direbbero alcuni. Il ragazzo, adesso, fa meno errori. Molti di meno. Alcuni, proprio non li fa più. Era stato vittima delle cattive maestre? Del cattivo dettato? Faceva gli errori perché non conosceva le regole, o perché non era attento? E adesso, ne fa di meno perché si è sentito minacciato, o perché a casa ha guardato infiniti video sul plurale di ciliegie, sull'uso degli apostrofi? Oppure, banalmente, perché si è impegnato molto? Io non lo so. Ma so che qualcosa è cambiato. Che con lui — per caso, per fortuna, per bravura e impegno di allievo e forse di docente — il metodo ha funzionato. Tornerà un giorno a fare errori? Forse. Allora sarà certamente colpa mia, o delle sue maestre? Questo è certo.

Può essere ridotto, tutto questo, a una frase lapidaria, a un esempio decontestualizzato, per affermare che la via giusta è sempre il nuovo, quella sbagliata sempre il vecchio, l’obsoleto?